Alberto Savinio.
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Ascolto il tuo cuore, citt.
Parte 2.
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2013. Edizioni ADHELPI, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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        Testo fornito dal Progetto Manuzio.
           Associazione Culturale "Liber Liber".
              http://www.liberliber.it/
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Ascolto il tuo cuore, citt.
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Indice di questa parte.
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L'OMENONE FERITO.
LELEFANTE.
ALA-REIKS.
TEKELI-LI.
A UFO.
CNCN.
O VELATISSIMA VERIT.
BABA.
IRROMENTABILE.
PAGINE AGGIUNTE.
NOTE DI TACCUINO.
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Fine Indice.
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L'OMENONE FERITO.
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"Un temps  ne pas mettre un pote  la porte...".
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A Milano, questo verso di Musset perderebbe di significato. Tali sono le qualit domestiche di questa citt, che strade e piazze danno il sentimento dell'abitazione, sono delle case senza tetto. Piazza Belgioioso  il comune vestibolo dell'omonimo palazzo, e del palazzo Besana che lo fronteggia. Quello reca in faccia il "gusto", cio a dire la tranquilla maest del neoclassico Piermarini, questo  un enorme organetto animato, che se d'un tratto si mettesse a sonare, vedremmo tre coppie di marionette affacciarsi negli intercolunni e girare a scatti brevi, rigide le gambe e l'occhio fisso, agli argentini zim zim dei piatti. Non vie ma corridoi sono le due strade che immettono in questo "vestibolo": via Girolamo Morone, ricca del prezioso museo Poldi Pezzoli, e via degli Omenoni, sulla quale si chinano "i" cariatidi di Leone Leoni. Grave angoscia si rinnova in me quante volte rivedo gli "omenoni" del cavaliere Aretino, questi giganti costretti a una sommissione inadeguata alla fierezza del loro aspetto, al volume dei loro muscoli. "I" cariatidi non deve stupire. Vitruvio insegna che le cariatidi talvolta sono maschili. Quelle che reggono il tetto dell'Eretteo non flettono il collo, hanno un aspetto disinvolto e serbano una certa quale libert di movimenti, quasi non reggessero in capo l'architrave del portico di Filoclete, ma una conca con l'acqua attinta dianzi nell'Ilisso. Il greco stimava indecenti le manifestazioni della fatica e del dolore, e anche in questo io mi sento greco. Quanto a Leone Leoni, che a cos manifesta pena ha costretto le sue cariatidi maschili, egli, inconsapevolmente, e per indiretto effetto del suo michelangiolismo, ha svelata la ragione originaria delle cariatidi; perch le primitive fanciulle di Cari, e cos le loro innumerevoli sorelle venute di poi, e condannate a sopportare quale un architrave, quale un'altana, quale il piano di una tavola, quale il bracciolo di una sedia, espiano oggi ancora un antichissimo tradimento, di cui i Cari si erano resi colpevoli. Sarebbe stato contrario alla mente degli antichi Greci, dare forma a una figura che non fosse nata da una idea morale. La cariatide  una delle figure pi cristiane del tempo precedente il cristianesimo.  idea orientalissima del resto, il fardello che la donna sopporta per sollievo dell'uomo. Progredendo verso occidente e settentrione, le posizioni s'invertono e l'uomo diventa, o per meglio dire diventava il galante servitore della donna. Progredendo ancora, e arrivando all'estremo limite del nostro occidente e settentrione, troviamo in Islanda la Nora assoluta, o come dire la donna orgogliosa di bastare a se stessa. Or non  molto un francese capit lass in crociera, e incontrata una fanciulla che stentava a sollevare non so quale oggetto pesante, e accennato ad aiutarla, si ebbe dalla sdegnata un fierissimo ceffone. Meglio che cariatidi, gli Omenoni bisognerebbe chiamarli Telamoni, che sono le colossali statue d'uomo che nella parte esterna degli edifici fanno da colonne o pilastri, e sono chiamate cos dai due fierissimi guerrieri, il Telamonio Ajace e il Telamonio d'Oileo, che "sostennero" la guerra di Troia.
Nell'aprile del 1940, passando per Milano, trovai uno degli Omenoni con la testa fasciata. La vista dell'Omenone ferito mi procur una legittima soddisfazione. Era la conferma di ci che da tempo io vado pensando, che gli Omenoni, sotto la loro rude pelle di pietra affumicata, vivono e soffrono come noi. Si tratta,  vero, di vita cos lenta e "impietrata", che poco ne trapela in superficie. Gli Omenoni sono esposti ai nostri medesimi dolori, ma, diversamente da noi, ignorano quelle poche gioie che a noi sono largite, e che c'illudono di tanto in tanto sulla vera essenza della vita. La loro condizione perci  molto pi patetica della nostra. Di quanti mai tragici spettacoli ho visto finora della sofferenza umana, nessuno eguaglia la pena che m'ispir l'Omenone curvo sotto il terrazzino, il testone ravvolto dentro una gran palla di stracci lerci. Prese informazioni, seppi che lo sventurato cariatide era stato investito da un camion.
Esposti alle nostre medesime sofferenze, ma negati alle nostre gioie. Conviene per non troppo fidarsi della maggiore pena che ispirano gli Omenoni. Ignorare la gioia,  condizione privilegiata. Maria Teresa Paradies, cieca di nascita, non conobbe l'infelicit se non quando Mesmer le don la vista, ed essa, a poco a poco, cominci a vedere gli uomini e le cose come sono. Ci che maggiormente le dispiacque, e anzi le fece paura, fu il naso dell'uomo. In questa pompa degli odori, che talvolta cos fieramente avanza dal mezzo della maschera umana, Maria Teresa Paradies vedeva un minaccioso rostro, pronto a spegnere nei suoi poveri occhi quella luce che Federico Antonio Mesmer vi aveva inconsideratamente accesa.
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NOTA: Ma forse Maria Teresa Paradies aveva paura del naso, solo perch il sesso dell'uomo, o ci che lo rappresenta, fa paura alle fanciulle. FINE NOTA.
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Del resto, la felice trasformazione che oggetti e cose acquistano attraverso il ricordo, sono una indiretta testimonianza della inapprezzata felicit dei ciechi. Quanto alla felicit dei morti, che a ragion veduta i Greci chiamavano macari, cio a dire "felici" (non a caso Macario  un dispensatore di felicit) essa viene indubitabilmente dal che i morti hanno chiuso gli occhi agli spettacoli del mondo.
Una volta, nei primi anni del secolo, nella via degli Omenoni era la sede della Casa Ricordi. Si traversava l'uscio della portineria, che annunciava il visitatore con un argentino "dan", e si saliva al primo piano. Al mezzanino erano le stanze dei "riduttori", che riducevano a canto e piano, o a pianoforte solo le partiture delle opere. Uno di questi riduttori si chiamava Sollazzi, ma era l'uomo pi malinconico del mondo, mite, chiuso con rassegnazione nella mediocrit della sua vita, nascosto dietro le lenti azzurre che proteggevano i suoi occhi, stanchi di decifrare sui grandi fogli pentagrammati le "zampe di mosca" di tutti i "grandi" davanti ai quali egli si sentiva cos piccolo. Giulio e Tito Ricordi, padre e figlio, dirigevano unanimemente la celebre Casa musicale. Giulio Ricordi era anche compositore di musica leggera, che firmava Burgmein. Se invece di musico fosse stato letterato, Giulio Ricordi avrebbe preso uno pseudonimo di sonorit francese: Rastignac. L'egemonia letteraria della Francia e musicale della Germania, erano in quel tempo fuori discussione. Ridotto a forma di statua, e collocato nel cortile della nuova sede della Casa Editrice, in via Berchet n. 2, questo vecchietto appuntito col temperalapis continua ad accogliere immobilmente i cantanti, gl'impresari teatrali, i maestri di musica; ma ora costoro gli passano davanti e non lo guardano neppure.
Nella sala d'aspetto, intorno a una grande tavola rettangolare sulla quale erano sparsi con pittoresco disordine i fascicoli di "Ars et Labor", organo della Casa, sedevano in atteggiamento o di attesa febbrile, o d'impazienza, o di rassegnazione, o di noia, cantanti d'ambo i sessi, compositori, impresari, maestri concertatori. Le cantanti pi giovani, le debuttanti, quelle che tenevano gli occhi chini e le mani in grembo, erano accompagnate da altra donna pi matura, madre forse o zia, o magari sciolta da vincoli di parentela, che gli uscieri chiamavano tra loro "il madro". Capo degli uscieri era Palumbo, esempio vivente della fatale somiglianza che unisce l'uomo al proprio nome.
Il canto favorisce lo sviluppo del petto, e i soprani lirici, quelli drammatici, i contralti riuniti nella sala d'aspetto di Casa Ricordi in attesa di scrittura, costituivano uno stupendo campionario di mammiferi. Su quella dovizia mammaria, su cui le ali del bolero non riuscivano a combaciare, i carr di trina galleggiavano a ritmo, come zattere sul mare. Gli occhi nerissimi erano pieni dei drammi di Violetta e di Amneris, di Floria Tosca e di Mim. Al sommo, quale coperchio posato su tanto ribollire di passioni, stava il cappello colossale e carico di uve opime, di frutti cananei, di galli cedroni ad ali spiegate, di piume e di "aspri". Palumbo era uomo di esperienza antica, profondamente edotto delle simpatie o, come si dice in linguaggio psicanalitico, delle "cariche affettive" dei suoi principali; e secondo che l'aspirante alla scrittura era acerbetta o maturona, ossuta o bene in carne, bionda o bruna, egli la indirizzava sia all'ufficio del commendatore Giulio, sia a quello del commendatore Tito. Talvolta, la capellatura gravata di un vascello a tre ponti, il corpo di sirena ravvolto nelle spire del boa, una donna frusciante e odorosa traversava il vestibolo con imperioso passo, guardava diritto davanti a s, entrava perentoriamente e senza la scorta, se non d'onore, di Palumbo, nel reparto dei direttori. Nella sala d'aspetto i colli si allungavano, gli occhi uscivano dalle orbite, un gran nome correva su quelle bocche arrotondate dal do di petto: "Hai visto?... Lina Cavalieri!".
Piazza Belgioioso, o meglio il "vestibolo" Belgioioso ha un terzo sbocco sotto un brutto arco di pietra nera aperto di recente, che mette in comunicazione Piazza Belgioioso con Piazza Francesco Crispi. Quindi parte il Corso del Littorio, rigido, militare, fiancato da casematte grige, che conduce ai grattacieli di San Babila. A met di questo corso tutto dedicato all'acciaio, quattro colonne acciaiate precedono l'ingresso alla direzione delle acciaierie Falck. Il nome illustra l'uomo, il suo carattere, le sue occupazioni: Falck, come Krupp, sono nomi d'acciaio. Alcuni passi ancora, ed ecco anche gli effetti dell'acciaio: sette buchi sopra un muro, a destra, "spruzzati" all'altezza di una testa, di un cuore, di un ventre. Sette proiettili di acciaio hanno scavato questi sette buchi, una donna li ha sparati, e, prima di configgersi nel muro, essi hanno traversato il corpo di un vecchio principe milanese. Bench la morte avesse gi preso stanza in lui, il vecchio principe continu a camminare. E forse pensava: "L'ho scampata bella!".  la morte pi spiritosa, questa che coglie di sorpresa e non si fa conoscere. Colpita dal pugnale di Lucheni, Elisabetta si dolse che quello scostumato l'avesse urtata. Raccatt da terra la borsetta e l'ombrello, e sal sul piroscafo attraccato al molo di Ginevra, per traversare il lago e andare dall'amica che l'aspettava a colazione. Quanto pi la morte  violenta, tanti pi riguardi essa usa al paziente.  piet, curiosit, gioco? Un cerchio tracciato con la matita turchina, contorna ciascuno di questi sette buchi.
Torniamo in Piazza Belgioioso. Di fronte all'arco nero che porta in Piazza Crispi, nella parte opposta del vestibolo, stretta nell'angolo, c' una piccola casa rossa: uno di quei mobili assurdi che si trovano nei vestiboli delle case pi morigerate, perch li ha portati da paesi lontanissimi uno zio che ha molto viaggiato. In questa casa Alessandro Manzoni abit per pi di sessant'anni, e nel 1873 vi mor. La facciata  di cotto, e cos parte del fianco che guarda via Morone. Milano vantava un'altra casa rivestita di cotto, e ben pi vistosa della casa di Manzoni: la Casa Rossa, sita in Corso Venezia e decorata di episodi del Risorgimento. Quante volte mi avveniva di passare davanti alla Casa Rossa, mi fermavo a guardare nel bassorilievo dell'incontro di Cavour con Napoleone III ai bagni di Plombires, la figura breve e rotonda dello statista piemontese, la sua faccia occhialuta e imbarbettata, la sua velada da notaro di provincia, e meditavo sul mistero di uno che ha fatto l'Italia, e non  stato mai a Roma. Per molti anni, la Casa Rossa ha ospitato il centro del movimento futurista, ma un giorno questo curioso edificio che meritava gli onori del monumento nazionale, si accasci dietro uno steccato di demolizione. Pure in Corso Venezia, a poca distanza dalla scomparsa Casa Rossa, sorge un fabbricone di aspetto assirobabilonese, che i milanesi chiamano l'Acquario, perch subito dopo la prima guerra mondiale fu abitato da "pescecani". Per consolarmi della perduta Casa Rossa, vado a guardare il Museo di Storia Naturale situato poco appresso sul margine dei Giardini Pubblici. Anche questo edificio  di mattoni nudi e intonato allo stile mimetico tanto in uso alla fine del secolo scorso, e siccome sta bene in riva al Corso Venezia, altrettanto bene starebbe sulle rive del Gange. Internamente, questo palazzone  suggestivo e poetico, e tra i fossili del Glyptodon Cuvieri e del Toxodon Platensis, tenuti su con gli spilli, vedo aggirarsi distratto, stralunato, armato di cannocchiali, il professore Livenbrock, reduce dal suo viaggio nel centro della terra.
Nel tempo in cui Casa Ricordi aveva sede in via degli Omenoni, era l'epoca d'oro del melodramma verista. La Scala, il Dal Verme, il Carcano, il Lirico si contendevano le opere nuove. Fiorivano i melodrammi nella loro giornata breve: il Manuele Menendez, la Nave Rossa, una "seconda" Cavalleria Rusticana scritta da un maestro Monleone. Ogni sera un debutto. Nella camera della pensione che io andai a occupare in via Oriani, dietro la Scala, trovai un telegramma dimenticato dal mio predecessore nel cassetto del comodino. Diceva: "Debutto Tromben", ed era firmato "Delilier".
Un'aura musicale avvolgeva la citt, sonorizzava la sua morbida coltre di nebbia. I gigioni signoreggiavano in Galleria. Palt con martingala, bavero di castorino, bombetta ributtata sulla nuca. Tre, in un angolo, presso l'ingresso del Ristorante Economico, provavano le note di petto, turandosi l'orecchio e riunendo le tre teste in una carambola perfetta. Nella mia pensione, il tenore Borgatti cantava: "Infrante son le catene...". A tavola, il baritono Pacini si faceva servire un intero occhio di bue sul piatto, e pasteggiava ciclopicamente. Borella, ufficiale di cavalleria che aveva lasciato l'Esercito per dedicarsi ai libretti d'opera, una sera, in salotto, improvvis alcuni senari a una giovane scandinava, venuta a Milano a studiare canto:
O bionda figurina
Che tutta in te rani
La bellezza divina
Del volto e del sentir,
Non mi guardar ch affanno
A volta a volta e gioia
Gli occhioni tuoi mi danno
E non li so fuggir...
Un giorno venne ad abitare la camera accanto alla mia una cantante americana, e subito si sparse la voce che questa amazzone d'oltre-atlantico, questa Marfisa delle Montagne Rocciose aveva disdegnato le galanterie dei pi autorevoli editori, respinto le lusinghe degli impresari pi potenti.
Veniva da lei ogni mattina un vecchio maestro di musica, mezzo gobbo e mezzo cieco, e per ore e ore provavano la Traviata, nella quale la giovane americana doveva indi a poco esordire al Dal Verme. Per sfuggire a quegli accenti strazianti, aprivo il rubinetto del lavabo e studiavo nel rumore dello scroscio.
La notte, attraverso il buco della serratura, spiavo la solitudine ispirata della mia vicina, la guardavo gestire tragicamente, avvolta in un lenzuolo, cantare senza emettere suono. Perch non prolungava anche al giorno quel canto silenzioso? Ben si esercitano i pianisti sulla tastiera muta...
Colei si chiamava Edith de Lys, ed era del Minnesota.
Le serenate in quel tempo traversavano le notti delle nostre citt, a passo di marcia, composte di mandolinisti, cantori, e sonatori di putip. Sostavano ai trivii e ai quadrivii, per una sonata di maggiore impegno. E dal fondo del mio letto era un gusto per me, misto a un po' di malinconia, perch volevo io pure esser voce che vola nella notte, era un gusto udire la mandolinata arrivare di lontano, culminare il suo crescendo sotto le mie finestre, poi allontanarsi e morire in fondo alla strada. Una notte, la mandolinata si ferm nel trivio davanti la mia pensione, e cant:
Mamm vorrei sposare
Quel caro morettino...
Uscii sul terrazzino. Sul terrazzino accanto stava Edith, avvolta nel suo tragico lenzuolo. La mandolinata se ne and, Edith mi rivolse la parola in un barbarico italiano. Incoraggiato, osai dirle che probabilmente essa discendeva da Giovanna d'Arco, perch nel processo di riabilitazione fatto alcuni anni dopo la morte per abbruciamento, i discendenti di Giovanna furono insigniti di nobilt dal re di Francia e presero il nome di "de Lys", cio a dire "del Giglio".
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NOTA: Leggo in un giornale NOTA: 4 settembre 1942) che il signor Guillaume de Benouville, storico francese avrebbe scoperto che Giovanna d'Arco era di sangue reale. Questa scoperta renderebbe inutile la nobilitazione in memoriam. Ma bisognerebbe sapere prima di tutto chi  il signor de Benouville. FINE NOTA.
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L'americana mi ascoltava. Era di una ingenuit infantile. L'idea di quella illustre prosapia infondeva in lei un delirante gaudio. Sicuro dell'effetto, aggiunsi: "L'austerit del vostro carattere, il vostro comportamento da amazzone testimoniano in voi la guerriera e santa discendenza". Per piacere a certe donne, bisogna trattarle da nemiche dell'amore.
Del resto, l'indipendenza dall'uomo e dall'amore,  la forza della donna: era la forza di Giovanna d'Arco. Virt della verginit. Non c' uomo, non dir superiore, ma appena degno del nome di uomo, che non senta il valore "metafisico" della castit, questo mezzo "fisico" di vincere la morte. Libera fin dell'idea dell'uomo, chiusa nel suo pulcellaggio, Giovanna combatteva splendidamente e splendidamente vinceva. Ma un giorno, sugli spalti di Orlans, il capitano La Hire, in un impeto,  il caso di dire, di ira, chiam Giovanna col nome stesso della citt espugnata dagli Achei dopo dieci anni di assedio. Fu una rivelazione per Giovanna: una mortale rivelazione. Quel nome spezz la sua muraglia di vergine, smag il suo mistero, fiacc la sua forza. Era dunque donna anche lei? suscettibile il suo corpo di "giustificare" quell'insulto? Le virt guerriere di Giovanna si essiccarono, caddero come foglie morte. E da quel giorno Giovanna non vinse pi.
Editta mi ascoltava. Brillavano i suoi occhi nella notte. Chi sa? A me cos giovane in quel tempo e incapace di chiedere, Editta del Giglio non avrebbe negato forse ci che fieramente essa negava ai potenti della terra. La mia vita  intessuta di occasioni mancate.  forse un danno? Se anche quella non fosse un'occasione mancata, oggi io non la ricorderei con tanta dolcezza, con tanta nostalgia, con tanto "desiderio". L'inconclusione  un frigorifero che conserva freschi i nostri desideri.  con le occasioni mancate che a poco a poco noi ci costituiamo un patrimonio di felicit. Quando il desiderio  soddisfatto, non resta che morire.
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LELEFANTE.
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Il fascino che Milano esercit su Stendhal  noto, meno noto  quello che Milano esercit su Petrarca. Il nome di Francesco Petrarca rievoca naturalmente l'immagine della nativa terra aretina; rievoca la Valchiusa ov'egli medit il De vita solitaria; rievoca la sala dei baroni nel Maschio Angioino di Napoli, nella quale per tre giorni e tre notti il re Roberto lo esamin intorno allo scibile prima della incoronazione in Campidoglio; rievoca la dolce mareata dei colli Euganei ov'egli si ridusse nella sera della sua vita, e la piccola Arqu nella quale una notte egli chin la fronte sopra un libro di Virgilio e non si mosse pi. Ma al Petrarca milanese nessuno pensa. Nessuno pensa al Petrarca che non solo a lungo soggiorn prima nel piccolo convento di San Sigismondo, poi nella rustica villa da lui acquistata per sua stabile dimora fuori Porta Magenta, ma che per testamento lasci scritto di voler esser sepolto nella basilica di Sant'Ambrogio; il che viene a dire che il poeta pi greco d'Italia, desiderava riposare dopo morto nella pi greca citt d'Italia.
Un curioso moltisenso, una lunga freddura corre in riguardo alla rustica villa acquistata da Petrarca fuori Porta Magenta, e oggi segnata col numero 29 della via Fratelli Zoia. Questa villa  nota attualmente col nome di l'Interno, che sembra un significato voluto ma in verit  soltanto fortuito, essendo l'Interno una deformazione di Linterno, come per mio figlio Ruggero quando aveva quattro anni, lelefante era il vero nome dell'elefante. Linterno a sua volta  una riduzione di Liternum, ossia del nome che Petrarca stesso impose a questa villa in onore della Literna Palus dei Campi Flegrei, nella quale Scipione aveva eletto sua residenza abituale.
Il Canzoniere era soltanto il violon d'Ingres di Petrarca, il quale considerava sua opera capitale l'Africa, il poema eroico in nove libri da lui dettato in latino, col proposito di glorificare le imprese di Scipione l'Africano ed emulare Virgilio.
Voci insistenti corrono oggi sugli scrittori "superati" dal proprio tempo. Nella eco di queste voci  istruttivo pensare Petrarca che scrive con molto impegno il suo poema eroico in nove libri, e non s'accorge che scrive cose morte in una lingua morta.
Ogni volta che una freddura "esplode" accanto a me, io mi fermo come se davanti ai miei occhi si fosse aperta una buca. Brivido. Rivelazione. Nel piccolo lago della mia tranquillit  caduto un sasso. Un signore ci viene incontro per istrada, ma noi non sappiamo chi sia. N sappiamo chi sia se egli si ferma davanti a noi e comincia a sbottonarsi la giacca, poi il panciotto, poi la camicia. Ma se egli si sbottona anche il petto e ci mostra il suo cuore a nudo, noi siamo costretti a sapere chi :  la freddura fatta uomo.
Anche poco prima mi sono dovuto fermare, all'echeggiare di L'Interno-Linterno.
La freddura ha cattiva stampa. S'intende generalmente per freddura un frizzo a base di bisticcio o doppio senso; e a onor del vero i fredduristi sono per lo pi gente poco raccomandabile. Il freddurismo  quasi sempre ingenito, perch fredduristi si nasce, come si nasce carambolisti o ventriloqui. Caratteristiche le reazioni alla freddura, e tutte volte a dimostrare, come del resto insegna la parola, che la freddura d freddo.
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NOTA: Sul "freddo" della freddura, cfr. Cicerone NOTA: De Oratore, Libro 2, cap. 63): "Quae genera NOTA: genera, cio: gli ambigua verba di cui parla nel capitolo precedente) percurram equidem. Sed scitis esseNOT issimum ridiculi genus, cum aliud expectamus, aliud dicitur: hic nobismet ipsis noster error risum movet: quod si admixtum est etiam ambiguum, fit salsius; ut apud Novium videtur esse misericors ille, qui iudicatum duci videt: percontatur ita: "Quanti addictus?". "Mille nummum". Si addidisset tantummodo: "Ducas licet", esset illud genus ridiculi praeter expectationem; sed, quia addidit: "Nihil addo, ducas licet" addito altero NOTA: ambiguo) genere ridiculi, fuit, ut mihi quidem videtur, salsissimus. Hoc tum est venustissimum, cum in altercatione arripitur ab adversario verbum et ex eo, ut a Catulo in Philippum, in eum ipsum aliquid, qui lacessivit, infligitur. Sed cum plura sint ambigui genera, de quibus est doctrina quaedam subtilior, attendere et aucupari verba oportebit; in quo, ut ea, quae sint frigidiora, vitemus - est enim cavendum, ne arcessitum dictum putetur -, permulta tamen acute dicemus. Alterum genus est, quod habet parvam verbi immutationem, quod in littera positum Graeci vocant pa????as?a?, ut "Nobiliorem Mobiliorem" Cato; aut, ut idem, cum cuidam dixisset: "Eamus deambulatum": et ille: "Quid opus fuit dei Immo vero" inquit, "quid opus fuit TE?". Aut eiusdem responsio illa: "Si tu et adversus et aversus impudicus es". Etiam interpretatio nominis habet acumen, cum ad ridiculum convertas, quam ob rem ita quis vocetur; ut ego nuper Nummium divisorem, ut Neoptolemum ad Troiam, sic illum in campo Martio nomen invenisse". FINE NOTA.
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Eppure la freddura non va presa alla leggera: essa nasconde uno dei pi curiosi misteri della psiche.
Bisogna dire anzitutto che la freddura, non che praticata violentemente dal freddurista "di mestiere",  anche spesso praticata da uomini superiori: poeti, filosofi, artisti. Molti grandi uomini sono stati fredduristi. Non  chi non conosca le innumerevoli freddure di Shakespeare. Fredduristi egualmente erano Goethe e Vittor Hugo. Domandarono un giorno a Vittor Hugo di fare un brindisi; egli lev il bicchiere e disse: "Jupiter aima Latone, moi j'aime le tonneau".
Dante fa di pi: racchiude una freddura nel suo stesso nome, come insegna Boccaccio nel proemio del suo Comento alla Divina Commedia: "Ma del suo nome resta alcuna cosa da recitare, e pria del suo significato, il quale assai per se medesimo si dimostra; percioch ciascuna persona, la quale con liberale animo dona di quelle cose, le quali egli ha di grazia ricevute da Dio, puote essere meritamente appellato Dante". Anche pi curiosa  la freddura contenuta nel nome di Mercurio. Questo dio, che presso i Romani rappresentava l'Ermete dei Greci, originariamente non aveva nulla che fare con i commerci; ma il suo nome etrusco, Mirqurios, ricordava ai Romani la parola merce, e da questo bisticcio nacque a Mercurio la sua funzione di protettore dei mercanti.
Innumerevoli sono le freddure di Nietzsche, talune veramente stiracchiatissime, come Senta (personaggio femminile del Vascello fantasma) e sentimentalit, o Liszt e listieg (astuto).
Anche un nostro accademico  freddurista impenitente, e a lui si attribuisce la famosa freddura che "a Salamanca non si pu ballare, perch manca la sala". Ma come si vede, le freddure del nostro accademico sono di infima qualit; perch le freddure vanno divise in freddure plateali e freddure intellettuali, o come dire in freddure nobili e freddure ignobili.
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NOTA: Tra le freddure nobili, e anzi illustri, va messa la parechesi, cio a dire la ricerca di suoni analoghi o di lettere simili sia al principio, sia nel corpo della parola. Isocrate, Tucidide, Senofonte, Demostene, Erodoto, Platone hanno posto la massima cura a queste "bellezze" della frase. I quali del resto non facevano se non seguire la tradizione e il grande esempio di Omero. Eustazio segnala e loda alcune parechesi dell'Odissea particolarmente preziose. Victor Brard, Introduzione all'Odissea, Tomo 1. Aulo Gellio loda per parte sua Omero, "perch nessun poeta  generoso quanto lui di freddure: sed praeter ceteros omnes apud Homerum plurimos. Si conoscono le freddure sul nome di Achille: "colui che scaglia il dolore", e Achileus con una sola elle, "colui che la divina provvidenza aveva annunciato come la sciagura di Ilio"; la freddura sul nome di Ulisse, la freddura sullo sgabello di Eurimaco. Citiamo anche la freddura che Ovidio, nei Fasti, fa sul nome di Anna Perenna:  Placidi sum nympha Numici: Amne perenne latens Anna Perenna vocor.
Dice Stendhal, per bocca del conte Mosca nella Chartreuse de Parme: "Le calembour est incompatible avec l'assassinat". Anche sulla freddura, come su tante altre cose, la parola pi sottilmente vera l'ha detta il Milanese. L'uomo che gioca con le parole  troppo su nelle sfere dello spirito, troppo lontano dalle buie regioni ove la vita  presa sul serio e si commettono gli assassinii. Montaigne loda gl'Italiani, perch hanno fatto "tristezza" sinonimo di "malignit". FINE NOTA.
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E mentre diremo ignobili quelle del freddurista tipo, nobili chiameremo le freddure che si trovano nella Commedia di Dante, nel Canzoniere di Petrarca, nei Vangeli e quelle che pronunciava Apollo per bocca della Pizia, i cui responsi erano altrettanti bisensi, ossia altrettante freddure. (Ve lo sareste immaginato un dio freddurista? Ci pensino i nemici della freddura, e i cultori della freddura eleggano Apollo loro patrono).
Ma l'esempio pi impressionante di freddura nobile  il Crtilo di Platone, cio a dire una delle opere pi importanti di colui che fu soprannominato "il divino". Questo dialogo occupa 77 pagine della edizione Laterza, che sono bei volumi in 8, e si pu dire che sono settantasette pagine di freddure. E poich sono freddure quasi tutte intraducibili, il traduttore ha dovuto lasciare le parole freddurizzate in greco, e segnare in calce la corrispondente parola italiana.
Freddurista  persino il grave Aristotele, che nel libro 2, capitolo 24, paragrafo 1, della Retorica, fa una intraducibile freddura tra topo e misteri.
Argomento del Crtilo  la conoscenza della natura delle cose per mezzo del nome della cosa, o di parte del nome, o di parole affini al nome sia per significato, sia per suono. Un gioco etimologico "in libert". E questa libert  cos grande, che la ricerca della conoscenza di una cosa attraverso il suo nome, stranamente somiglia alla sciarada fatta sul nome di Leoncavallo: "Bestia il primier, bestia il secondo, bestia l'intier". Cos, dalla spiegazione della natura degli di attraverso freddure fatte sui loro nomi, alla spiegazione delle umane qualit e delle idee per mezzo di altrettanti bisensi, si ha una spiegazione generale del mondo per mezzo di freddure.
La freddura  la filologia del povero. Con questo in pi che la freddura non scompone la parola secondo un sistema logico, scientifico e che non d sorprese, ma in una maniera del tutto arbitraria e che d significati nuovi e imprevisti.  forse troppo arrischiato proporre l'idea che nella freddura si manifesta per qualche barlume la divinit? Non dimentichiamo che negli accostamenti fortuiti delle parole, i Greci riconoscevano la voce degli di. Nel freddurista c' anche una parte se pur minima della gioia del demiurgo, ossia di colui che fa concorrenza a Dio. Creare da due significati diversi un "terzo" significato, inaspettato e sorprendente, assume il freddurista nella regione metafisica e dei misteri. E chi sa se quel freddo che gli ascoltatori fingono di sentire all'echeggiare della freddura, non sia una reminiscenza dello stupore sacro che d la rivelazione di un fatto trascendente? La freddura determina un misterioso spostamento d'aria. Non lasciamoci ingannare dalla piccolezza della freddura e soprattutto dalla sua cattiva fama, e accettiamo senza pregiudizio l'idea che nella freddura c' il meccanismo, se non altro, di molti fatti religiosi.
Si aggiunga che il freddurismo  squisitamente maschile: conferma forse del suo carattere demiurgico. Stimo impossibile, molto raro in ogni modo un freddurismo femminile.
L'attitudine al freddurismo si pu considerare come indizio di maschilit, considerato che gli uomini poco maschi mostrano scarse tendenze al freddurismo, e l'avversione alla freddura aumenta di conserva con l'inversione sessuale.
Ho assistito al film Imputato alzatevi in compagnia di un amico dalla mente ornatissima ma tendenzialmente femminizzante, e mentre le freddure di Macario facevano scoppiare in platea (tra i maschi della platea) boati di risa (nell'urlo belluino che una freddura riuscita, ossia un significato distrutto, suscita nella folla, c' forse anche la gioia bestiale di vedere sconvolto e distrutto un fatto, un'idea, una cosa consacrata dall'uso, e dunque rispettabile e sacra) e io mi comprimevo i fianchi dal gran ridere, l'amico accanto a me arrossiva di sdegno, e poco appresso si alz e se ne and, perch quelle idiozie l'offendevano.
Nella donna, l'avversione alla freddura non ha veli. La donna  deliberatamente nemica della freddura. Chi vuol farsi disprezzare e magari odiare da una donna, le dica una freddura: la solidariet tra uomo e donna, gi cos tenue e attaccata a un filo, si spezza di colpo.
A che imputare l'avversione della donna alla freddura? La risposta  forse in quella gioia bestiale di cui parlavo prima, che la freddura come distruttrice di significati consacrati suscita nell'uomo, ossia nel carattere iconoclastico della freddura. La volont di rispettare ci che dev'essere rispettato, nella donna  molto pi viva che nell'uomo.
Sto visitando la VII Triennale di Milano. Nella sala dedicata alle scuole artigiane, trovo alcuni vasi istoriati da episodi omerici. Questa scelta mi  felice sorpresa. Immissione di un mondo diverso, lontano, "superiore" nel mondo solitamente cos chiuso, cos modesto, cos "dialettale" dell'artigianato.
Solo per ragioni di antichit il mondo omerico  "superiore"? Non sempre, come vorrebbero gli archeomani, ma spesso l'antichismo costituisce valore.  una forma d'immortalit. Cose che sopravvivono al proprio tempo e si perpetuano per tutti i tempi, e talvolta al di l del tempo; mentre altre si corrompono e muoiono, spesso prima della fine del proprio tempo. Anche una statua, una colonna, un tempio sopravvivono per ragioni interne.
Volont di riduzione. Lavoro perpetuo, tenace, instancabile per riportare in linea ci che supera la comune misura. La vera ragione della grandezza di Dio,  forse questa volont di mantenere l'uomo piccolo. "Cristianesimo" (non dico Cristo), "popolo", "genuinit", "verit" sono altrettanti modi di collaborare alla conservazione della piccolezza umana.
Per indurre l'uomo a non superare la linea, si creano le immagini grottesche e spaventose di Bouvard e Pcuchet, ossia l'immagine di come diventa l'uomo "che ha superato la linea".
Sotto l'intenzione bonaria di caricaturare due poveri stupidi gonfi di stupidi sogni, si cela la malvagia, l'interessata, l'onniumana intenzione di rintuzzare, con l'esempio, con l'ilotismo, ogni tentativo di grandezza. (Intenzione naturale in un pessimista per spirito borghese come Flaubert). Del resto, non assistiamo noi al tentativo di svalorizzare i valori del secolo scorso, caratterizzati soprattutto dalla volont d'ingrandire l'uomo, e di farli passare per aspirazioni alla Bouvard e Pcuchet? Del vivere modesto, soprattutto del pensare modesto, del "volere" modesto, Strapaese fa una regola d'igiene.
Anche Omero era stato "tirato gi". Non che la grandezza di Omero fosse irritante come quella di un Nietzsche, o sia pure di un Pitagora ( la singolarit della grandezza che riesce particolarmente irritante, e il suo naturale alleato: l'ermetismo; Vittor Hugo, Manzoni sono pi facilmente accetti, perch pensano, in pi grande, ci che pensano tutti), ma essa irritava egualmente, perch ogni grandezza irrita, e perci la grandezza del "pi grande" poeta dell'antichit fu livellata, stesa sul piano comune, trasferita dal nominato all'anonimo, sparsa tra il popolo; e Omero stesso fu ridotto, tagliato a pezzi e moltiplicato, siccome accadde ai primi uomini che Giove tagli a met per dimezzare la loro pericolosa forza, e, sotto filologici pretesti, di un Omero solo furono fatti tanti Omeri.
Poteva ingannarmi il mio fiuto? Omero dice cose che il popolo non dice, pensa cose che il popolo non pensa: che il popolo non vuol pensare per tranquillit, per paura, per religione, per quella parvit e rigidezza e monotonia di idee che costituiscono il suo sistema di difesa.
Oltre a tutto, Omero ha un concetto della donna, un'idea fertile, inquietante e, per molti, pericolosa o per lo meno insaggia della donna, che il popolo non ha, non vuole avere. Si  mai pensato a un Omero "femminista"? Il ritorno di Ulisse pone il problema delle relazioni tra uomo e donna in modo quale la vita elementare del popolo, la vita patriarcale non si sogna neppure.
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NOTA: Il problema posto da Omero m'ispir e, accentuandolo, ne feci il mio Capitano Ulisse. FINE NOTA.
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La delusione di Ulisse, la sua amaritudine di fronte alla mancanza di libero arbitrio di Penelope e al suo atteggiamento strettamente, squisitamente coniugale, attestano che nella donna Ulisse, come il pi ibseniano degl'ibseniani, cercava soprattutto l'anima: quell'anima che a Strapaese accende omeriche risate.
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NOTA:  dunque per ragioni antichissime, e per determinare il carattere casalingo, troppo casalingo di Penelope, che ancora nella Grecia di oggi chiamano Penelope quel fragile oggetto che sta sotto il letto, vestito di bianco la mano sul fianco. FINE NOTA.
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L'Odissea compilata da Vittorio Brard non m'interessa perch sveste il "dramma" di Ulisse del suo manto posticcio di rapsodia; non m'interessa perch scopre la vera sede della "dea del nascondiglio" in un isolotto del litorale marocchino; non m'interessa perch rinetta il testo odisseico delle interpolazioni fatte sotto i Pisistratidi: m'interessa perch libera i poemi di Omero, e la figura stessa di lui delle interpolazioni ben pi gravi, delle interpolazioni "mentali" fatte in tutti i tempi e sotto qualunque governo dalla "volont di riduzione". E cio: muore l'Omero analfabeta, anzi muoiono gli Omeri poeti popolari e d'istinto, e rinasce l'Omero letterato coltissimo e poeta da tavolino.
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NOTA: La correzione fatta da Brard al ritratto di Omero, torna comoda anche a Virgilio: finisce cos quell'odiosa opposizione di Virgilio poeta da tavolino, all'Omero analfabeta e direttamente ispirato dalla musa. FINE NOTA.
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Muore la Grecia "omerica", ossia primitiva e "rozza", la Grecia "arcaica" e rinasce la vera civilt che ispir e fu culla e crogiolo alla poesia omerica: quella ionia civilt che fu sopraffatta di poi e spenta dal medioevo dorico; quell'altissima civilt ben pi matura non diciamo della nostra, ma della stessa civilt del Settecento, che tanto pi della nostra si avvicin alle dorate cime della civilt (Cimarosa...).
 il fiato di quell'altissima civilt, che tanto mi piacque e riconfort nella mente e nel lavoro dei nostri artigiani.
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NOTA: Per molti anni, uno dei nostri pi noti i scultori cred che gli Arcaici fossero un popolo. FINE NOTA.
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Ispirazione salutare. Nel lavoro manuale, nell'arte meccanica non c' soltanto il lavoro manuale, soltanto l'arte meccanica, ma c' un'attrattiva pure, un fascino, persino una poesia del lavoro manuale, dell'arte meccanica. E questa poesia tira dalla sua, trascina l'uomo verso il basso, in opposizione all'"altra" poesia, che innalza e allontana da quaggi.
Da questa poesia "bassa" l'uomo tanto pi facilmente si lascia ammaliare, che a essa si lega l'idea del "dovere", questa dolce idea di "obbedire" e "servire" che tanto piace all'uomo, perch lo libera dalla spaventosa e vuota libert, lo esime dalla faticosa e pericolosa necessit della caccia, lo scioglie dal terrificante bisogno di giudicare da s, gl'ispira i confortanti sentimenti della casa, del letto, della tavola servita tre volte il giorno per cura dell'amministrazione centrale.
Me personalmente, il foglio bianco, la tela bianca da dipingere, squallidi e terrificanti campi vuoti che costringono a creare dal nulla (questa necessit cos lontana, cos contraria alla natura dell'uomo) mi spaventano e ripugnano; mentre il lavoro manuale, l'arte meccanica m'indorano d'incanto. Perch anche noi abbiamo il nostro artigianato, la parte del nostro lavoro che pi tranquillamente e umanamente ci piace: quel tornare con applicazione di artigiani, puri di preoccupazioni mentali, sulla prima stesura del lavoro letterario, o pittorico o musicale, e lavorare meccanicamente; quel giocondo lavoro che si fa cantando, mentre il lavoro sulla carta bianca - e si pu davvero chiamare lavoro? -  cupo e tormentoso come il peccato. E un giorno che uscivo dalla casa natale di D'Annunzio a Pescara, e la mia mente era ovviamente volta alla poesia, la vista di un falegname nella sua bottega l presso, che a uno a uno infilava i denti di un rastrello dentro i buchi della tavola traversa, aspir cos pienamente la mia attenzione, che di colpo la poesia fu vinta e sbandita dal mio pensiero, da una incantata attenzione a quell'opera manuale.
C' anche il miracolo nell'artigianato, l'immagine precisa, suadente del miracolo: che un giorno m'apparve a Tarquinia, da un vecchio vasaio che faceva girare il tornio davanti a s, e con le palme esperte delle sue mani antiche formava a poco a poco il vaso su quella trottola di argilla, e con la punta dell'indice, delicatissimamente, scavava l'incavo.
Ed  quest'attrattiva, questo fascino, questa poesia, questo miracolo che si vogliono spacciare a noi come "la vera arte, munita della sua vera morale".
Fratelli, badiamo a non cadere nella rete. Piccoli, comodi miraggi per distrarci dal nostro vero e unico destino che , di l dagli uomini e di l dagli di, di creare dal nulla.
Pensiamo ancora all'opera naturale, elementare degli artigiani. Era estate e io stavo a Gents, nella baia del Monte San Michele, in Normandia, ospite di un critico d'arte molto in voga in quel tempo e teorico del "neoumanesimo".
Dire che un critico d'arte era in voga dieci anni fa, sottintende che ora quel critico d'arte non  pi in voga. Gli avvenimenti politici e guerreschi sopravvenuti nel frattempo, hanno spento molte cose, fra cui molte forme d'arte. Alcuni lo deplorano, altri se ne compiacciono. Sentimenti personali gli uni e gli altri, troppo personali e, soprattutto in coloro che se ne compiacciono, ispirati da invidia e impotenza. Il valore poetico sopravvive sempre, e torna a brillare immancabilmente, come un corallo in fondo al mare, quando il mare ritorna tranquillo.
Un giorno accompagnai il teorico del neoumanesimo a spedire un pacco di libri. Ma all'ufficio postale non accettarono il pacco cos com'era fatto. Bisognava legarlo con spago. Comprammo un gomitolo di spago in una cartoleria vicina, e il critico in voga cominci a confezionare il pacco. Invano! I capi dello spago gli sfuggivano, non riusciva a fare il nodo. Le sue mani bianche, curate, morbide, erano inette al lavoro.
Se c' qualche giustificazione nella stretta di mano,  nel suo rivelare la qualit dell'uomo. Da questo attoccamento banale, frettoloso, in istrada, si pu riconoscere l'uomo capace dall'uomo incapace, l'uomo fattivo dall'uomo infattivo, l'uomo operante dall'uomo inoperante, e dalle qualit fisiche dedurre le qualit psichiche, distinguere l'uomo sincero dall'ipocrita, l'uomo leale dal disleale, il buono dal malvagio.
Una volta i guantai ponevano a insegna delle loro botteghe una enorme mano di ferro, quasi sempre di colore rosso. Quella mano m'impressionava. Era il simbolo della civilt: l'immagine dello strumento che riduce l'informe al formato, l'inutile all'utile.
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NOTA: Anassagora riconosce la superiorit intellettuale dell'uomo sugli altri animali, nel possesso della mano. FINE NOTA.
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Anche il sole che sorge la mattina spandendo intorno i suoi raggi,  una mano con le dita aperte,  la mano necessaria, la mano provvidenziale, che rende questo mondo abitabile. Uno slogan che in questi anni ha avuto una fortuna giustificata,  questo: "Pensare con le mani".
Un solo modo possiede l'uomo di operare utilmente: questo modo manuale che mette l'uomo in condizione di competere col demiurgo, che fa dell'uomo stesso un demiurgo. Questo modo espansivo, questo modo centrifugo, questo modo radiante. Qui sta il mistero delle cose, il mistero del mondo, il mistero dell'universo: nel mozzo della ruota; non fuori del mondo, come credono le teste molli, gli uomini "senza mani". Anche le idee, anche le immaginazioni poetiche "nascono dalle mani" e debbono serbare il loro carattere manuale. Altrimenti non valgono. Altrimenti non hanno n consistenza n vita. E se a Platone, questo "idealista" per eccellenza, non si chiede di battere l'acciaio, di girare il vaso d'argilla sul tornio,  perch, alle sue idee, la sua "mano" di scrittore ha dato la tempra dell'acciaio battuto dalla mano dello spadaro, la forma dell'anfora tornita dalla mano del vasaio.
Solo gli uomini "senza mani", gli uomini "che non sanno fare i pacchi" trapassano nello "spiritualismo": questo nimbo, questa morte in mezzo alla vita. Talvolta, gli uomini "senza mani" sono interi popoli. Sono gli Indiani, i quali non hanno storia perch non hanno mani. Sono gli Orientali. Sono le donne.  Maurizio Maeterlinck. Sono gli esteti. Sono coloro che cercano la grande salute nello spirito puro. Come se ci fosse possibilit di fiamma senza combustibile! Sono i Turchi. Sono i popoli incapaci di costruire. Incapaci di civilt la quale non  che costruzione. Sono i popoli che non hanno artigianato. (In Turchia l'artigianato era tutto nelle mani -  il caso di dire - degli stranieri: greci, armeni, levantini).
Si dice che la mano dev'essere guidata dalla testa, ma in verit la mano ha meno bisogno della testa, di quanto la testa ha bisogno della mano. In una civilt perfetta, in una civilt che ha raggiunto il supremo equilibrio, in una civilt conchiusa ormai e che non aspetta pi nulla da fuori, le mani, calde dell'impulso iniziale, opereranno senza l'ausilio della testa; e il ronzio d'oro di questa manualit squisita si lever in tondo, mentre intorno, sui loro piedistalli, le teste, enormi e inutili, dormiranno con gli occhi chiusi.
I sonetti pi compiuti di Petrarca, non mi danno quell'incanto che mi d la contemplazione di uno scarpaio che forma uno stivaletto, di un falegname che tornisce la gamba di una tavola, di un pittore che con pennelli e colori imita le venature del marmo.
La nostra vita  nelle mani degli artigiani: sono essi i padroni della nostra felicit.
Gli artigiani prendono la nostra vita fin dall'inizio, l'accompagnano attraverso gli anni dell'infanzia, attraverso l'istmo dell'adolescenza, attraverso il giardino della giovent, attraverso le selve dell'et matura. Ho in mente, ho negli occhi, ho nelle mani la forma, i colori dei giocattoli che mobiliarono, che adornarono la mia infanzia. So che certi atteggiamenti della mia mente, certi miei gusti, certe mie preferenze derivano dalla forma, dal colore, dall'odore di certi miei giocattoli. Poi, a poco a poco, i mobili della casa paterna scortarono il mio ingresso nel mondo. Si crede veramente che "nulla" sarebbe mutato nel destino di un uomo, se al posto di un mobile curvo ci fosse stato un mobile angolare? I nostri rapporti con l'universo, con la natura, con gli alberi, coi fiumi, col mare, col cielo, con le stelle sono indiretti e ineffabili: il nostro universo vero, l'universo nel quale noi viviamo, che ci circonda, ci tocca, ci stringe da ogni lato,  l'universo fabbricato dagli artigiani. E gli artigiani, che fanno l'interno delle nostre case, che danno forma e colore ai muri delle nostre camere, ai mobili in mezzo ai quali noi viviamo e che sono i nostri compagni pi fedeli, che vestono la nostra nudit, che ci danno gli oggetti del nostro uso personale, gli strumenti del nostro lavoro; sono gli artigiani i regolatori del nostro umore, gl'ispiratori del nostro pensiero. Quante volte la forma di un mobile, la sua qualit, la levigatezza di una tavola, un cassetto che si apre male, hanno deviato, hanno mutato, hanno distrutto il nostro pensiero; e quante volte la buona qualit degli oggetti che ci circondano, che noi maneggiamo, facilitano la nostra vita, allietano il nostro umore, agevolano il nostro pensiero?
Ritorno al ricordo del vasaio di Tarquinia.
Era il 1920. Stavamo una sera al caff. Vincenzo Cardarelli cominci a parlare di Tarquinia e ne parl cos bene, che indi a poco eravamo tutti concordi di visitare questa antica citt e le sue tombe etrusche. Stabilimmo di non rincasare ma di fare l'alba in giro per Roma, a fine di partire col primo treno. Oltre a Cardarelli c'era Emilio Cecchi, Armando Spadini, Aurelio Saffi. Al nome di Aurelio Saffi il lettore sar tratto probabilmente a pensare al triumviro della Repubblica Romana, ma qui si tratta del nipote del patriota forlivese, e mio carissimo amico. Tarquinia in quel tempo non aveva ancora perduto il suo nome di Corneto, derivato pi dal nome del corniolo che da quello delle corna, e assieme con il ricordo della prisca dinastia dei re etruschi, evocava quello di Don Pasquale. Scendemmo nelle tombe sotterranee, tra la vita cos familiare, cos conviviale dei morti etruschi; passeggiammo quella terra carica d'anni, tra il mare deserto e il colle che una volta si portava in groppa la prima Tarquinia; incontrammo sulla strada un carro sul quale una fanciulla stava riversa sull'erba e delirava soavemente, perch la tarantola, ci dissero, l'aveva punta in campagna; guardammo nel museo Vitelleschi la raccolta delle statue tozze e tracagnotte, i coniugi sdraiati sui sarcofaghi, i vasi e le monete; girammo la citt, le sue strade anguste, il suo corso in piena in quell'ora di passeggio; e mentre il sole scendeva dalla parte del giardino delle Esperidi e le gazze chiacchierando fitto fitto rincasavano nelle vecchie torri quadre, ci trovammo nel cortile di un vasaio.
Era un cortiletto chiuso d'un lato da una casetta bassa, e sugli altri da un muro di poco pi alto di una normale statura d'uomo. Sporgevano da dietro il muro i rami di un alberetto grigio e frusto, degno di ospitare il passero solitario di Leopardi. Il vasaio stava seduto in un angolo del cortile, il suo piccolo tornio tra le gambe. Pi che vecchio, costui era senza et. Era antico. Era come il muro che lo chiudeva dentro il suo quadrato. Era come i rami grigi e frusti dell'albero che si spargevano nel cortile. Era come la terra carica d'anni che avevamo calpestato l fuori. Era come le tombe istoriate della vita dei morti, nelle quali eravamo scesi dianzi. La sua faccia era una zolla di terra asciugata da una lunghissima serie di soli rinnovati e medesimi. Nelle sue mani a corteccia potevano nidificare le formiche. Il suo collo era un fascio di tubi arrossati dalla ruggine, che scendevano a tuffarsi nella svasatura della camicia. I suoi gesti regolari e lenti, che immutabilmente egli ripeteva da secoli, non turbavano n rompevano tanto meno l'immobilit. Nulla d'inatteso in lui, di "non fatto gi". Non sguardo, non voce, non sorriso che spezzassero o interrompessero la monotona continuit del tempo. Guardava noi, ed era come se ci avesse conosciuti da sempre; parlava con noi, ed era come se avesse tante altre volte parlato con noi, e in questa vita, e in molte vite anteriori. Il nostro arrivo, la nostra presenza, le nostre domande non lo fecero minimamente derogare dal ritmo della sua esistenza secolare e arborea. Il suo vivere era un moto perpetuo che nessuno poteva dire quando fosse cominciato, n se e quando si dovesse arrestare. Il suo piede premeva con movimento di palpito il pedale del tornio. Le sue mani contenevano come dentro una carezza antichissima la roteante massa d'argilla, la premevano leggerissimamente ora con le palme, ora con il polpastrello del pollice; e l'argilla a poco a poco viveva e si formava sotto quella carezza, s'impinguiva ai fianchi, si restringeva al collo e al piede, arrotondava la bocca come un piccolo mortaio. E l'opera di quel vasaio, il lavoro di quell'artigiano fu per noi la vivente testimonianza di come nacque l'antichissima e misteriosa civilt degli Etruschi, come si formarono quei vasi che avevamo visti al museo Vitelleschi, come si edificarono quelle tombe che perpetuano la vita di l dalla morte; come si continua tuttavia questa civilt e si continuer ancora.
Stemmo a guardare il lavoro del vasaio come si guarda scorrere un fiume, come si guardano le onde del mare correre una appresso all'altra e stendersi sulla rena, come si guardano sbocciare le rose di fumo su dal cratere del Vesuvio e sfaldarsi nel cielo. E nel guardare il lavoro del vecchio, dell'antico, dell'eterno vasaio, chiara mi divenne l'essenza dell'opera artigiana, la virt della cosa fatta a mano; la cosa che conserva un po' dell'incerto, del caduco, dell'imperfetto, dello sbagliato della natura umana; la cosa che serba il senso di questa nostra condizione mortale, che  la nostra immortalit.
 questa virt che continua l'artigiano nell'artista, e dell'artigiano fa un artista; questo portare nell'opera il caldo e il palpito della vita umana; questo infondere, attraverso la mano, l'umano nell'oggetto; questo dare alle cose una segreta immagine dell'uomo, e fare s che tra le opere degli artigiani l'uomo ritrovi una vasta e silenziosa famiglia.
Guai se l'opera dell'artigiano dovesse avviarsi a quella perfezione meccanica che  il congelamento, l'irrigidimento, la morte dell'oggetto. Salite al soffitto della Sistina, come ho potuto fare io, quando i palchi salivano fin lass per i restauri, e guardate il libero, l'immeccanico, il vivo - guardate l'artigianesco con cui Michelangelo ha dipinto le bande decorative intorno alle sibille e ai profeti.
Guai se le mani degli artigiani si dovessero irrigidire, perdere le loro virt, ridursi a muovere i comandi di una macchina; guai se questo lavoro minuto, personale, individuale, fatto come in segreto, come in famiglia, spesso nel luogo stesso ove si mangia, ove si dorme - guai se questo lavoro umano si dovesse fermare ed essere assorbito dalle grandi macchine nere e impassibili.
Le macchine sono forti ma fredde e spietate, e i materiali che da una parte esse ingurgitano, li restituiscono dall'altra in oggetti lustri ma senz'anima, che non ci diverranno mai amici, che in segreto ci odiano e insidiano la nostra vita.
 il lavoro paziente e umano degli artigiani - questo lavoro che non fatica, perch diventa attivit naturale, come il respirare o il palpito del nostro cuore -  il lavoro dell'artigiano che ci salva dal minaccioso avanzare delle macchine; delle macchine nere, orgogliose, crudeli, che vorrebbero scendere dal loro misterioso paese di Erewhon, e distruggere l'uomo, disperdere i suoi lavori, e sul mondo deserto e inselvatichito aggirarsi, sciancate e tarde, come dinosauri di acciaio.
Dalle sale della Triennale dedicate agli artigiani, passo nella sezione dei ricami e tessuti ordinata dal mio amico Fabrizio Clerici. Questa sezione invita all'amore della vita. Le trine stendono nelle vetrine le loro figurazioni aracnee. Ma perch quel letto laggi, bianco, fra quattro colonne di cristallo intinte nella fragola? quel letto che fa pensare a un bimbo morto fra le caramelle? Stanno ai piedi del virgineo letto due donne: due manichini. Una  ritta, in vestaglia, irta la testa di papigliotti e si chiama Zenaide. L'altra si chiama Olimpia, sta seduta in poltrona, due boccoli chiudono fra due colonnine d'oro le sue gote rosate, i suoi occhi stellati sono fissi in un infinito d'amore, e le carni della scollatura, fatte di seta imbottita, hanno il rosa delle aurore boreali. Ora s che io intendo l'anima di Hoffmann, e le ballate lunari e l'amore di Pigmalione, e come si possa dare il cuore, e l'anima, e l'onore, e la vita a una statua, a una bambola, a un simulacro. Ben li diede Paride al simulacro di Elena...  tempo di luna. Stasera mi nasconder nella Triennale fra le trine e i tessuti; e quando mezzanotte soner, e lo sguardo di Ecate entrer attraverso la vetrata, io, piano piano e tremante, uscir dal mio morbido nascondiglio, piegher il ginocchio sulla pedana davanti a Olimpia, e a lei muta, a lei arcana, a lei viva della sua vita senza vita, a lei bellissima e pi bella di ogni creatura viva, la destra sul cuore, con voce rotta dai singhiozzi, dir....
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ALA-REIKS.
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Le piazze di Milano non hanno nulla di apprestato: sono incontri casuali di vie nelle quali il vento della fantasia si raccoglie e gioca, perch in questa citt tranquilla e felice altro vento non tira, se non quello di una fantasia sottile e pacata.
Cinque vie si riuniscono a comporre Piazza San Sepolcro. Io vengo dalla via Moneta, che non si chiama cos per onorare l'irenica memoria di Ernesto Teodoro Moneta, ma perch prende nome dalla vecchia Zecca che sorge qui dietro. La chiesa avanza verso il centro della piazza e striscia una profonda riverenza. La sua faccia rossa  preceduta da un portichetto a volta e colonnette, e seguita da due torri massicce. Queste salgono nel cielo non si sa se a pregare o a minacciare: forse a pregare e assieme a minacciare. Nella preghiera  implicita la minaccia, per il caso che il santo dovesse essere o restio o insollecito a esaudire la preghiera. Per non essere indotto a minacciare, io mi astengo dal pregare.
Anche Ernesto Teodoro Moneta ha la sua via a Milano. Durante un congresso di pacifisti a Parigi, capit a Moneta di fare anticamera in un ministero. L'usciere finalmente chiam i suoi molti nomi, accentuandoli francescamente sull'ultima sillaba: Ernest Teodor Monet. Duro d'orecchi, poco pratico del francese e soprattutto timido come tutti gl'idealisti, Moneta si alz premuroso e domand: Je?
Anselmo IV, arcivescovo di Milano, edific questa chiesa a simiglianza del San Sepolcro di Gerusalemme, affinch l'immagine del santo luogo fosse sempre presente ai milanesi. Il tetto  a capanna, come anche il tetto del Duomo sotto i suoi candelotti decorativi. Il tetto a capanna  il pi antico che si conosca, ma  considerato povero e sul Duomo lo hanno mascherato con le guglie. Gli esteti non amano le guglie del Duomo e le chiamano "un mazzo d'asparagi". A me l'ambizione non dispiace, neanche in architettura. Una guida insegna che in questa chiesa Leonardo da Vinci veniva a pregare e San Carlo a meditare, ma  evidentemente un errore, e bisognerebbe correggere che San Carlo veniva a pregare e Leonardo a meditare.
Piazza San Sepolcro  il punto "crociato" di Milano. Mussolini fond in questa piazza il primo Fascio di Combattimento, e da questa stessa piazza, nel 1907, i milanesi mossero alla volta della Terrasanta, preceduti dal loro vescovo Anselmo da Bovisio che reggeva a guisa di stendardo un braccio di Sant'Ambrogio. Capitano dei Crociati era Ottone Visconti, che alla presa di Gerusalemme abbatt con le sue mani un gigantesco capo saraceno, e gli tolse il cimiero figurante un drago con un fanciullino tra le fauci, che di poi divenne l'arme dei Visconti.
Il forte Otton che conquist lo scudo
In cui dall'angue esce il fanciullo ignudo.
La chiesa di San Sepolcro fa corpo col palazzone dell'Ambrosiana, e i due edifici si confondono in un unico edificio di studio e di preghiera. L'aspetto militare e turrito si spiega: la scienza  guerriera, Minerva  armata. Queste formidabili mura sono levate a difesa di tremila incunaboli, del celeberrimo Omero, del Virgilio annotato dalla mano di Petrarca, del Codice Atlantico che va letto da destra a sinistra, come se fosse scritto in turco.
La scrittura ermetica  una forma di pudore. Per la mia prima mostra di pittura, avvenuta a Parigi nel 1927, Jean Cocteau scrisse una prefazione che per met va letta nello specchio. Le lettere del mio nome disposte in colonna, formano delle parole che tutte assieme compongono questa frase: "Sans Artifices Votre Instrument Nouveau Intrigue Orphe". L'ermetismo ha anche il fine di misterizzare ci che manca di mistero proprio: di profondit. Che cosa, o lunga luce, che cosa sottintende per converso questa mia costante volont di portare la scrittura a una chiarezza sempre maggiore, sempre pi alta?
A sinistra della chiesa e un po' a ritroso sporge il fianco dell'Ambrosiana, una grande finestra ad arco s'incurva nel muro, e nei suoi vetri splendono per riflesso le luci della piazza. L'angolo  armato di una cancellata di ferro. In questa si alternano colonnette marmorine. Su ogni colonnetta posa una pigna.
Anzich "colonnette marmorine", un instilista avrebbe scritto "colonnette marmoree": avrebbe messo insieme la modestia di "colonnette" e la dannunziana magniloquenza di "marmoree": avrebbe generato un piccolo mostro. Lo stile elimina nonch i mostri, ma ogni contrasto pure, ogni effetto. Congiunge con tanta cura le varie parti del discorso, da fare un intarsio levigatissimo sul quale l'occhio scorre e la mente non trova intoppi. Lo stile spegne la parola, la rende silenziosa e invisibile. Il lettore riceve dalla pagina l'idea, le idee, ma non sa, non s'accorge, non  indotto a domandarsi quale congegno letterario le ha espresse. Una pagina scritta con stile si legge ma non ci si avvede come  scritta, siccome una pittura dipinta con stile si guarda e non ci si accorge come  dipinta. In una pagina di Verga le parole o fanno buca o fanno sasso. E l'occhio si ferma ammirato. Genio di scrittura  molto spesso mancanza di stile. E l'equivoco si protrarr fino al raggiungimento di una eccelsa civilt letteraria, monda di ogni bellezza superflua, di ogni pregio contrario, di ogni errata qualit. Verr mai?
Pigne, fiori d'acanto, ali. L'araldica dell'architettura parla quanto mai chiara alla mia mente, suona seducente quanto mai la sua poesia. Anche l'architettura razionale cerca una sua araldica, ma i simboli del suo linguaggio sono confusi e informi. Che significano quelle coppe cave intorno a certi portoni di grattacieli, quei cilindri rilevati che vorrebbero essere tronchi d'albero e sono appena dei tubi mozzi?
 sera. Sulla piazza posa un gran silenzio e dentro a questo, come un paesaggio corallino sotto la sua conca di cristallo, si raccolgono in un ronzio d'oro la vita, i passi, le voci dei passanti. Un'illusione forse? Il parlare qui  appena un susurro, attutito il rumore dei passi, il rispetto osservato da tutti.
Dietro la cancellata biancheggia una statua alta di sacerdotale maest. Sta per muovere incontro al popolo e levare su esso la mano guantata e benedicente. Il vento della marcia le gonfia la tonaca ampia. Infilo lo sguardo nella penombra, scopro il pizzo che prolunga il mento, riconosco per merito di Manzoni Federico Borromeo.
 l'autore dell'Ambrosiana. Mand agenti per il mondo ad acquistare libri e manoscritti. Dopo la biblioteca fond l'Accademia di Belle Arti, che fu la prima in Milano e con progresso di tempo divenne l'or famosa Pinacoteca.
Alla sinistra di Federico posa una casettina con tetto a timpano, e dico "posa" perch l'aspetto illude che la casettina sia soltanto posata per terra, non radicata nella terra con le fondamenta. La domina da tergo il fianco dell'Ambrosiana, e in comparazione essa sembra ancor pi piccola.
Questa casettina  un modello di perfezione edilizia. L'impeccabile distribuzione delle parti, la proporzione fra parte e parte, l'armonia generale spirano sentimenti di equilibrio e di calma, desideri conchiusi e intonati ai principii della vera felicit. Quanto si pu essere felici al solo guardare una casa! Architetti e urbanisti non immaginano neppure con quanta leggerezza essi si giocano la nostra felicit, quanto fasta pu riuscire la loro opera, oppure nefasta alla mente, ai costumi, al destino di un popolo. Le regole d'igiene sono ristrette a criteri molto grossi. La facciata di questa casettina  un modello di razionalit, perch la razionalit, prima che un fatto pratico,  un fatto mentale.
Intorno al 1800 che Piermarini sovrintendeva all'edilizia di Milano, l'ordine classico era chiamato assolutamente "il gusto", e i palazzi disegnati da lui, soprattutto gl'interni, servivano da modelli.
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NOTA: Parlo in altra parte di questo libro della civilt "chiusa" di Milano. Quale significato pi vasto acquista questo qualificativo, quando si pensi alla conformazione delle case milanesi, la loro facciata invistosa rivolta alla strada, la loro facciata vistosa, la loro vera facciata rivolta a guardare il giardino "interno". Estremo perfezionamento del mgaron. E anche questo  molto " greco". FINE NOTA.
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A tanta perfezione era salita la civilt milanese, che i modelli a Brera erano scelti secondo i canoni della bellezza classica, e ai bidelli si chiedeva che sapessero un po' di disegno.  la perfezione di questa casettina, il suo aspetto di modello che suggerisce l'idea della sua movibilit? quasi per servire da modello essa sia da essere trasportata via via nei luoghi in cui si demolisce e si riedifica, e che a Milano in questo tempo sono tanti.
Sull'architrave  scritto in caratteri fini e chiari: Bibliotheca Ambrosiana, con appena quell'acca tra noi e il latino; ma quanti sanno che la differenza tra noi e il latino  appena di un'acca? L'aspetto  di tempio, e dietro quella porticina chiusa vigila il simulacro di una divinit. La scienza  dea.
Poggio il taccuino sul muretto della cancellata e m'accingo a prendere alcune note. Un gatto bianco si arrampica sul muretto, mi si avvicina, inarca la schiena, rizza la coda come un cero, comincia a fiutare il mio taccuino. Tanta audacia in animale solitamente cos ritroso, non si spiega se non per qualche interesse eccezionale che gl'ispira il mio libretto degli appunti. E dopo il gatto bianco  la volta di un gatto bianco e nero, poi di un gatto bigio, infine di un gatto fulvo. La mia presenza non li turba. Sono risoluti e senza paura. Li sento vivere morbidamente, nel loro ronzio intimo e impellicciato. L'interesse per il taccuino, vince in essi qualunque altro sentimento.
Lo scalpiccio dei passi tende sulla piazza una rete sonora. Passano ciclisti ratti e silenziosi. Gl'innamorati se ne vanno a due a due, tenendosi per mano. L'illusione serale d'amore, compensa la diurna realt della fatica. Du vin et de l'amour.
Sospetto il mio taccuino di qualit commestibili. Chi sa? Per effetto dell'or in uso proteismo chimico, questi foglietti, questa rivestitura di tela cerata celano forse un'origine casearia. Debbo rinunciare alle mie note.
La casettina sembra posata a caso, e che la cancellata sia stata tirata perch gli architetti ladroni non vengano di notte a portarsi via il "modello".
Diffidare delle parole. Ladroni in origine erano prodi che s'ingaggiavano a prezzo; quelli che li avevano ingaggiati se li tenevano al fianco, per ci si chiamarono laterones e per elissi latrones. Ma la corruzione s'introdusse ben presto in queste truppe, i latrones cominciarono a depredare, a rubare, e latro si disse per assassino da strada che assaliva i passeggeri armata mano, mentre quelli che si servivano dei soli pugni erano chiamati grassatores.
Questo tempietto dietro la cancellata ricorda quei quadri di Giorgio de Chirico che figurano dei templi posati nell'interno delle camere. L'idea della casa nella casa  stata ripresa dagli archeologhi tedeschi per la ricostituzione a Berlino dell'Ara di Pergamo. Anche la ricostituzione dell'Ara pacis a Roma deriva in parte dalla medesima idea; ma qui l'idea  stata interpretata senza intelligenza, perch il sentimento dell'interno chiuso, che  il fondamento poetico di questa idea,  annullato dalla trasparenza della casa di vetro. L'arte ha precedenza sulle cose comuni. Ma l'arte non  considerata cosa seria. O triste stupidit!
Di fronte alla chiesa del San Sepolcro  il Palazzo degli Esercenti, che costeggia parte della piazza con l'angolo ottuso della sua facciata. Accanto al palazzo, come il campanile allato alla chiesa, sorge improvvisa una torre altissima, quadra, bianca, neogenita.  la torre commemorativa dell'adunata del 1919. La sua fronte  regolarmente forata di finestre rettangolari, all'altezza del secondo piano sporge un balcone di bronzo, a balaustra piena. Nei comuni di Lombardia, il poggiolo dal quale il capo parlava al popolo si chiamava modestamente parlera. Arengo o arringo  parola dissueta, rimessa in uso da Gabriele D'Annunzio. Di dietro la torre s'incammina una via che si chiama Valpetrosa, nome bellissimo per una via cittadina, e che della via cittadina d un simbolico ritratto: petrosa valle tra monti di case.
Di fronte a via Valpetrosa si apre la via del Cardinale Federico, che costeggia il muraglione dell'Ambrosiana. Su questa via antica e popolare brillano le vetrine delle Cantine Sala. Illustri bottiglie e di venerabile polvere ammantate, compongono trofei davanti ai quali reverente io m'inchino. Ebri sileni sono dipinti sul tondo delle botti colossali, una carta vinicola figura l'Italia chiusa dentro un mare di cobalto e illustrata nei suoi vini, le donne di ogni regione ritte a custodia lass del nordico Barolo, quaggi del Marsala meridiano. Strani effetti delle Cantine Sala: penso di essere Renzo Tramaglino, e che per dimenticare che la mia Lucia  chiusa in convento, mi far bene attaccarmi alla cannella di una di queste botti, e ridurmi io pure allo stato di ebro sileno.
La via del Cardinale Federico sbocca in Piazza della Rosa. Era giusto ricordare Achille Ratti nel luogo stesso in cui egli esercit la prefettura dell'Ambrosiana, ma non era giusto mutare il nome di Piazza della Rosa in Piazza Achille Ratti. Certi nomi sono insostituibili. Mistico fiore, la rosa  ricordata nell'interno dell'Ambrosiana, in quella Sala della Rosa che contiene quadri di Appiani, Molteni, Landi.
Io, al primo minuto di ogni primo dell'anno, mi faccio trovare alla scrivania, la stilografica nella destra e la fantasia in istato di parturizione. Andrea Appiani fece di meglio: mor dipingendo.
Piazza della Rosa ricordava l'antica chiesa di Santa Maria alla Rosa, demolita per far posto all'Ambrosiana.  gentile tradizione milanese, le chiese distrutte trasmettere il nome loro all'edificio succedente. Il teatro della Scala si chiama cos, in ricordo della distrutta chiesa di Santa Maria della Scala.
Alla nominazione di Piazza della Rosa, si d anche un'altra spiegazione. Passando Bramante per recarsi a consegnare i disegni dell'erigenda chiesa di Santa Maria del Giardino, si sofferm a guardare la chiesa di Santa Maria alla Rosa e giocando sull'affinit dei nomi disse: "Ma questa  la Rosa di quella del Giardino".
Quella sera, davanti al portone dell'Ambrosiana, sorgeva una torre di pali e travature, dentro la quale, come nelle macchine di Piranesi, grondavano carrucole e catene. Qui stesso, trentadue anni prima, era stato inaugurato con discorsi e luminarie il monumento a Felice Cavallotti, che nella figura di Leonida associa l'omaggio ai caduti delle Termopili, a quello ai caduti di Mentana. Di contro alla severa e intenebrata fronte dell'Ambrosiana, il marmo di Ernesto Bazzaro componeva un monticolo di lattemiele, n l'opera del tempo era valsa a mitigare il contrasto.
Per far cessare questa disarmonia tonale, il monumento a Felice Cavallotti  stato rimosso due anni sono dalla sua sede primitiva, e trasportato con notturno e inglorioso viaggio ai magazzini di via Pompeo Leoni. Cos si  detto. E si  detto pure che un giorno, dai magazzini di via Pompeo Leoni, il Leonida di Cavallotti sar trasportato, per dargli pi aria e pi luce, ai giardini della Guastalla.
Quella sera, coricato sul clipeo, la celata in testa e la lancia tra le gambe, il prigioniero di lattemiele ci butt uno sguardo tristissimo di tra le carrucole e le catene. E noi, a bassa voce, perch nessuno ci udisse: "Arrivederci, Leonida!".
Milano brilla e rimbomba della gloria del suo santo. Tutto  "ambrosiano" in questa citt: ambrosiana la basilica antica, col suo tetto a capanna e i due campanili disuguali; ambrosiana la liturgia; ambrosiana la biblioteca nella quale per solidariet fra santi, Federico Borromeo ha raccolto i documenti pi illustri dell'intelletto umano; ambrosiano il giornale, ambrosiani gli abitanti; e un giorno che Malaparte e io entrammo in una pasticceria di Corso Littorio, e sbadatamente chiedemmo del panettone Motta, solo la nostra lampante ignoranza ci salv dall'iracondia del pasticcere, autore del famoso panettone di Sant'Ambroeus. Ma come lume si sperde in troppa luce, del pari si sperde in tanta gloria la precisa figura del santo.
Oggi anche i libri pi "da leggere", cedono all'esigenza del "guardare". C' in questo ritorno al figurismo il ritorno alla vita elementare, e come una volta gli Egizi, i Maja, gl'indigeni della Polinesia, presto anche noi torneremo a esprimere i nostri pensieri per mezzo di sottili ideogrammi. Ma diciamo la verit: avrei mai posto io la mano sul Sant'Ambrogio e la sua et di Angelo Paredi, se dal nero della foderina non mi fosse venuta incontro la figura del santo, modellata da Adolfo Wildt per il Monumento ai Caduti di Milano? Spiritosa  questa figurazione di "Ambrosio", ossia del santo "immortale" e "meravigliosamente bello": pi spiritosa che spirituale. Non si adonti la grave ombra di Wildt, ma spiritoso e spirituale sono i due capi di una stessa linea, pi incisivo e suadente il capo "spiritoso", pi ambiguo e molle il capo "spirituale". Nella positura delle braccia, nell'ondeggiare dei panni intorno al corpo, nella sporgenza dell'anca, nell'espressione possessiva del piede sugli arieti del capitello, nello slancio trionfante di tutta la persona  una maest augustea, molto conforme a colui che prima di entrare nella gloria della chiesa cristiana, brill della gloria imperiale di Roma. Solo non capisco perch rasandogli i baffi, tra i capelli acchiocciolati e l'allombricata barba, Wildt abbia dato al Santo patrono di Milano la fisionomia dello zio Sam. Altro pregio della statua di Wildt, l'aver "monumentalizzato" la statura fisica del santo, il quale misurava appena 163 centimetri, come dimostr la relazione dei periti intorno agli studi anatomici fatti sui corpi di Ambrosio, di Protaso e di Gervaso, dopo l'invenzione (notate come suona strano questo significato dissueto della parola invenzione) delle salme di questi tre santi. Anche la voce Ambrogio aveva fioca, e Sant'Agostino scrive che la debolezza vocale costringeva il vescovo di Milano a leggere "in silenzio". Gli altri dunque come leggevano? Curiosa rivelazione sul modo di leggere del IV secolo: secolo oscuro e di formazione, che vedeva Roma morire e la Chiesa affermarsi, il passaggio dalla paganit al cristianesimo e la lotta fra ariani e cattolici. Veniamo quindi a sapere che gli uomini del IV secolo leggevano a voce alta, come leggono i vecchi, i contadini, i ragazzi. Segni d'immaturit anagnostica. Dall'incoltura alla coltura si ripete il moto dall'esteriore all'interiore, dal rumore al silenzio. Diffidate del rumore: siete fra gente incolta; rispettate il silenzio: la scienza vi circonda.
Ambrogio nacque al principio del 339 a Treviri, sulla riva destra della Mosella, da Aurelius Ambrosius, prefetto, patrizio e ricco. Entr in et consentita nell'alta magistratura, perch "i nobili romani si trasmettevano gl'impieghi pi alti della burocrazia imperiale, quasi come titoli ereditari". "Un giorno che la culla del bambino era in un cortile del palazzo, la schiava che lo sorvegliava vide uno sciame di api abbattersi d'improvviso su quelle rosee labbra, su quegli occhi chiusi nel sonno innocente, e spaventata chiam i signori che passeggiavano poco lontano. Il padre e la madre poterono in tal modo contemplare le api che entravano e uscivano da quella boccuccia senza farle alcun male, e infine s'involarono nel cielo. Il padre allora esclam: "Sar qualcosa di ben grande questo bambino!".
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NOTA: La "scena delle api", assieme con altre scene della vita del santo,  rappresentata nel paliotto oprato dall'orefice Volvinio e incastonato nell'altare della basilica di Sant'Ambrogio, e sotto vi si legge: "Ubi examen apum pueri os complevit ambrosi. FINE NOTA.
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E la madre? Manca nell'opera seppur copiosa di Ambrogio ogni accenno alla madre. Tanto pi strano questo amatrismo, se lo si confronti alla corrusca matrolatria di Sant'Agostino. L'amore di un figlio alla madre,  la prima e pi naturale forma d'amore; ma un eccessivo amor filiale, un amore assoluto e che assorbe in s le altre forme d'amore e le annulla,  segno d'inversione sentimentale. Come interpretare d'altra parte il "silenzio" di Sant'Ambrogio su la propria madre: questa ipernomalia? Angelo Paredi vede "un riserbo anche troppo romano a parlare delle cose di casa sua in opere di carattere pubblico, quali sono tutti i suoi scritti". Sant'Ambrogio dunque trasfer nella santit cristiana, anche quanto di santo era nel suo carattere romano. E dalla "santit" romana si possono trarre edificanti insegnamenti: dalle alte e "dure" virt dei grandi repubblicani, alla filosofia senza speranza di Marc'Aurelio, all'alta misticit di Giuliano, al suo paganesimo "cristiano", all'austerit dei suoi costumi, alla sua eroica castit. E quanto pi utile, quanto pi benefica, quanto pi umana questa forma attiva di santit, di quella santit contemplativa, di quella santit conservatrice, di quella santit egoista praticata dagli anacoreti della Tebaide, la cui eco in quel tempo appunto, e mentre Ambrogio operava da santo e combatteva da guerriero in Occidente, giungeva dall'Oriente barbaro e inquietante!
Dopo un soggiorno di cinque anni a Sirmio, nell'Illirio, quale avvocato presso la prefettura del pretorio, Ambrogio fu eletto consularis della Liguria-Emilia nel 370, e tre anni dopo, il 7 dicembre 373, vescovo di Milano. Sette giorni prima aveva ricevuto il battesimo.
In quei tempi di formazione il battesimo non era il sacramento "ovvio" al quale noi siamo abituati, ma una consacrazione ultima alla quale il catecumeno non si accostava se non con animo profondamente preparato, e con sacra riluttanza. Questa la ragione di quei battesimi "tardivi". E lasciamo Costantino che non riceve il battesimo se non in punto di morte, ma agli stessi Padri della Chiesa tocca il battesimo tardo: San Gerolamo lo riceve sui vent'anni, Rufino a 26, Satiro a 40, Agostino a 33, Ambrogio a 34. Cominci allora la vita eroica, straordinariamente laboriosa del grande vescovo, la sua opera di organizzatore della chiesa di Milano, la sua lotta contro l'arianismo, la sua resistenza a Teodosio che termin in una Canossa anticipata.
Un giorno, mentre Ambrogio dettava a Paolino il commento del salmo 44, un globo di fuoco scese sul suo capo, gli entr in bocca, fece splendere il suo volto come la neve. "Alla notizia che il vescovo era per morire, Stilicone, persuaso che la morte di Ambrogio sarebbe stata la rovina d'Italia (in quel tempo la salute delle nazioni era pi fiduciosamente affidata ai vescovi che ai generali) mand i pi nobili della citt a supplicare il vescovo di impetrare da Dio la sua guarigione.
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NOTA: Un francese spiritoso ha detto: "La guerre est une chose trop srieuse pour tre confie  des gnraux". FINE NOTA.
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Ambrogio rispose: "Non ho vissuto tra voi in modo d'aver vergogna di vivere ancora, ma non ho neppur timore di morire, perch noi abbiamo un Signore buono". Spir il 4 aprile 397, all'alba del sabato santo, e la sua anima si sciolse in un sol tempo con le campane.
Anche ai santi io non mi so accostare se non per affinit umane. Al monastico Antonio non mi avviene mai di pensare, ma ad Ambrogio s, e sovente, e ogni volta con fecondo sollievo dell'animo. Penso al nostro collega letterato, al nostro collega musico, al nostro collega studioso che leggeva Omero e Virgilio, Cicerone e Sallustio; penso a questo scrittore che fu stroncato da Gerolamo, siccome noi siamo stroncati da altri Gerolami che nemmeno il merito hanno di aver meditato sul teschio e in compagnia del leone; penso a questo poeta che ha lasciato una straordinaria pagina sul mare, nella quale echeggia in anticipo di quattordici secoli la vorticosa invocazione all'oceano del misterioso Lautramont.
Per accostarmi anche meglio al nostro collega santo, entrai quella sera nella basilica di Sant'Ambrogio, chiesa illustre ma inferma del suo peso. Basilica veneranda, ma rozza e scontrosa, che al pari del Pnteon, del Colosseo, tira a nascondersi sotto terra, come, per morire, la bestia oscura e pudica. Peccati d'Oriente la gravano. Un cervello nero. Due occhi ingombri di rocce. La luce dell'oro, la pi sinistra delle luci, traluceva in quell'ora sotto gli archi bassi come tagliole, tra le colonne tozze come mugnai etruschi. Stavo presso il pulpito a portichetti e colonne, ricomposto da Pietro da Poma, sotto l'aquila bizantina che audacemente anticipa le stilizzazioni di Walt Disney; allorch dal fondo della navata una voce gutturale si lev, pesante su le ali vecchie di quindici secoli, e due volte chiam: "Stiticone, Stiticone!" e aggiunse: "Vieni fuori se hai core!". Ma avevo capito male: la decrepita voce invitava Stilicone, non Stiticone a uscire dal sarcofago coperto dal pulpito del santo vescovo di Milano. Ma come poteva il generale di Teodosio, l'aio di Onorio uscire dal sarcofago, se questo sarcofago  un cenotafio? Adagio per: di una nostra attrice illustre ma eccessivamente magra, si dice che un giorno una vettura vuota si ferm davanti all'Argentina, dalla quale scese la signora Tal dei Tali. La vecchia ruggine dura anche fra Stilicone e Alarico il Baltung, e nella basilica vetusta, accovacciata su le gambe tozze, lampeggiarono i fantasmi dei due animosi barbari, rivali nel comune e spasimante amore di Roma.
Lo dico sempre anche a Maria: non  forma pi amara d'infelicit, del voler esser quello che non si ; del farsi un ideale (come dicono gli stupidi) fuori di s, e volergli somigliare, uguagliarlo; dell'insinuarsi (come si dice "immiarsi", "intuarsi") nel modello ammirato; di quella eucarestia profana. Tale anche l'origine dell'estetismo; questo voler sembrare diversi di come si : pi belli, nobili, preclari; l'origine del dannunzianesimo, che implica la scontentezza di s, la conoscenza, il "peso" dei propri difetti, delle proprie mancanze, e il desiderio lancinante di nasconderli, sopprimerli se si pu. Nessuna pi schietta confessione delle macchie che si portano sotto panni, di questo velarsi di artificiosa bellezza, di simulata preziosit; di questo volersi trasferire in qualcosa di "superiore".
Alarico inizia la serie dei personaggi wagneriani, coronati di corna taurine e avvolti di armonie, e d il via al Drang nach Osten. Che importa se la Sehnsucht spinge Alarico pi a Mezzogiorno che a Oriente? Nel quadro di attrazione dei punti cardinali, Oriente e Mezzogiorno si confondono. Il caso di Alarico supera i semplici casi di magnetismo del Sud. In lui opera soprattutto il magnetismo di Roma come polo di illuminata potenza; e il desiderio di vestirsi lui uomo buio, della romana luce. Questo desiderio da iperboreo, Goethe lo formula da poeta, ossia plasticamente, e dice che "a Roma  nato una seconda volta". S'intende che la seconda nascita  anche la nascita buona. Alarico spese tutta la sua rigogliosa, fertile vita nella ricerca di questa nascita "buona", la quale per s gli procur infinite amarezze, una implicita fin de non recevoir, e in ultimo una morte per malaria ai piedi della verde Sila. Jules Verne, in uno dei suoi racconti pi fascinosi, pi alti, La sfinge dei ghiacci, "Otello" e "Parsifal" di questo Omero dell'et degl'ingegneri e degli esploratori, nel quale egli riprende, continua e conclude le tronche Avventure di Gordon Pym di Edgar Poe, immagina il polo magnetico in forma di sfinge colossale fornita di grandissimo potere attrattivo, la quale attira a s entro un vastissimo raggio tutto ci che  ferro, ed ha attirato anche l'avventuroso e infelice Pym, per la canna del fucile. Alla Sfinge dei Ghiacci tende l'uomo del Sud e l'uomo orientale (anche il meridionale, anche l'orientale obbediscono all'afilosofico, all'ignobile - non nobile - desiderio di migliorarsi, di elevarsi diventando diversi da come naturalmente sono; bench in misura minore, per la minore energia, per le pi modeste ambizioni che finora movevano e l'orientale e il meridionale) come l'uomo del Settentrione sente il fascino, subisce l'attrazione, anela alla Sfinge del Mezzogiorno.
Alarico si chiamava propriamente Ala-Reiks, che in gotico significa "padrone di tutti", e predefinisce il destino del giovane Baltung di signoreggiare un vasto impero. Ma Ala-Reiks inlatin il proprio nome in Alarico, precedendo di alcuni secoli gli umanistici inlatinimenti che di Hohenheim fecero Paracelso, di Hausschein Oecolampadius. Quanto a Baltung, che in gotico significa audace, esso  una delle solite aggettivazioni elogiative a tendenza magistica, come Carlo "il Temerario" o Joffre "il Temporeggiatore". Nonch il nome, Ala-Reiks volle inlatinire anche la persona, la mente. Parlava un latino non solo corretto, ma forbitissimo. Leggeva i poeti e soprattutto gli storici, come si addice a uomo destinato a governare. E se tanto era attaccato all'arianismo,  perch l'arianismo era un cristianesimo di Stato e sommetteva Cristo all'imperatore. Tra Stilicone e Alarico, che ora vedevo presi nella basilica di Sant'Ambrogio in un duello fantasmico e rusticano, correva una rivalit di gradi: Stilicone era romano di secondo grado, Alarico di primo. Il vandalo Stilicone si contentava di "servire" l'impero, l'unno Alarico lo voleva salvare, rigenerare, riportarlo al prisco splendore.
Dopo una trionfale cavalcata attraverso l'Illirico, Alarico mise campo in Tessaglia, che  terra squisitamente nordica, di streghe, vaticinii e nella quale gli alberi parlano come uomini. E un giorno che il giovane Baltung traversava a cavallo una fitta foresta di querce, gli alberi lo chiamarono per nome e nel loro fogliante linguaggio gli dissero: "Penetrabis ad Urbem". Non si capisce come voce di foglie abbia potuto pronunciare la prima sillaba di questa profezia, pe, n come Wagner non abbia tratto partito dall'episodio del Baltung che ascolta il linguaggio degli alberi. Ora a quale citt la sorte destinava Alarico, se non alla citt per eccellenza?
A Roma dunque Alarico cerc di andare da amico, e, non riuscendogli, vi and da nemico. La sera del 24 agosto 410, si form sul Monte Mario una negra nube, nunzia di quei temporali straussianamente orchestrati, di cui Roma ha l'esclusivit nella sua natura, pi che nel suo Teatro Reale dell'Opera. Wagneriano, il Baltung vide in quel temporale il segno del destino, e scaten i suoi unni al rotolare dei tuoni e allo scoltellare delle saette. Le mura furono rotte fra Porta Pinciana e Porta Salaria, oggi la parte pi elegante della citt, sulle quali guardano le finestre dell'albergo Flora (dall'altro nome di Roma, che ne aveva quattro, tra i quali Amor, e uno sacro e misterioso, che fu nascosto cos gelosamente che nessuno lo ricorda pi) quelle dell'albergo Vittoria, dell'albergo Eliseo, e ai piedi delle quali, sotto i necessaria che sporgono come piccolissimi poggiuoli, passeggiano nelle giornate di sole coloro che con bruttissimo neologismo sono chiamati gag.
Gag oltre a tutto  un errore. Gag si chiamava con argotica voce il vecchio impotente e lascivo. Quale redattore di umoristici fogli  reo di un cos bestiale arricchimento del nostro vocabolario?
Un messo part a spron battuto alla volta di Ravenna, per annunciare a Onorio che Roma era stata messa a sacco. Onorio non aveva cura se non di un pollaio modello, e alle galline che vi allevava dava nomi di citt. La favorita si chiamava Roma. "Come distrutta," balbett l'imperatore, il quale oltre a tutto era bleso, balbuziente, tartaglione e abburattone, "come distrutta Roma se poco fa le ho dato da mangiare con le mie stesse mani?". Gli spiegarono che non si trattava della gallina, ma dell'Urbe. "Me lo potevate dire prima!" esclam Onorio, sormontando di sollievo i suoi difetti di pronuncia.
Alarico fu spaventato della sua conquista. Aveva desiderata Roma per tutta la vita, e ora che finalmente Roma era sua, se la trovava morta fra le braccia. Si ritrasse con orrore da quel cadavere straziato. Nella sua grande tristezza, ebbe un pensiero politico ispirato dalla disperazione: per veramente possedere Roma, bisogna possedere le sue terre nutrici. E part alla conquista dell'Africa. Ma il suo andare era ormai un annaspare. Arriv in Calabria, costru una flotta immensa che il mare gli distrusse in una notte, come quattordici secoli dopo distrusse il naviglio raccolto da Napoleone a Boulogne-sur-mer. Respir la malaria e sent arrivare la morte. I suoi compagni volevano trasportarlo in patria, perch l'aria nativa lo risanasse. Lui ricus e volle, almeno morto, essere italiano. I fiumi gli erano stati amici, ispiratori della sua fortuna. Volle morire presso un fiume. I suoi guerrieri deviarono il corso del Busento, seppellirono wagnerianamente nell'alveo il loro capo, poi ruppero la diga e d'impeto il fiume rientr nel suo letto. Da allora il Baltung dorme sotto l'acqua scrosciante. Nell'alta notte, quando intorno  pace, l'acqua raccoglie le sue facolt alfabetiche, formula parole, dice: "Qui giace Ala-Reiks, l'Unno che non volle rimanere unno e mettersi alla testa di una confederazione di barbari, ma volle diventare romano e sbagli. Questa la sorte degli esteti, di quanti vogliono essere quello che non sono. Conosceva i classici latini ma ignorava i proverbi italiani, e quello particolarmente che dice: "Donne e buoi..."".
Uscito dalla casa del mio collega santo, vado alla ricerca dei luoghi noti: le vie, i crocicchi. Bench nitidissimo in me, il loro ricordo  come trapassato in un sogno a occhi aperti.
Il sogno pi angoscioso  quello nel quale penosamente noi andiamo alla ricerca di persone e luoghi cari, che o non ritroviamo affatto, o ritroviamo ma sformati e irriconoscibili. E la pena in questo caso  maggiore.
Dal novembre 1918 al febbraio 1919, questa parte di Milano io l'ho guardata dall'alto dell'ala destra del Palazzo Reale. Guardavo sul fianco del Duomo le alte e merlettate finestre ogivali, la piazza e il suo monumento nel mezzo in perpetuo procinto di cadere, l'imbocco nel fondo di via Mercanti e la Torre dell'Orologio che la domina.
Al tempo in cui io guardavo la Piazza del Duomo da una delle supreme finestre del Palazzo Reale, i piccoli tram gialli facevano carosello intorno al Re battagliero, ma erano pi i giorni in cui gli scioperi tenevano fermi i piccoli tram gialli e facevano deserta la piazza. Ho seguito di lass il formarsi dei tempi nuovi, pi di una volta sono sceso in piazza, mi sono mischiato io pure ai moti di quella drammatica formazione.
I movimenti della folla nella nitida piazza obbedivano a un ordine misterioso, sembravano il girante comporsi e scomporsi dei cristalli versicolori nel tondo luminoso del caleidoscopio. Un nucleo nero si formava nel centro della piazza, si allargava come una rosa che sboccia a vista d'occhio, spruzzava a stella come una mobile macchia d'inchiostro, poi si ricomponeva per novamente tornare a sfaldarsi; e cos fino a sera, che talvolta calava nerissima e senza lumi che ne contrastassero l'oscurit.
Un giorno vidi passare in Piazza del Duomo Ferruccio Vecchi, la testa insanguinata, sorretto da due compagni che lo accompagnavano alla guardia medica di via Cappellari.
Da via Cappellari si voltava a sinistra in via Visconti, e in fondo s'incontrava via Paolo da Cannobio.
Una volta, nella via Visconti, erano le case di Azzone, di Bernab e di Luchino, riunite da una comune balconata, che le metteva in comunicazione col palazzo ducale.
I terrazzini in comune sono pericolosi. Avevo l'abitudine anni sono di fare ogni mattina dieci minuti di ginnastica da camera, secondo il metodo Mller intitolato Il mio sistema. Prima di cominciare chiudevo la porta della mia camera a chiave. Ma una mattina, approfittando di un terrazzino comune alla finestra della mia camera e a quella della camera adiacente, la madre dei miei figli venne a occhieggiare alla finestra, mi sorprese supino sullo scendiletto, i piedi sotto il canterano, nello sforzo di tirarmi su senza ausilio di mani, per sola forza di reni. Dovetti rinunciare a quegli esercizi salutari.
Mller  morto due volte. La notizia della sua seconda morte, avvenuta non ricordo bene se in una cittadina della Svezia o della Norvegia,  stata data dai giornali nel 1937. Morte oscura. Nei giornali era scritto: un tale Mller. Eppure nei primi del secolo Mller ebbe fama universale e come inventore della ginnastica da camera che portava il suo nome, e come apostolo del verbo vegetariano. A un banchetto dato in suo onore a Milano, nel 1907, nella sala del ristorante Cooperativo, fu discusso se l'uovo pu fare parte o meno di un pasto vegetariano, ma bench la disputa salisse alla violenza dei concilii dei primi secoli, la quistione non fu risolta.
La grande originalit del "Sistema Mller" era di mettere a giocare i bambini nudi sulla neve, in epoca in cui la paura del raffreddore dominava la mente dei genitori.
La prima morte di Mller era stata annunciata dai giornali molti anni avanti, "per ipertrofia dei polmoni", ossia per eccesso di salute determinato dalla bont del Mio sistema. Quale la vera delle due? Come si vede, Mller fece una prima morte neroniana, spettacolare, "mlleriana", dopo di che continu a vivere oscuramente fino alla sua morte comune e "di tutti". Egli evit cos di sopravvivere a se stesso. Esempio da seguire, soprattutto dagli attori. La fama talvolta oltrepassa la vita dell'uomo, ma spesso non riesce a colmarla.
In via Visconti c'era una caserma dei carabinieri, nella quale in una notte del 1919 fui accompagnato e trattenuto, perch sorpreso in giro per la Galleria "col foglio di congedo in tasca ma in divisa". Il mio caso richiedeva l'esame di un casista, ma non tale si rivel il graduato comandante la ronda che mi ferm. L'indomani, il "Popolo d'Italia" denunci l'iniquit del mio "arresto", e questo fu il mio solo conforto.
 sera e io cammino sul filo dei miei ricordi, ma la traccia a poco a poco impallidisce e muore. Dove mi trovo?
L'ala sinistra del Palazzo Reale  cinta da uno steccato come da una benda enorme, oltre a questa si apre uno spazio immenso non d'altro pieno che di tenebre, nel quale i miei ricordi annaspano per un po' e poi annegano, come dentro un lago che la notte mi teneva celato.
Milano in questo periodo di trasformazione  come una citt colpita qua e l da distruzioni immani, in mezzo alle quali sorgono gi, come viluppi di nuvole dalla bocca di un cratere, gruppi massicci di costruzioni nuove.
Avanzo a stento cercando il passo nell'oscurit della notte e del terreno ignoto, come il cavallo del Conquistatore di Franz von Stuck nel troppo famoso quadro della Guerra. Per avvilire Arnoldo Bklin, gl'ignari e i maligni tentano confondere le opere di questo artista straordinario, con le eroisticherie liberty del famigerato Stuck. Il faro che orienta il mio faticoso andare  l'alto edificio dell'albergo Plaza, che come torre sorge, corrusco di luci e di scritte pubblicitarie, su questa intenebrata terra di nessuno.
Traversato l'oscuro "lago", arrivo nella "citt nuova".
Citt dura. Citt di ferro. Enormi palazzi si serrano in gruppo, uniscono le rigorose file delle loro finestre prive di persiane - i loro occhi senza ciglia - si danno la mano attraverso archi massicci, pesano con tutti i loro dodici piani sui portici che li sorreggono di sotto, e che stanno zampe zampe zampe plumbee e quadrate nella positura di mostruose scolopendre raggelate.
Lanterne enormi pendono tra pilastro e pilastro, e su questi marmi lustri, su questi negozi bianchi che ancora non hanno calore di vita, non attivit di commerci, su queste vetrine vuote spandono una luce metallica e fredda. I portoni, chi sa perch? rammentano il trionfo di Radams.
Carri armati dell'edilizia.  soltanto un'impressione? I passanti sono suggestionati dai ricordi, e stentano a prendere contatto con queste case nuove. Ma passer. Tutto passa.
Questi edifici blindati, queste casematte io le conosco: le "riconosco". Dove ho veduto le loro simili? A Roma, a Torino, persino a Napoli. Chi sa? Un giorno, tra poco, le nostre citt si riconosceranno come si riconoscono i gemelli, per qualche segno che li distingue uno dall'altro: San Pietro distinguer Roma da Milano, il Vesuvio distinguer Napoli da Torino.
Ma il sogno fonde nei ricordi ritrovati. La gente a poco a poco si infittisce e brulica sull'argine delle demolizioni. Sono di nuovo nella Milano vecchia. Delle abbattute case sopravvivono pochi lembi, un'ala tronca e rivestita ancora di un'antica tappezzeria rosa, la rivelata intimit di una camera da letto, le due superstiti pareti di ci che fu "on tinl": stracci di vela sull'antenna di una nave battuta dalla tempesta. Brulicano intorno i piccoli commerci, le piccole industrie, la minuta attivit della vecchia vita, colorita e vociosa.
Via Paolo da Cannobio  tuttora intatta. Stretta fra le corsie dei suoi marciapiedi piatti, piena ancora delle sue bottegucce.
Passo piano piano. Minuscoli "saloni" di barbiere. Negozi di paste alimentari. Spaghetti in vetrina stretti a mazzo come mannelli di spighe, serrati alla vita da un nastro tricolore. Una botteguccia, meno illuminata dei "saloni" e degli spacci alimentari, offre da dietro i suoi vetri spuliti, alcune piccole collezioni di francobolli. Di tanto in tanto, una casa la cui sorte  gi segnata, mostra le occhiaie vuote delle finestre e uno strano segno sul portone, quasi il messo del faraone sia passato di qui e abbia segnato le case dei primogeniti.
Rallento ancora il passo. Sono incerto sul da fare. Fermarmi davanti a queste botteghe, a queste insegne? Farmi riconoscere? Dire chi sono?
In questa parte gi prossima allo sbocco in Corso Roma, via Paolo da Cannobio perde lo scintillio delle botteghe e si raccoglie nell'ombra. A destra  quello stesso palazzotto cupo, ermetico, senz'apparenza di vita, cos com'era allora. Volto lo sguardo a sinistra, riconosco il portone.  chiuso. C' scritto col gesso: "Vietato l'ingresso".
Nella luce del ricordo i battenti si aprono d'incanto, rivelano l'arco dell'androne per il quale io passo nel cortile, irto di cavalli di Frisia e di fil di ferro spinato, intorno a cui alcuni giovani, ibridi nel vestimento tra borghese e militare, montano la guardia. Salgo la scala, entro nella redazione.
Giuseppe Ungaretti doveva partire per Parigi, come corrispondente del "Popolo d'Italia". Uscimmo assieme dal giornale. Anche Ungaretti come me, era ancora vestito da soldato. Gli avevano dato un po' di soldi, per comperarsi degli abiti borghesi. Entrammo in un negozio di confezioni di via Torino, poi in una camiceria. Feci notare a Ungaretti che una camicia sola non bastava. Ungaretti mi guard stupito.
Ora Ungaretti  nel Brasile. Insegna letteratura italiana nell'Universit di San Paolo.
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NOTA: Oggi Giuseppe Ungaretti non insegna pi letteratura italiana all'Universit di San Paolo. Questo e altri fatti, il lettore li aggiorner da s. FINE NOTA.
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Mi hanno detto che gli  morto il figliolo. Conservo ancora la sua lettera di dieci anni fa, nella quale mi annunciava che gli era nato il "sor Antonio".
Di l da tanto mare, che pu il mio fraterno abbraccio?
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TEKELI-LI.
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Qualcosa avvenne allora nella mia vita, che mi costrinse a lasciare Milano senza indugio. Era l'estate del 1919. Arrivai a Bellagio a notte fatta, in capo a un viaggio lungo e faticoso. Il treno mi depose in una stazioncella stranamente chiamata Fiumelatte, poi in barca, al buio, ci avventurammo sul lago.
Anche il Fiumelatte si stacc da riva e mi venne appresso. Pensai all'isola Tsalal, esplorata da Gordon Pym, ai suoi fiumi densi e cremosi: ai suoi fiumi di latte. La parola che maggiormente colp Pym nel linguaggio degli tsalaliani  tekeli-li. Ma tekeli-li non  parola umana:  il grido di un misterioso uccello, di un pterodattilo scampato al diluvio e che di notte si leva a volo sul lago. D'istinto mi calai il berretto sulle orecchie. L'acqua intorno era plumbea. Due volte il silenzio fu rotto dal salto di un pesce. Sotto la sua pelle oleosa, sotto la sua pelle di foca, il lago teneva a freno una rabbiosa tempesta, pronto a buttarla fuori di minuto in minuto. Il vecchio barcaiolo che sedeva a prua, e manovrava i remi con una noia, un'indifferenza che traversava i secoli, lev l'occhio solitario a guardare il cielo basso e sinistramente muto. Saremmo arrivati prima che scoppiasse il temporale? Guardai la valigia ai miei piedi, nel fondo della barca, e pensai a Moilff, il cane del duca d'Enghien, che si lasci morire di fame sulla tomba del suo padrone.
L'amico che speravo trovare all'albergo Elvezia, era gi partito. Modo non ebbi di conoscere il luogo nel quale arrivavo, di vederlo. Intravidi ombre compatte di masse vegetali, giardini colti forse o libere foreste, un portico deserto e quasi buio, nulla del lago sul quale le nubi chinavano le loro mammelle nere e gonfie ad allattarlo. Si sa com' quando si arriva di notte in luogo sconosciuto: bisogna affidarsi al buio e aspettare il giorno. Nel cassetto del comodino, che io aprii pi per prudenza che per curiosit (guardai anche dentro l'armadio e sotto il letto) trovai una traduzione italiana dell'Uomo invisibile di Wells. Sulla copertina era figurato un abito che cammina. Tra il colletto e il cappello passava l'eternit, come tra l'indice del Padreterno e quello di Adamo giovane nell'affresco della Sistina.
Ero gi a letto quando scoppi il temporale. Voci e fremiti da finimondo. Con due dita fuori del lenzuolo, stringevo a pinza il margine dello spaventoso libro. Aspettare la morte in luoghi familiari, sapere che nella camera accanto dorme nostra madre, nell'altra nostro fratello, e che il temporale urla tra gli alberi del "nostro giardino"; ma qui, chi dorme nella camera accanto? Chi udr i miei appelli? A ogni fulmine che saettava attraverso la finestra e l'accendeva di brividi abbaglianti, a ogni tuono che rotolava a precipizio gi dalla montagna, l'ignoto mi si spalancava attraverso l'orribile lettura. E non pensavo al portico sinistro intraveduto all'arrivo, non pensavo alla piazzetta squallida e deserta, non pensavo alle cupe masse degli alberi: l'ignoto cominciava subito fuori della mia porta, in quel corridoio corso da una guida orlata di rosso, che non sapevo dove conducesse; e mi faceva pena pensare le mie scarpe rimaste l fuori, le loro piccole paure...
M'avvidi d'un tratto che l'abito che cammina stava nella mia camera. Non camminava per: stava fermo. Pendeva come un impiccato dall'attaccapanni, le braccia dell'ometto disegnavano sotto la stoffa due spallucce brevi e secche. Svenuta sulla sedia, la mia camicia sembrava uscita da una carbonaia.
Sogni di eleganza avevo fatto a Milano, e, per attuarli, dato a tingere il mio unico abito in nero. Non so quale procedimento us la tintora, se a secco o per immersione; sta di fatto che l'abito lasciava parte del suo nero sulla mia biancheria, e sulle parti scoperte della mia pelle. La donna amata mi aveva accompagnato in stazione. L'avevo stretta fra le braccia, ci eravamo separati col cuore a pezzi; e quando montai nel vagone e mi affacciai al finestrino per darle l'ultimo saluto, riconobbi sul suo bianco abito estivo, l'impronta del nostro abbraccio.
Quando arrivai al termine del libro, il temporale era morto. Un silenzio senza fondo aveva ingoiato alla rinfusa folgori e tuoni. Sulla superficie di quel silenzio, sulla membrana di quel vuoto galleggiava un misterioso scampanio, leggero, argentino, liquido: un armento di ovini acquatici pascolava sul lago. Il libro giaceva ai piedi del letto. Vedevo sulla copertina l'abito dell'uomo invisibile, il suo cappello sospeso nel vuoto, e tra il bavero della giacca e le falde del cappello, l'orribile nero dell'eternit.
Ma l'abito ora camminava sulla superficie placata del lago, con passi leggeri, e ogni passo dava suono ai dolci, armoniosi, seducenti campanelli. Bench disordinata nel ritmo, tornava e ritornava in quello scampanio un'aria del Trovatore: "Ai nostri monti ritorneremo, la vita uniti trascorreremo...".
Non ricordo se un poco io dormii, o se quella notte fu del tutto bianca. Forse traversai un velo di sonno, come d'estate, le scarpe in mano, si guada un velo di acqua sul letto del fiume. Di l dal guado, strisce d'oro folgoravano ai miei occhi, attraverso le commessure della persiana.
Bellagio brillava tra i giardini. Feci colazione in terrazza. Scintillavano i vetri dei paesini sparsi sui monti di rimpetto. Bianchi triangoli di vele posavano sul lago, come ali di martin pescatori. Domandai al cameriere se egli pure aveva udito di notte il misterioso scampanio sul lago; mi rispose che ogni notte risuona quello scampanio, dai campanacci attaccati ai galleggianti che segnano la posizione delle reti. A uno a uno si scioglievano i tenebrosi nodi della notte. O luce, sola amica mia, luce degli occhi e luce della mente!
O luce!... Ma un velo, a poco a poco, cominci a calare sul cielo, sui monti aprichi, sul lago, sugli oggetti intorno a me. Si avvicinava un altro temporale? Solo chi  abituato a portare occhiali capir le mie parole: mi sentii nudo la faccia, mi passai la mano sul viso... A tentoni salii nella mia camera, tastai la tavola del comodino: gli occhiali erano l.
Ho fatto amicizia l'anno passato con un generale medico, specialista in oculistica, sono stato ospite nella sua agreste casa di Ari, posata sul ciglio di un valloncello imbottito di vigne; e un giorno, seduti sulla terrazza, gli narro quella mia notte lontana, e come io, costretto fin dai quindici anni a correggermi la vista con lenti di cinque diottrie ebbi quella mattina un'ora di vista ottima, tanto da non accorgermi se non quando la vista cominci nuovamente a calare, che ero uscito di camera dimenticando le lenti sul comodino. L'amico mi rispose che la miopia proviene da un eccessivo potere di convergenza negli umori dell'occhio, e che una straordinaria tensione nervosa pu contrarre la pupilla e ridarci momentaneamente una vista normale.
Si deduce da queste parole che in costante condizione di energia, i miopi potrebbero vedere senza occhiali, e gli occhi normali traversare i muri. Ma a che pro, e perch ci che sta di l dal muro dovrebb'essere pi interessante di ci che sta di qua? Il problema dell'aldil non m'interessa,  da stupidi mettere tanta fantasia nella morte.
Bontempelli e Cardarelli arrivarono a Bellagio nel pomeriggio, andammo tutt'e tre a fare una passeggiata in barca. Doppiammo la punta Spartivento, vogammo un poco nel riflesso del monte boschivo che regge al sommo villa Serbelloni, e d'un tratto, nell'ombra glauca di un piccolo seno, un quadro ci si rivel al vivo di Anders Zorn: due fanciulle dorate nelle carni e nei capelli si trastullavano nell'acqua credendosi sole, si dondolavano alle sporgenti rame degli alberi, battagliavano a spruzzi di smeraldo. Lo sciabordare della nostra imbarcazione le turb, lanciarono gridi d'argento, tentarono fuggire: ma infine, un po' con minacce e un po' con lusinghe, pescammo dal lago quelle grondanti sirene, e presso Pescallo ci disalterammo con latte diaccio, in una fattoria costrutta con ben connessi tronchi d'abete. Era l'Arcadia, e, per una volta, Gian Giacomo non mentiva. Il giorno tuttavia non aveva dissipato al tutto le ombre della notte, passavo lo sguardo tra gli alberi folti, frugavo il fondo della foresta a sorprendere l'apparizione di un abito che cammina. In verit, le due lacustri sirene erano fotografe di professione, con laboratorio a Bellagio e grandi paesaggi sommariamente dipinti in grigio sugli schermi, e dal nostro mitologico incontro nacque una immagine di noi tre, che nel 1929 ebbe gli onori della riproduzione nella rivista "Varit", di Bruxelles.
Ho visitato per la prima volta il Museo della Scala nel novembre 1939. Traverso al trotto le sale che m'interessano meno, arrivo nella sala Verdi. Trovo la spinetta con tastiera rossa, sulla quale Verdi studi bambino;
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NOTA: Questa spinetta "con tastiera insanguinata"  chiusa in una cassa di vetro, come in un museo etrusco un frammento di nave. FINE NOTA.
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trovo il cembalo di marca Mathias Sommer in Wien, usato da Verdi a Milano; trovo l'Erard sul quale Verdi compose il Falstaff, e immagino le ottantenni mani, scavate di rughe come zampe di tartaruga, in corsa nel moto perpetuo; veggo le ultime ore di Verdi disegnate da Hohenstein: Verdi's letzte Stunden, Mailand Januar - 901; leggo a fianco a ogni disegno le annotazioni che, nella loro fredda cronologia, segnano il dramma di quella agonia illustre: ore 20 25-1-1901, ore 91/2 26-1-1901, ore 16 26-1-1901, ore 20 26-1-1901...; trovo la maschera e la mano di Verdi gittate nel gesso; trovo il busto di Verdi modellato da Gemito e una bella testa di Giuseppina Strepponi in terracotta, essa pure di Gemito; trovo le decorazioni di Verdi, le sue medaglie, le sue corone; trovo una bella pitturina della Rocca di Busseto prima del 1857; e d'un tratto, dentro una vetrina nella quale esso  stato imprigionato con chi sa quali arti venatorie, con quali astuzie da uccellatore, trovo l'abito che cammina: la giacca nera di Verdi col colletto e la cravatta svolazzante, il suo cappello a larghe tese sospeso in aria, e tra questo e quella lo spazio tremendo, la terribile eternit che passa tra il dito del Padreterno e il dito d'Adamo. E ricordai. Ricordai perch in quella notte a Bellagio, taciuto il temporale, le misteriose campanelle sul lago sonavano e risonavano: "Ai nostri monti ritorneremo, la vita uniti trascorreremo...".
Dietro le porte del nuovo mondo, l'alchimia ci aspetta. Per diagnosticare il nostro male, il medico fa l'anamnesi non solo dei nostri propri mali precedenti, ma di quelli dei nostri genitori, dei nostri collaterali. Noi per, nonch figli dei nostri genitori, nonch parenti dei nostri collaterali, siamo figli e parenti della natura, dell'universo. Rinunceremo all'"altra diagnosi" solo perch lo studio di questa parentela pi vasta...? La difficolt, noi ci seduce.
Chiudo gli occhi e rivedo nel Museo della Scala il pianoforte sul quale le ottantenni mani, vecchie e rugose come zampe di tartaruga, composero il Falstaff.  un Erard: il pianoforte pi delicato, pi "pianistico" del pianistico universo. Eppure Max Reger mi diceva che comporre al piano  da schiappe. Povero ragioniere del contrappunto! Perch non si lasci maggiormente sedurre Verdi dalle asciutte grazie del pianoforte? La partitura del Falstaff io la immagino sgrassata del quartetto, di tutti gli strumenti a sonorit grassa, ridotta a una mezza dozzina di pianoforti che lavorano senza pedale, ai fiati, silofono, celeste, batteria, cos da lasciare a ogni nota il suo nitore, la sua perlaceit, siccome nel pilf ogni chicco di riso serba il suo individualismo.
Tutti gli strumenti sono pi o meno dei nobili decaduti. Il solo pianoforte si salva da questa condizione pietosa e disperata. Il pianoforte  lo strumento moderno per eccellenza: lo strumento nostro. La sua voce  precisa, rigorosa. Il suo aspetto medesimo, nero e solitario (ma l'Erard del Falstaff  biondo, biondo come una martora, biondo come il mio piccolo Cocchi) il suo aspetto medesimo richiama alla nudezza, alla povert della tragedia moderna. L'uomo ha inventato il cane per la guardia e il gioco dell'amicizia, ha inventato il pianoforte per la celebrazione della musica terrestre. Gli altri strumenti, dalla viola di gamba ai tromboni, si sono compromessi sull'Olimpo, sul Parnaso e nel paradiso dei cattolici. Il solo pianoforte si  serbato puro, immacolato: bianca la sua tastiera, degna delle nuove profezie. A lui l'onore di cantare la singolare musica delle citt, i miracoli del secolo.
La voce del pianoforte  chiara e metafisica.
Strumento della musica pi pulita, pi arida, pi spettrale, il pianoforte  il solo strumento che poteva introdurre la musica - questa vecchia dama malata e scontrosa - in compagnia della pittura e della poesia, nella vasta corrente di romanticismo che percorre l'Europa e l'America. E se questo elogio del pianoforte  stato scritto quindici anni addietro, quando il pianoforte s'inquadrava anche meglio di ora in un universo squisitamente "pianistico", perde forse di valore, perde di verit?
L'oro si conosce nel fuoco, nell'avversit gli amici. I buoni libri del pari si conoscono alla rilettura, le buone pitture nella riproduzione fotografica, le buone musiche nella riduzione per pianoforte. Mentre le altre opere di Verdi, Otello compreso, hanno bisogno delle voci, della scena e dir anche della claque, il Falstaff quanto a s se ne sta benissimo tutto solo al pianoforte, senza bisogno d'aiuto. Non per solo merito del bravo Garignani, la riduzione del Falstaff per pianoforte solo  anche pi pianistica dei Gradus ad Parnassum. Per colpa di una scrittura orchestrale non sempre spiccata, chi non conosce a memoria la partitura del Falstaff ignorer met delle sue bellezze, anche a una esecuzione orchestrale equilibratissima, perfetta. Al principio del primo atto, l'ascoltatore  colpito dai due accordi di tonica e dominante, sonati fortissimo da tutta l'orchestra, ma il disegno intermedio affidato agli archi gli sfugge, e questo mirabile tessuto sonoro che  il Falstaff gli apparir come un merletto bellissimo ma tarlato, come un musaico fitto fitto ma interrotto ogni tanto da buche. Pu un orecchio non esercitato seguire il disegno cromatico a terzine che apre la seconda parte del primo atto, e "disegna" il camminare "senza gambe" delle gaie comari di Windsor, il loro andare su rotelle?
Anche il Falstaff, come il Parsifal,  una preparazione alla morte.
A chi ha degnamente riempito la propria vita, la morte, per una squisita delicatezza, suole preannunciarsi di lontano. Chiama prima dal fondo del corridoio buio, poi da dietro la porta. I suoi appelli sono sempre pi insinuanti, sempre pi dolci. Vuole propiziarsi colui che le speranze illuminano ancora, persuaderlo che verso quelle speranze appunto si avviano i suoi passi.
Ciascuno si prepara alla morte come pu. Wagner pens che  bello partire di quaggi sorretto dagli angeli come la Santa Caterina di Luini, vogando sulle ali dei violini in sordina, portato dai loro accordi dolcissimi e bemollizzati, e dagli ondosi arpeggi delle arpe. In termine tecnico, queste partenze si chiamano "ascesi".
Verdi invece pens, o per lo meno intu (dei pensieri di Verdi non possediamo prove abbastanza convincenti) che morire significa entrare nel grande ritmo dell'universo, e perci, prima di morire, lui che col ritmo aveva avuto fino allora relazioni piuttosto blande, scrisse l'opera pi sottilmente ritmica non solo della sua propria carriera, ma di tutta la storia della musica. Preso alla lettera, e dimenticando le troppe concessioni che interpreti anche molto fedeli fanno pro bono publici, il Falstaff, dalla prima all'ultima nota,  un enorme "moto perpetuo".
Per esigenze sceniche, il Falstaff termina sul grande fugato di cui sir John propone il tema: "Tutto nel mondo  burla", ma in effetto il Falstaff  un tapis roulant che non ha fine.
Altre opere si ricordano e poi si dimenticano, poi si torna a ricordarle sia intere, sia partitamente alcune delle loro membra: il solo Falstaff non ci abbandona mai ma ci accompagna sempre, e partecipa al tempo del nostro cuore, scorre al ritmo di quel misterioso metronomo che di notte e di giorno, da svegli e nel sonno, al lavoro o in riposo, a piedi o in tram, rintocca ininterrottamente nella nostra testa.
Sapeva Verdi di dare ragione nel Falstaff, e a tanta distanza di secoli, a Eraclito d'Efeso e al suo "panta rei"?
Il finale "gioioso" del Falstaff, in verit  la voce pi sconsolata che abbia mai echeggiato al nostro orecchio; e ci vuole un cuore di bronzo, una mente d'acciaio per abbandonarsi al flusso ininterrotto e senza ritorno del Falstaff, vedere i nostri affetti allontanarsi, le nostre idee, le nostre speranze, i nostri convincimenti pi fermi, noi stessi diventare sempre pi piccoli, ridurci a un puntino minuscolo, sparire; quando  tanto pi facile invece aggregarsi a Wagner, e approfittare di straforo della sua "salvazione", cio a dire del suo cristianesimo comodo, familiare, borghese.
Significativo  anche il raffronto tonale tra il Parsifal e il Falstaff. Il Parsifal comincia e finisce in la bemol maggiore, che  una tonalit grassa e dolciastra, una tonalit alla crema, una tonalit al lattemiele; mentre il Falstaff comincia e finisce in do maggiore, ossia nella tonalit elementare per eccellenza, la pi asciutta, la pi pulita, la pi "da disegno".
Infatti, mentre il Parsifal  ancora una pittura a olio, spessa di pasta opaca e stesa sopra una grassa imprimitura a gesso e colla, il Falstaff  una tempera al miele stesa a velature sopra una imprimitura compatta e levigatissima, una pittura su marmo; e talvolta  soltanto un acquerello, come nella seconda parte del primo atto, e non a caso, se l'acquerello era, nell'Ottocento, la pittura prediletta degli Inglesi; e talvolta, come nella prima parte del primo atto e nella seconda del terzo (balletto),  un semplice disegno a matita.
Grande importanza ha, a mio parere questo affinarsi, questo inserenirsi, questo ingiocondarsi dell'artista in vecchiaia, che  poi il sentimento che egli ha di ritrovare il paradiso perduto. Le ultime pennellate di Renoir sono anche le pi fluide, le pi leggere della sua lunga vita di pittore; e i suoi accenti pi cordiali, pi felici Verdi li ha dati nel Falstaff; mentre Wagner, anche se fino all'ultimo continu a poggiare il testone fulvo sul cuore della sua diletta Cosima, non ritrov pi nel crepuscolo della sua vita quell'umore aurorale e castissimo, che gl'ispir l'idillio di Sigfrido.
Questo continuo raffronto Verdi-Wagner  antipatico ma fatale.  nell'aria. Lo sento io e lo sentono altri.
Che  quest'ansia di mettersi alla pari? Che  questo rammarico, questa paura di un Verdi meno "grande", e soprattutto meno "profondo" di Wagner? Gente che la vera grandezza, la vera profondit non sa dove stiano di casa. Noi invece il Falstaff ci convince di questo, che mentre la carne del "grande rivale" si sfalda e d fuori grasso da candele,  soltanto nel Falstaff che un uomo  riuscito a fare musica col marmo.
Il Falstaff non  l'affinamento di un uomo soltanto, ma di un'epoca.  tutto il melodramma dell'Ottocento, cos goffo in giovent e bitorzoluto, e maleducato, incerto dove posare i piedi e dove porre le sue mani rosse come barbabietole e penzolanti fuori delle maniche troppo corte, che si affina e scrive con le note sul pentagramma, quegli stessi disegni a filo che Ingres scriveva in punta di matita.
In via Torino, presso il negozio in cui nel 1919 accompagnai Ungaretti a comprarsi un abito confezionato, sorge la chiesa di San Giorgio in Palazzo, adorna di pitture tra le quali una di Bernardino Luini. Un giorno, mentre questo soave dipintore di Madonne stava spennellando la sua tela, sal sul palco l'arciprete e gli mosse alcuni appunti sul contrasto tra le sue figurazioni e i cnoni dell'agiografia. Luini non stette molto ad ascoltare, ma abbracci l'arciprete alla vita, lo sollev come se lui fosse Ercole e quello Anteo, e lo scaravent gi dal palco. L'arciprete fece una macchia nera sul pavimento della chiesa e Luini fugg da Milano e and a dipingere affreschi nei pressi di Monza. Questo episodio infirma in parte la nostra teoria sul nome come simbolo del carattere, perch non s'immaginerebbe tanta ferocia sia pure accesa dall'ira in uomo che soavemente si chiamava Bernardino Luini; ma d'altra parte possiamo ancora dubitare della forza della tradizione? Quando nel 1931 Achille Funi ebbe portato a termine in questa medesima chiesa il suo affresco di San Giorgio e invit l'arciprete a salire sul palco per vederlo meglio, l'arciprete, mmore della sciagura capitata al suo lontano collega, prudentemente rispose: "Grazie, professore, di quaggi vedo benissimo".
Dello scontro fra Bernardino Luini e il prete, si ha un'altra versione. "Narrasi", scrive Arduino Anselmi alla voce "Luini Bernardino" nella sua Milano storica nelle sue vie e nei suoi monumenti "che dipingendo egli nell'abbazia di Chiaravalle al cospetto di quel Priore, questi, preso d'ammirazione per l'espressione della Madonna uscita dal pennello dell'artista, dimentico d'essere su di un'impalcatura indietreggiasse alquanto sino a ruzzolare in fondo alla scala con il cranio spaccato. Accusato lo stesso pittore, questi riparava nella villa Pelucchi (Monza) della quale decoravane (sic) le pareti a soggetto mitologico". Questa versione sfacciatamente ottimista, ha il pregio tuttavia di costituire un'ardita anticipazione dei film di Ridolini.
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A UFO.
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Io cos disabituato all'aria delle chiese, entro nel Duomo di Milano con sentimento di neofito. Perch quest'accoglienza pi cordiale, questo fascino pi caldo? Bambino, mi attiravano le cappelline greche, i paracclissia sperduti nei campi brulli dell'Attica, la loro ombra interna, la spaventosa presenza del Dio nascosto dietro il siparietto dell'iconostasio: Dio peloso e vestito da kirios, da signore; Dio che respirava col fischio per cagione di una bronchite cronica; Dio che fumava sigarette orientali e dalle narici a barca cacciava il fumo dentro la barba pepe e sale; Dio ignorante delle delicatezze da usare coi bambini; Dio che si spiccava l'unico occhio dalla fronte, lo chiudeva dentro un triangolo d'oro e, come una marca di fabbrica, lo appiccicava al muro, sopra l'iconostasio di dove questo mi guardava spaventosamente e mi raggelava di paura.
Pi che la paura, oggi opera su me la bont, questo "legame" delle cose umane; e sulla soglia del Duomo di Milano odo una voce quale da nessun altro portale di chiesa cattolica mi aveva mai parlato: voce simpatica e cordiale, edotta della "mia" lingua e delle sue pi riposte risonanze, che dice: "Entra, entra. Bene ti troverai qui dentro e a gusto tuo".
Ecco il punto: "A gusto tuo". Fu questa assicurazione che determin la necessaria condizione di fiducia. Anche dalla finestra centrale, tra le affiancate figure di Eliseo e di Elia, di Michea e di Geremia, una mano sporse dal vetro e con morbido movimento di remo accennava di entrare, di entrare...
La religione  rigida, il culto pietrificato. Ci che a me vieta di esser religioso,  di non trovare religione "di mio gusto". Pure se c' cosa al mondo che dovrebbe adeguarsi ai desiderii dell'uomo, scendere nel suo fondo pi riposto, contentarlo anche in ci che egli non osa chiedere n manifestare, prodigarsi secondo le infinite variet della specie umana, essa  la religione. La Riforma cadde a buon punto, content i gusti del mondo occidentale arrivato a maturit, al quale i gusti del mondo mediterraneo non potevano pi bastare. Quante nuove esigenze si sono accumulate dal tempo della Riforma a oggi? Apra la religione nuovi reparti: apra un reparto anche per noi. Chi ci lever dalla mente che la religione  un dialogo fra Autorit e Infantilismo? Noi la parte dell'infante non la vogliamo fare. In materia di fede, di sentimento dell'anima, di abbandono all'aura del mistero, cordialit e confidenza sono condizioni prime; e cos pure la parit di trattamento, come per la guerra o per un lungo viaggio. Anche nei premi che la religione promette, conto non  tenuto della variet dei gusti, della tanta diversit fra abitudine e abitudine, fra esigenza ed esigenza; fra stile e stile. Perch aspirare al paradiso, se il paradiso cos com' a noi non piace, n come spettacolo, n come musica, n per la compagnia che ci si trova? Gi nella Divina Commedia, sei secoli addietro, gli uomini interessanti, i nostri amici d'elezione, stavano tutti nell'Inferno. D'altra parte, amici delle comodit, assetati di libert di giudizio, possiamo noi rinunciare alla dignit umana, ai benefici del vivere civile? Sotto Milano, la situazione dell'uomo in chiesa  inconfortabile, schiacciante l'autorit di Dio. Nel Duomo di Milano, l'uomo subito s'accorge che sar trattato con riguardo, capisce che per farlo star comodo qualche sforzo  stato fatto, sente che in quella calda penombra Dio gli sar amorevole e confidenziale. E allora entriamo...
Appena entrato in Duomo, trovo sul pavimento la striscia di ottone che segna il meridiano di Milano, e sulla quale allo scoccare di mezzogiorno viene a battere la luce guidata dal pertugio aperto in alto e alla destra dell'ingresso. Cristiani o pagani, i templi sono i depositi dei misteri astrali. L'interno della Grande Piramide  la soluzione di alcuni problemi di astronomia. Considerare mistero ci che non si conosce o non si riesce a spiegare,  una forma di ottusit mentale, un modo di amareggiarsi la vita. L'uomo saggio e intelligente non conosce misteri. Non se ne preoccupa. Sa che nulla  mistero. Sa che il mistero se mai  tale, per ragioni che non hanno nulla di misterioso. La sola forma accettabile di mistero,  il mistero come gusto, ossia come condimento d'arte: mistero come ombra, mistero come luce, mistero come gioco di piani. Nient'altro.
Anche il Duomo di Milano  stato eretto sulle rovine di una chiesa pagana, sui ruderi di un tempio dedicato dai Celti ad Atena, e dai Romani trasformato in un'ara dedicata a Minerva.
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NOTA: Nel nono secolo fu innalzata la cattedrale di Santa Maria Maggiore, che poi ced il posto al Duomo. Sei chiesuole circondavano la cattedrale, come i pulcini circondano la chioccia. Delle sei, G. Battista, Gabriele, Michele, Stefano, Uriele e Raffaele, la sola chiesetta dedicata a San Raffaele  rimasta. FINE NOTA.
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A Milano, in questa citt cos pura di pregiudizii, cos infanatica, riescono strani i giochi crudeli dell'umana credulit. Anche qui, dunque? Hic quoque? Questo rimutarsi e cambiar faccia della verit, questo sostituirsi perentorio di una verit trionfante ad altra considerata falsa e vinta, offendono la mia ragione, infondono nel mio animo una grande tristezza. Gli uomini sentono di tanto in tanto il bisogno di porre una pietra sul passato. Per spegnerlo. Per distruggerlo. Per impedirgli di parlare. Come se tutto quello che fu, come se tutto quello che , come se tutto quello che sar non fosse egualmente nostro.
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NOTA: "Le respect des peuples pour certains endroits consacrs, pour les ruines des temples et pour les dbris mmes des statues, obligea les prtres chrtiens  btir la plupart des glises sur l'emplacement des anciens difices paens. Partout o l'on ngligea cette prcaution, etNOTAmment dans les lieux solitaires, le culte ancien continua, - comme au mont Saint-Bernard, o, au sicle dernier, on honorait encore le dieu Jou sur la place de l'ancien temple de Jupiter. Bien che l'ancienne desse des Parisiens, Isis, et t remplace par sainte Genevive, comme protectrice et patronne, - on vit encore au 11 sicle, une image d'Isis conserve par mgarde sous le porche de Saint-Germain-des-Prs, honore pieusement par des femmes de mariniers; ce qui obligea l'archevque de Paris  la faire rduire en poudre et jeter dans la Seine. Une statue de la mme divinit se voyait encore  Quempilly, en Bretagne, il y a quelques annes, et recevait les hommages de la population. Dans une partie de l'Alsace et de la Franche-Comt, on a conserv un culte pour les Mres, dont les figures en bas-reliefs se trouvent sur plusieurs monuments, et qui ne sont autres que les grandes desses Cyble, Crs et Vesta": Grard de Nerval, Les Illumins, volume 2. FINE NOTA.
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Poche sostituzioni sono giustificate e tollerabili, e quelle sole in cui la distinzione fra bene e male non conosce dubbi, non ammette discussioni. Come il monumento a Beccaria in Milano, collocato nel luogo medesimo in cui una volta sorgeva la casa del boia. In questo caso, come in quello della chiesa di Santa Maria del Popolo, in Roma, edificata per far cessare ai piedi del Pincio le malefatte del fantasma di Nerone, la sostituzione ha un preciso fine disinfettatorio. A spalla a spalla con la casa del carnefice, stavano i lupanari. Si andava prima al lupanare ove l'amore mercantile uccideva l'anima, poi si passava in casa del boia, ove la mannaia di mastro Lachner uccideva il corpo. Giovanni Lachner, che ebbe la carica di carnefice nel 1853, per non farsi riconoscere quando usciva di casa, si legava al mento un posticcio barbone rossastro. Lenin invece, mentre se ne stava nascosto nei pressi di Pietrogrado e aspettava che Trozki a capo del suo esercito di tecnici avesse terminato di conquistare la capitale, si era vestito da donna e si era messo in capo una parrucca rossa. Cos mite di solito, cos idealista, Lenin in quel momento si sent probabilmente carnefice.
 per lo meno strano che la facciata delle maggiori chiese d'Italia: San Pietro in Vaticano, Santa Maria del Fiore, Duomo di Milano, sia una facciata in ritardo e turbata da qualcosa di falso.
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NOTA: "Les chanoines de Milan recevaient tous les ans des sommes considrables pour terminer leur magnifique glise toute de marbre blanc taill en filigranes gothiques. Ils eurent l'esprit de laisser le portail dans un tat dplorable de non-achvement. Quoi de plus ridicule que de voir, en face d'une grande place, un mur fort laid perc par une porte dont la vote tait en briques toutes nues? Et cette misrable porte donnait entre dans une cathdrale magnifique orne de quatre mille statues et dont les arcs-boutants sont de marbre blanc artistement cisel. Pendant deux sicles, cet innocent artifice des chanoines leur valut des millions, et ils avaient le plaisir de se voir dans tous les testaments. Mais Napolon vint; et, quand il fut roi d'Italie, il leur joua le mauvais tour de faire achever la faade de marbre blanc de leur glise: c'est le fameux Dme de Milan. Rien au monde de plus joli": Stendhal, Mmoires d'un touriste. FINE NOTA.
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Nonch la facciata, nel Duomo di Milano gli esteti giudicano false anche le guglie. Ma gli esteti sbagliano. Le guglie sono la necessaria correzione del tetto a capanna; sono l'"aspirazione", le braccia levate a una divinit spiritosa e buona; sono il segno che anche nelle sue relazioni con Dio, Milano  toccata dalla civilt occidentale, nel suo doppio sentimento occidentale e settentrionale; sono l'indizio che a Milano la fede cristiana ha raggiunto i margini del cattolicesimo e sta per sconfinare; sono l'anticupola per eccellenza, il segno che il sentimento di Dio si associa quass a una mente copernicana, a una libert di giudizio.
La cupola invece  tolemaica.  il mondo chiuso. Non dimentichiamo che la cupola, prima che romana,  araba, e che il Pnteon di Agrippa  chiamato "la prima moschea d'Europa". La cupola  l'immagine del cielo chiuso, del cielo posato come un coperchio sulla terra. Come sottostare a questa mezza sfera cava, come pensare, come respirare l sotto, noi che preferiamo la notte al giorno perch di giorno viviamo sotto l'autorit del sole, e di notte siamo liberi di guardare "fuori di casa"?
Eppure Milano non  meno pia delle altre citt d'Italia, semmai di pi. Dentro l'ascensore del mio albergo  affisso l'orario festivo delle messe nelle principali chiese della citt, con l'indicazione se la chiesa  riscaldata o no, se la messa  con vangelo e benedizione, o soltanto con "breve vangelo".
Una delle prime condizioni delle civili comodit,  che il pavimento sia coperto di tappeto. Ragioni tecniche vietano alla chiesa di vestirsi di bucra, e per sul pavimento del Duomo il tappeto non  posato ma "scritto". L'occhio, in mancanza del piede,  contento.  un immenso tatuaggio di rosoni che si ripete all'infinito, circondati di palme a ventaglio e di flabelli, chiusi dentro riquadri che a loro volta contengono figure minori, e corso da guide composte di quadrifogli in fila, dentro i quali piccole croci di Malta tendono a eguale distanza le loro quattro braccia tozze.
Il pavimento  in riparazione. La parte gi riparata comincia al portale e si stende liscia sotto le navate, come un mare tirato a pulimento. Ma, superato il terzo pilone, questo mare pietrificato perde di colpo la calma e s'increspa. Quindi comincia il pavimento non anco restaurato e si stende pi basso di tono, fino all'altare maggiore che avvolge e gira intorno all'abside. In un lavoro di anni e di secoli, i passi dei fedeli hanno trasformato il pavimento liscio in pavimento a rilievo. Sporge il tondo dei rosoni, sporgono le linee dei riquadri, e nel mezzo la pietra s'infossa. A camminare su queste decorazioni "a sbalzo", il piede fatica. L'occhio si china a cercare i passaggi lisci, come quando per scaramanzia si vuol evitare di fare croci tra il piede e le linee del pavimento. L'amico milanese che mi accompagna per questo labirinto basso, mi dice che un passaggio liscio c', ma  noto soltanto alle guardie che nel Duomo fanno servizio di pubblica sicurezza. Queste guardie sono due, una aerea e l'altra terrena. L'aerea perlustra dall'alba al tramonto il tetto della chiesa, si aggira tra le guglie, passa tra gli archi rampanti e le falconature, chiama per nome gli uccelli che passano, si ferma a conversare con le statue ritte sui pinnacoli; e quando lo sconforto, il ricordo della vita terrena opprimono il suo animo oscuro, alza gli occhi alla Madonnina d'oro, alle sue braccia aperte nel gesto dell'abbraccio e della benedizione, e tutta si racconsola. La guardia terrena invece sorveglia l'interno della chiesa, e il suo servizio  meno confortato di luce e dagli spettacoli del cielo. Passa e ripassa tra le colonne a fascio, costeggia gli altari n ha pi curiosit per quello bellissimo di San Giovanni Buono, o per quello di Santa Tecla che in dolce atteggiamento di devozione se ne sta tra i leoni e gli orsi mansi; percorre il transetto e non ha uno sguardo per i due pulpiti istoriati e sostenuti da santoni curvi che sporgono col busto fuori della pietra e hanno infilate le gambe dentro una teca, al modo delle sirene che terminano in coda di pesce; traversa le navate, e le statue sugli archi del tiburio non l'attirano pi, n l'organo con la sua maestosa tribuna, fiancheggiata di testoni virili e di teste di angioletti chiusi nelle loro ali; e per non stancare il piede sul pavimento martoriato, non si diparte mai dal misterioso "itinerario liscio". Poi, quando il suo turno  terminato e il compagno viene a sostituirla, la guardia gli trasmette l'itinerario segreto come una parola d'ordine, e se ne parte verso i gaudii della busecca.
Per gli esoterici, le cattedrali gotiche sono "i monumenti dell'occulto". Renan le dice opere sovrumane, "che solo per un patto col diavolo sono potute passare dal mondo del sogno a quello della realt". Invano i "tecnici" si sforzano di scoprire il mistero edilizio di queste costruzioni. Nel Duomo di Milano, le grandi vetrate dell'abside stanno su per un miracolo di equilibrio. Ogni capitello, ogni figura, ogni doccione sono altrettanti simboli ermetici, che non possono essere svelati se non col Dizionario Mistico di Rabano Mauro alla mano. Il "quadrifoglio" che abbiamo veduto tra le figure del pavimento, rappresenta un uomo seduto sopra una roccia, e che ha davanti a s due ruote implicate insieme. Secondo Ruskin (Bibbia d'Amiens) questo uomo  Ezechiele, che prima vide quattro animali alati, poi delle ruote implicate insieme; ma secondo Fulcanelli, l'uomo del quadrifoglio sorveglia il fuoco di ruota, e le due ruote sono "il segno delle due rivoluzioni che operano successivamente sul composto, per recarlo al primo grado di perfezione". Chi ci assicura d'altra parte che nelle due guardie di cui parlavamo dianzi, l'aerea e la terrena, non sieno da riconoscere le due nature eguali di potenza ma diverse di complessione, che i Saggi, secondo Filalete, simboleggiano con l'aquila e il leone: questa personificazione della forza terrestre e fissa, quella espressione della forza aerea e volatile? Per Spirito Gobineau di Montelucente, lo stesso nome "gotico"  usato al posto di "goetico", che significa "magico"; e Fulcanelli asserisce per parte sua che gotico sostituisce per assonanza "argotico", o come dire ci che  pronunciato nel linguaggio "chiuso", per non essere inteso da chi non  iniziato.
Qualche passo ancora, e ci fermiamo sul labbro di un buco circolare. Un cavalletto di ferro sta a cavallo del buco, con corde e carrucole, per la manovra di ascesa e discesa di un secchio. Caliamo lo sguardo per entro il buco, come se anche il nostro occhio fosse un secchio, e nel breve spazio scoperto delle cantine cattedralizie, scorgiamo alcune statue schierate davanti a una vasca da bagno.  una vasca di cemento, simile a quelle che si trovano ancora nelle vecchie case di Milano, com'era la tinozza nell'appartamento che noi abitammo alcuni anni sono nei pressi del Corso Buenos Aires. In quell'appartamento la nostra vita fu insidiata dagli scarafaggi, siccome la vita di Pafnuzio fu insidiata, nella sua capanna della Tebaide, da una folla di minuscoli sciacalli, ognuno dei quali rappresentava una tentazione della carne. Tre volte vennero i muratori a otturare i buchi, tre volte gl'imbianchini a imbiancare. Invano. Sui muri pi bianchi, spiccavano pi neri quei piccoli dmoni dello schifo, che erroneamente la storia naturale chiama ortotteri notturni o lucifughi, perch non meno della notturna, la loro vita diurna  attiva e gagliarda. Incauti, fu in quella casa che noi leggemmo la Metamorfosi di Kafka, la storia di Gregorio Samsa che una mattina si sveglia trasformato in un insetto mostruoso. Dovemmo cambiare casa.
Mi stavo rileggendo in quei giorni quel libro di Lucio Apuleio che dal titolo originale si chiama Le trasformazioni, e comunemente  chiamato L'Asino d'oro. Era la quinta o sesta volta che me lo rileggevo. E ogni volta me lo leggevo meglio. Di tanto in tanto "agganciavo" la mia mente a una parola o particolarmente significativa o particolarmente evocatrice, e quindi spiccavo il volo nelle divagazioni, nei ragionamenti, nelle fantasie. La buona qualit di un libro, noi che scriviamo la misuriamo dal suo potere nutritivo.
Contemporaneamente, e invogliato forse dalla simiglianza del titolo, mi leggevo la Metamorfosi di Kafka. Prova che non inganna: questo libro lo leggevo "male". Che differenza! Di quanto singolare e diversa dalle altre sia la mente latina, qui si ha una buona conferma e, ove ne fosse bisogno, la reiterata testimonianza non dico che nella sola mente latina splende la santa luce della ragione, ma che soltanto in essa questa luce splende serena e piena.
La ragione precede i fatti e ne determina l'esistenza.  uno degli assiomi pi belli della "mente latina". Se vero o falso non so. Pu darsi sia falso. Pu darsi che i fatti non nascano dalla ragione, ma irrazionalmente. Tutto : tutto dunque si pu dimostrare filosoficamente. Questa la profonda ragione dell'umana infelicit. Ma per non essere infelici, per schivare il "tema obbligato" dell'infelicit, disperatamente noi ci aggrappiamo al sistema artefatto (fatto con arte); e, fra tutti i sistemi "artefatti", a quello che  fatto con pi arte di tutti: la mente latina. E crediamo alla ragione: all'assoluta esistenza della ragione: al suo organismo perfetto, alle sue leggi inderogabili, alla sua forza protettrice e salutare.
Nella ragionata fantasia degli antichi, la metamorfosi, il "mutamento di faccia" non  atto irrazionale, mostruosit ingiustificata, miracolo, ma un premio o una punizione; talvolta, come nella trasformazione delle tre sorelle in rondini, la poetica espressione di una "scoperta" psicologica. Invece, la metamorfosi di Gregorio Samsa in "enorme insetto immondo" non  una punizione n tanto meno un premio:  una di quelle malattie orrende, fulminee, inesplicabili, inguaribili, che scoppiano nei paesi che vivono fuori della giurisdizione igienica della "mente latina".
La ragione  alla nostra salute morale, ci che l'igiene  alla nostra salute fisica. Kafka partecipava di un mondo irrazionale, di un mondo empirico, il disgraziato! La ragione ci predispone allo stato di salute, e questa salute, che per gli altri  una luce bellissima ma lontana, per noi  la pi naturale delle possibilit. Quindi probabilmente, da questa "patologia" dell'Uomo Faustiano, la sua angoscia continua.
Sempre si ripete nei secoli questo affacciarsi dell'Uomo Faustiano sulle Alpi, questo suo aspirare alla bellezza della nostra terra, alla mitezza del nostro clima. Ma sono terra e clima che lo attraggono, o non piuttosto la "salute morale" di cui si fruisce di qua dalle Alpi?
Non dico che la ragione, questa igiene morale, escluda la malattia e la elimini per sempre (del resto che condizione inumana e "morbosa", una salute perennemente perfetta!) ma rende razionale la malattia stessa, risponde a ogni singola malattia con una terapia adeguata. Ma alla malattia di Gregorio Samsa, quale terapia opporre?
Lucio Apuleio nacque circa il 125 a Madaura, presso Cirta, l'attuale Costantina. Terra di misteri e di magia.
Una mattina, alcuni anni sono, partii da Philippeville, che  il porto di Costantina, e tre ore dopo l'automobile era in vista del ponte aereo, magrissimo, che da un'altezza da capogiro scavalca le gole del Rummel.
Costantina  tutta quanta raccolta su questo enorme disco altolevato, cinta torno torno da rocce e dirupi. Citt tutta dislivelli e scoscendimenti. La casa che mi ospit aveva due facciate e due ingressi: uno all'altezza del pianterreno, l'altro del terzo piano. Una curiosa avventura mi capit in quella casa, ma di ci parler in appresso. Costantina  la vera citt "che si scopre". Citt da stampa antica e da assedio. Una Gerusalemme da Buglione e degna di Torquato Tasso. Infatti, la presa di Costantina  uno degli episodi pi pittoreschi e spettacolari della conquista dell'Algeria. E pi cruenti pure. Gran battaglia in pretto stile francese, calzoni rossi in mezzo al fumo e assalto dei turcos. Ferocissime quanto di poi si sono fatte miti, le mukere versavano olio bollente dal sommo delle mura. L'espugnazione definitiva non avvenne se non cinque anni dopo il primo assalto, tanto questa citt  "chiusa" da natura. Sia da questo ponte che  un miracolo d'ingegneria, sia dagli orli dell'orrendo crepaccio in fondo al quale ftide e nere scorrono le acque del Rummel, si veggono a met della parete rocciosa, lenti, grevi di carne morta, volare a cerchi gli avvoltoi. Appena un poco di spazio orizzontale sporge dal dirupo, ivi sta coricato un semesch, un "mangiatore di sole". Pi che sdraiato: murato. Immobile quanto il sasso che egli continua. Se vivo o morto, desto o dormiente, non si sa. Dicono gli Arabi, e traducono i Francesi, e io per decenza ripeto nella loro stessa lingua: "Partout au monde les oiseaux fientent sur les hommes: aux gorges du Rummel les hommes fientent sur les oiseaux".
A notte alta mi riduco nella squallida dimora che la massima autorit politica del dipartimento ha posto a mia disposizione. Tetre e sonore come stomachi a digiuno, le camere sono popolate di brutti quadri e di fantasmi africani. Ho l'abitudine di leggere un poco prima di addormentarmi: necessario distacco dai miei propri pensieri. Ecco che una vasta libreria mi offre i suoi severi allettamenti. L'oro dei titoli brilla sulla pelle delle coste. Voltaire, Diderot, un'edizione principe di Rabelais, storici, moralisti, tragedi, poeti e prosatori: tutto il senno della Francia, la pi sontuosa imbandigione dell'intelletto si offre alle mie voglie. Pongo la mano sul tomo terzo delle opere di Voltaire, ma nonch il tomo terzo, l'opera omnia mi viene incontro dell'"orrendo filosofante di Ferney" e leggerissima per tanta mole. Guardo...  un trucco, una finzione, una scatola in forma di libri aggruppati e, dentro, la raccolta completa di un giornale libertino del secolo passato, "Le Voleur", con gran cosce tra i frufr.
Appena fuori della stazione di Costantina, il viaggiatore dovrebbe essere degnamente accolto dal filosofo, avvocato, conferenziere Lucio Apuleio, autore dei Florida, dei De Deo Socratis, De Dogmate Platonis e De Mundo. E invece no: il viaggiatore - e per quale altro "perch", se non per accentuare il carattere magico di questa terra? -  accolto da un Orfeo gittato in un bronzo verdolino, da un piccolo Orfeo paffuto e ricciutello, da un Orfeo tornito in quello stile joli-joli, in cui i pompieri di Francia sono impareggiabili maestri. L presso, un opportuno marmo insegna in latino, che dalle ruine di Massenzio la citt fu riedificata per opera di Costantino il Grande.
Intorno a questa citt circolare e rupestre, tragica la campagna si allontana a onde, in una tempesta vasta, immobile, dura. Del mistero, per un naso sensibile come il mio, qui c' perfino l'odore. Questo viene sulle ali del ghibli: il vento grasso e appiccicoso, il vento membranoso che vola con ali di pipistrello. Viene dal deserto prossimo che  il letto di un mare svaporato, la tomba scoperta degli uomini di oricalco. Fra questi marosi di terra grigia, infertile ormai e gi mista di molta sabbia, Lucio Apuleio si andava aggirando in cerca di lmuri e di lmie.
Spostiamo l'accento e abbiamo Lama. Eccoci in Grecia. E l'avventura di Lucio - non del Lucio autore, ma del Lucio personaggio che poi  lo stesso - comincia appunto in Tessaglia. "Thessaliam - nam et illic originis maternae nostrae fundamenta a Plutarcho illo inclito ac mox Sexto philosopho nepote eius prodito gloriam nobis faciunt - eam Thessaliam ex negotio petebam". Per felici circostanze della mia vita, conosco tanto la Tessaglia quanto la terra che circonda Costantina, posso garantire la pi che aria di famiglia, la perfetta affinit di queste due regioni. Terre di fantasmi entrambe, di streghe, d'incontri funesti e fascinosissimi. Qui come l il suolo ha lo stesso andare a onde lunghe, la stessa vegetazione frusta, dura, innutritiva; la stessa aria secca, salsa, da mare scomparso. Come riscontro alle rocce circolari che l sorreggono Costantina, qui abbiamo una foresta di rocce contorte, spasimanti, tragicamente umane, che dall'astronomia hanno preso nome Meteore, e dalla signoria turca Kalabka. Su queste cuspidi, nidi di cristianit, si conserv e la lingua e la confessione dei Paleologhi e dei Comneni. Al Rummel di l ftido, incassato, sinistro, qui risponde il Peno: biondo, aperto, sonoro. Signori, siamo in Grecia.
Come si sa, L'Asino d'oro  stato voltato in italiano da Agnolo Firenzuola, e questa versione, assieme con quella di Dafne e Cloe fatta da Annibal Caro,  uno specchio di prosa italiana. Nel finale, che dal testo originale differisce alquanto,  uno dei pochi esempi di femminismo che offre la nostra letteratura.
Dopo tanto somaresco patire, Lucio incontra finalmente colei che lo far tornare uomo. ("Le rose fanno morire gli asini" ha detto Aristotele). Costanza si chiama la portatrice di rose, ed  bellissima. E Lucio che riconoscente l'ha tolta in isposa, ringrazia in ultimo la memoria di lei (bellissimo e melanconicissimo questo "saluto all'ombra"): "che, dopo la morte sua, non  restata molte fiate di cielo venirmi a consolare, e riserbandomi sempre il suo bel nome fermo e costante nella memoria, non mi ha mai lasciato all'asino ritornare".
Con parole diverse ma spirito affine, Nietzsche, quattro secoli dopo, dice che "il matrimonio  una lunga conversazione".
Nell'Asino d'oro  incastonata, gemma fulgidissima, la favola di Amore e Psiche. A risolvere il misterioso "divieto" di questa favola nessuno, neppure lo stesso Schopenhauer ha posto mente, per quanto ghiottissimo costui di simili bocconi. Unita con Amore, Psiche deve astenersi dal guardarlo, pena le pi gravi sanzioni. Dietro il velo magico e l'ineffabile volutt, si cela dunque qualcosa di "non guardabile"?
"Il y a toujours quelque chose de mal dans l'amour", disse fra tante sciocchezze, intelligentemente Marcel Prvost.
Questa tinozza posta nei sotterranei del Duomo, queste statue in procinto di fare il bagno mi danno speranza che io potr penetrare il mistero idrico di Milano. Qualcuno crede che sotto il Duomo ci si vada in barchetta al lume delle torce, ma  un lapsus loci: in barchetta al lume delle torce, e con l'autorizzazione dei vigili del fuoco si va nell'or coperta darsena presso l'Ospedale Maggiore, ove approdavano le maone che recavano per via fluviale i marmi destinati alla fabbrica del Duomo, e che portavano sulla prora la sigla A.U.F. (Ad Usum Fabricae), dalla quale  nata la locuzione "a ufo", per dire gratuitamente.
Milano riposa sull'acqua, e questa  una delle principali ragioni della sua perenne freschezza. L'acqua scende dalle Prealpi, s'avvia per misteriosi fiumi sotterranei, cede alla pendenza della valle padana, passa a sei metri sotto le case di Milano, continua e va a ingrossare il Po. Se la casa scende pi a fondo con le radici, allora, come nella nuova Cassa di Risparmio sorta a sostituire la vecchia Ca' de sass, si affonda nell'acqua sotterranea un bacino di ferro, e dentro a questo si posa la base della casa simile alla carena di una nave.
San Bartolomeo sta ritto sul suo piedistallo, presso il muro del braccio di croce destro. San Bartolomeo soffr il martirio per decorticamento in Albanopoli di Armenia, e Marco d'Agrate ha rappresentato l'apostolo che esemplarmente impassibile si avvolge intorno agli scoperti tegumenti la pelle che il carnefice gli ha strappata di dosso. Marco d'Agrate ha compiuto un bellissimo tour-de-force, uno di quegli "scorticati" che per gli scultori sono ci che il Trillo del diavolo  per i violinisti. La Guida del Touring dice che questa statua "fu a lungo considerata come un capolavoro, ma oggi la critica  su di essa meno ammirativa".
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NOTA: Forse per colpa di Stendhal. "A ct de ce passage le cicerone vous fait remarquer une statue de saint Barthlmy, corch et portant gaillardement sa peau en bandouillre, fort estime du vulgaire, et qui pourrait figurer avantageusement dans un amphithtre d'anatomie": Rome, Naples et Florence. FINE NOTA.
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 per questo che pittori e scultori oggi disegnano peggio di ieri? In alcuni paesi di mare, la pelle dell'apostolo  stata scambiata per una rete e San Bartolomeo  diventato patrono dei pescatori. Equivoco  fratello di Provvidenza.
Entriamo nell'ambulacro intorno all'altare maggiore, e l'immagine di una Madonna ci abbaglia, sfolgorante di lumi e di cuori d'argento. I fiori che fanno giardino sotto l'immagine, l'eccezionale decorazione segnalano l'immagine miracolosa.  sonato mezzogiorno, arrivano a una a una le fanciulle, a capo chino e con passo frettoso, le crestaie che vanno a inginocchiarsi davanti alla Madre sfavillante. Mi dicono che questa pittura si chiama la Vergine del parto, e intendo il fervore delle oranti, indovino l'argomento delle preghiere, rivolte all'amore e alla generazione, ragioni dominanti la vita della donna. Ma davanti alla Vergine del parto vengono pure a inginocchiarsi un vegliardo e un giovane seminarista. Rinuncio a capire.
Per una porticina a sinistra scendo nella cripta; trovo una sala poligonale e buia, poi una sala rettangolare e illuminatissima, nella quale alcuni fedeli stanno curvi a pregare.
Miserevole e ridicola  l'immagine dell'uomo inginocchiato. (Mi dispiacciono questi tre proparossitoni posti in fila, cui purtroppo si  aggiunto il quarto che li qualifica, e il quinto del verbo, ma non so che farci. Perch l'incontro di pi sdrucciole fa macchia di unto sul tessuto di una prosa pulita? Perch una prosa  tanto pi pulita, quanto pi priva essa  di ogni meccanicit di verso; e perch le sdrucciole nelle quali  quasi effetto di rima e assonanza - non so nulla di pi retoricamente vacuo, di pi balordamente anatomico delle sdrucciole con cui cos spesso Carducci termina i suoi versi, e cui io, ogni volta, ho voglia di gridare: "basta!" - danno sospetto di una prosa poeticamente meccanizzata, ossia ritmata, "palpitata", intonata alla smunta stupidit della preghiera, dell'elevazione dell'anima, del laborare est orare). Altrettanto miserevole e ridicolo riducono l'uomo quegli atteggiamenti che lo allontanano dal suo primitivo carattere guerriero: l'uomo alla macchina da cucire, l'uomo al pianoforte, l'uomo che suona l'arpa. Non illudiamoci: a tanti secoli dalla fine del predominio della forza bruta, l'ideale dell'uomo, pur del pi ingobbito e ingoffito dalle fatiche burocratiche, del pi pedindolcito dalla vita sedentaria, rimane l'uomo d'arme. Ora il guerriero appunto, per evitare la miseria della genuflessione, posava un solo ginocchio a terra; nel che  la civetteria della sua ostentata sommissione al re, al sacerdote, a Dio - pi sincera alla dama; e il segno pure che alla prima occasione egli pu balzare in piedi e tirare fendenti a coloro stessi che mostra di riverire.
Assistei alcuni anni sono alla prima comunione di mia figlia Angelica nella cappella dell'istituto Santa Elisabetta, in Piazza Pitagora, a Roma. Fra i "genitori" presenti c'era anche Lucio d'Ambra, non in qualit di genitore ma di rappresentante, presso la nipotina comunicanda, del suo povero figlio Diego. E il vecchio e azzimato romanziere, cos attento sempre, e in quella chiesa pure, al suo aspetto di lion, piegava ogni tanto le ginocchia sull'inginocchiatoio anche quando il rito non lo richiedeva, e la fronte nelle mani, in sembianza di grande fervore religioso. E pi la cerimonia andava avanti fra canti e preghiere e prediche, pi il Balzac italiano moltiplicava le genuflessioni. Finch io capii: non si reggeva in piedi, il disgraziato. Non  forse nell'impressione di uomo senza gambe, tutta la gran miseria dell'uomo genuflesso? Ideale dell'uomo  oggi ancora il mirmidone pi veloce, e Achille genuflesso nessuna mente immagina, nessun occhio vede.
Traverso la corsia in punta di piedi, giro una rotonda ornata di legni lustri, di pareti vestite di stoffa, di forbitissimi metalli.  il massimo del conforto, del calore di casa. Abita qui San Carlo Borromeo.
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NOTA: Un Borromei fece uso a Milano della prima cambiale, emettendola sulla citt di Lucca nel 1325. FINE NOTA.
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Nel mezzo, coricato in una barca di cristallo, vestito dell'abito pontificale, la mitria in testa, scintillante di gioielli, naviga i mari della morte colui che, colossale e scuro, domina il lago davanti ad Arona.  l'isola delle gemme. Ma in tanto splendore la testa "fa buco", nera mummiesca e ironica, con la batteria schierata dei denti scoperti e gialli.
Uno zio di San Carlo si chiamava Gian Giacomo Medici, e per diminutivo Medeghino, non perch appartenesse alla famiglia fiorentina dei Medici, ma perch suo padre curava gli ammalati. Nonch zio di San Carlo, il Medeghino era fratello di Pio IV, e questi alla sua morte volle erigergli un monumento in Duomo. Bench imparentato a cos santi uomini, Gian Giacomo era uomo di guerra, e castellano di Musso, presso Dongo, di dove la sua flotta dominava le due rive del lago di Como. Pio IV commise il monumento a Michelangelo, ma questi a sua volta lo pass a Leone Leoni, che in quel tempo stava a Milano ed era una specie di Michelangelo in seconda, appena meno michelangiolesco. Ed  invero di un michelangiolismo mitigato la figura gettata in bronzo del Medeghino vestito da guerriero romano, e cos pure quelle della Milizia e della Pace, della Prudenza e della Fama che la fiancheggiano. Del resto, Michelangelo domina nonch con lo spirito, ma pure col soma questo complesso di figure, e lo stesso Medeghino arieggia nella sua nera figura la fiera figura del Buonarroti, con un'ombra pure come di un Garibaldi che, con pi mitezza, viene a mischiarsi alla persona di questo ammiraglio di acqua dolce. Tra coloro che propugnarono un'Italia libera, si citano Petrarca, Machiavelli, Cesare Borgia; ma perch non si cita mai il Medeghino, il quale non solo la propugn, ma in minuscolo la effettu?
Ben poco rimane del castello di Musso, che primo in Italia port casematte e piattaforme per le "artillerie". Qualche frammento di muro, la base di una torre di guardia, la chiesuola di Santa Eufemia in cui celebrava quel Teodoro Schlegel abate di Fristenburgo, che fu vicario del vescovo di Coira e acerrimo confutatore della "Schiavit di Babilonia". Delle mura lunate del porto, emergono due monconi grigi. All'alba del 21 agosto 1531, la flotta medicea salp da questo porto all'incontro delle navi ducali, che nel pensiero del duca Sforza, dell'ammiraglio Gonzaga, del governatore spagnolo di Como Pedraria, e soprattutto del lontano Carlo V, dovevano stroncare per sempre la potenza del Medeghino, e sommettere tutto il lago all'ispana podest. In testa galoppava la capitana vergata di rosso e nero. Salve Domine vigilantes era il suo motto, e in cima all'albero di maestra squillava la sacra "Martinella". L'Indomabile seguiva scalpitando, comandata da Gabriello, fratello minore del Medeghino; poi veniva il Busto di ferro, comandato dal Borsiero, la Salvatrice comandata da Falco di Nesso, il Sant'Ambrogio e lo sciame delle borbote, delle piatte, delle scorribiesse piene di archibugieri, guastatori, incendiarii che alle mani sentivano gran prurire. Le armate nemiche si scontrarono tra Bellagio e Cadenabbia, stettero un po' a guardarsi in cagnesco, poi il fuoco lo apr una borbota di Gian Giacomo. La battaglia divamp su tutte le navi. I grossi vascelli si sputavano ferro addosso e fuoco a piene bordate. Il grasso tonare delle bombarde era punteggiato dal picchiettio degli archibugi. Nel rombo delle artiglierie, nello stormire dei tamburi, nell'urlo dei combattenti, nelle grida dei feriti, squillavano alti, metallici, insistenti i rintocchi della "Martinella". Una nube densissima, fenduta da lampi incessanti, avvolgeva lo specchio di lago. Il Tivano non tirava quella mattina, il vento di tramontana che dal far del giorno fino al meriggio tira solitamente sul lago di Como, eppure le acque ribollivano in tempesta. Infine, e quando le navi ducali furono ridotte a schiumarole, i mussiani, al grido "Per la spada di San Michele", andarono all'arrembaggio dell'ammiraglia comacina. Cadde il Gonzaga per mano di Gabriello, e sull'albero della capitana nemica sal la bandiera del Medeghino, splendida delle sue palle rosse in campo d'oro.
Brilla sopra i ruderi di Musso una cava di marmo, si stende allato il magnifico giardino che la signora Manzi, gentildonna locale, ha costruito per l'opera collettiva di tutti i garzoncelli dei dintorni, cui per mercede essa dava a mezzogiorno una scodella di minestra a testa.
Lavoro e beneficenza.
Le minestre sono digerite ma il giardino resta, magnifico e odoroso di fronte al lago, sulla pendice del Bregagno.
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CNCN.
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Per Stendhal, il cortile e lo scalone di Brera costituiscono un assieme non grande, ma pi bello del cortile del Louvre (Rome, Naples et Florence, p. 44). Questo raffronto non sarebbe mai venuto in mente a me, cui il cortile di Brera fa pensare invece a qualcosa di squisitamente "accademico", ossia di raccolto, di favorevole al deambulante pensare (i pensieri migliori ci vengono mentre noi camminiamo), di "greco". Tra le abbinate colonne di questo cortile, Gabrio Piola, Pietro Verri, Tommaso Grossi e altri, stanno dignitosamente raccolti, ciascuno fornito degli attributi della propria dignit, come Giove dell'aquila e delle saette. Ma al posto di questi illustri milanesi, e con la medesima aria di trovarsi in casa propria, potrebbero stare Aristotele e i suoi discepoli. Lo stesso Stendhal completa il mio pensiero con un anticipo di centoventiquattro anni, e dice che i personaggi presenti nel cortile di Brera, sono degni di essere allievi di Socrate. La sola differenza  tra me e Stendhal: questi preferiva Socrate, io preferisco lo Stagirita.
Il cortile, qualunque cortile,  favorevole al meditare, perch nasconde l'orizzonte e mostra soltanto il profondo del cielo. Nulla  concesso all'"umano", alla nostalgia che ispira l'orizzonte. Il cortile continua la disposizione dei templi antichi. Il dio abitatore del tempio non pu essere in relazione se non con l'altocielo (cfr. "altomare") ossia con quella parte del cielo ove l'aria  pi pulita. Lo stesso principio fu ripetuto anche da un tedesco, Herr Winter, a Gardone, intorno al 1908, al tempo in cui i Tedeschi benestanti venivano a popolare le rive del Garda, e l'ingenuit naturale si confondeva col desiderio di profondit. Costui si fece costruire a uso di abitazione una torre priva di finestre, con una sola apertura nel tetto. Vivere intensamente  stato preceduto da vivere "profondamente".
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NOTA: Vedi il commento di Friedrich Gilly al suo progetto di Hypaethros dedicato a Giove: "Non conosco effetto pi bello del trovarsi in luogo recinto, inaccessibile al tumulto del mondo, e vedersi sopra il capo, libero, del tutto libero, il cielo, a sera". L'architettura  stata a servizio anche dei sognatori. FINE NOTA.
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Frivolo e acuto, Stendhal aveva capito l'"ellenismo" di Milano. Leggete nel libro citato questa nota del 6 novembre 1816: "Il lato della chiesa di San Fedele (architetto Pellegrini) che si scorge venendo dalla Scala per via San Giovanni alle Case Rotte,  bellissimo ma nel genere della bellezza greca: gaio, nobile ma nient'affatto spaventoso... Questo angolo di Milano  interessante per chi sa vedere la fisonomia delle pietre disposte con ordine. Via San Giuseppe, la Scala, San Fedele, palazzo Belgioioso, la casa degli Omenoni, tutto ci sta gomito a gomito".
La prensilit, la maneggevolezza sono i caratteri pi profondi dell'edificio greco, quelli che lo rendono cos suadente e confidenziale, mentre la Rotonda non sai da che parte prenderla. Per correggere la Rotonda e avvicinarla a noi, bisognerebbe aggiungerle un paio di orecchie, di anse, di manichi.
Studenti e studentesse traversano il dotto cortile, netto e ordinato come una meridiana, fiancheggiato da un doppio loggiato; sostano a gruppi e nei maschi  quell'espressione di generosa spensieratezza, quella disposizione ai maggiori entusiasmi, ai pi illogici eroismi, che ispirano le donne con le quali ancora non c' stato amore fisico. Bello sarebbe spartire lo scibile, affrontare le avventure della cultura al fianco di queste Marfise del libro e delle dispense. Gran beneficio verr alla donna italiana da questo suo progressivo mischiarsi alle virili attivit, dal suo progressivo liberarsi dall'inerzia, dalla pesantezza, dall'"onore" orientale.
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NOTA: "L'admission des femmes  l'galit parfaite serait la marque la plus sre de la civilisation; elle doublerait les forces intellectuelles du genre humain et ses probabilits de bonheur": Stendhal, Rome, Naples et Florence. FINE NOTA.
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E quanto fascino reca la donna a queste attivit, quanto pi amabili le rende e attraenti! La studentessa, la sportiva, la soldata...
Un brivido mi corre gi per la schiena, al pensiero che io pure mi potrei trovare nella condizione di Napoleone in mezzo al cortile di Brera. Non brivido di fisico, ma di "metafisico" freddo. Canova ha rappresentato Napoleone nudo. La clamide  ripiegata al modo di un soprabito di mezza stagione sul braccio sinistro, la mano stringe lo scettro, la destra regge una piccola sfera sulla quale posa una Vittoria alata.
L'imbarazzo della nudit non mi verrebbe tanto dalle "Marfise del libro e delle dispense", quanto da questi gravi personaggi di marmo, appostati sotto gli archi della loggia, che mi giudicherebbero con tutta la severit, tutta la durezza del loro sguardo di pietra: Bonaventura Cavalieri, Carlo Ottavio Castiglione, Luigi Cagnola. Napoleone guarda la piccola Vittoria che regge in mano, ma la Vittoria per parte sua guarda ostentatamente da un'altra parte. Sono stati mai scoperti "filamenti d'ironia" nell'opera di Antonio Canova? Anche le Vittorie praticano le arti comuni delle donne, le piccole perfidie, la simulata indifferenza, e le usano con i loro amanti, i conquistatori. Nella piccola Vittoria del Napoleone di Canova, gi  manifesta l'intenzione di tradire. Il piede sinistro dell'imperatore  portato indietro, la spada  appesa a un tronco d'albero mozzo, dietro la gamba destra. Il piedistallo  decorato con aquile, unite a festoni di foglie d'alloro e di quercia.
Trovarsi nudo in mezzo a uomini vestiti,  situazione pi che imbarazzante: tragica. Un nostro amico pittore, che abitava Parigi, fu invitato a un ballo in casa di conoscenti. La tenuta di rigore era:  poil, ossia "nudi". Il nostro pittore arriv all'ora indicata, un cameriere lo introdusse in uno spogliatoio gi ingombro di abiti e biancheria caldi ancora di corpo, poi, quando egli fu pronto, ossia nudo, lo accompagn attraverso l'anticamera e gli apr la porta del salotto: era pieno di gente in abito di cerimonia.
Nell'uomo nudo la vergogna si aggrava dell'angoscia di sentirsi imbelle e vulnerabile in ogni parte del corpo. Una rivoltella sostituirebbe forse l'abito, una mitragliatrice certamente.
Trasportata nel sonno, la situazione dell'uomo nudo forma un sogno angosciosissimo. L'onirocritica lo ascrive fra i sogni nefasti e lo interpreta come segnale di malattia. Ciononostante, Napoleone in mezzo al cortile di Brera, non mostra di soffrire del suo stato di nudit. Prima che degli Inglesi, Napoleone era prigioniero di poche idee, e tutte dell'ordine delle "idee fisse". Tenere il mondo in pugno, sia pure simbolicamente, gli fa dimenticare che  nudo.
Era a conoscenza Canova degli effetti del "nudo in sogno"? Se s, la sua statua di Napoleone nudo costituisce il pi subdolo, almanaccato, diabolico tentativo di regicidio: perch Napoleone si ammali e muoia. L'uomo in istatua,  anche pi sognante dell'uomo che sogna.
Quando la piccola Vittoria svolazzante sulla sfera del mondo ebbe terminato di tradire Napoleone, e Canova and a riprendersi in nome della Santa Alleanza le pitture e le statue usurpate dall'Usurpatore, Talleyrand, cui lo scultore si era presentato come "ambasciatore delle arti", corresse: "Imballatore vorrete dire...". Questo diavolo zoppo, questo traditore nato, questo segnato da Dio che si serviva fino della sua qualit di "altamente nato", per avvilire nei suoi rappresentanti e uccidere quell'Arte che sola rappresenta quaggi il nobile, il buono, il divino.
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NOTA: Luigi di Borbone sedicente discendente di Luigi 17esimo Naundorf, con il quale io m'incontrai nel 1924 all'Albergo di Russia, a Roma, dur a parlarmi per pi d'un'ora dell'"usurpatore", e con un calore, un'animosit, un'acredine recentissime e ancor calde, prima che io riuscissi a capire che l'"usurpatore" era Napoleone I. Questo pi che legittimista, questo "legittimo" era completamente cieco e guidato per mano, come Edipo da Antigone, da una sua figliola bellissima e bruna come Carmen; e poich a met del nostro colloquio io mi alzai dalla poltrona sulla quale stavo seduto, e che a mio gusto era troppo bassa, e andai a sedermi in altra poltrona, egli continu a rivolgersi alla poltrona vuota, ed era buffo e assieme tragico questo dialogo "con la poltrona", la quale, poverina, mostrava di capire anche meno di me chi fosse l'"usurpatore". Napoleone regnante, questo termine era stato in uso in Francia, ma mi pareva che di poi fosse caduto in disuso. Non ero abituato al linguaggio dei "legittimi", io che nemmeno a quello dei legittimisti sono abituato. FINE NOTA.
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Anche al Napoleone nudo di Brera toccarono le variazioni dell'alterna sorte politica, che nonch ai mortali toccano quaggi anche alle statue. Al ritorno degli Austriaci a Milano, il Napoleone nudo dovette scendere nei terrifici sotterranei di Brera, e nascondersi tra gli scheletri dei frati Umiliati, onde non ritorn al suo posto in mezzo al cortile se non dopo la definitiva partenza dello straniero. E mentre i pifferi si allontanavano sulla strada di Verona, il Napoleone nudo con la Vittoria in mano risorgeva dal mortuario sottosuolo come un fantasma da teatro. Altre statue hanno avuto sorte anche pi avventurosa. Al centro del palazzo dei Giureconsulti, sede attuale della Camera di Commercio (confortante questa costante nota di seriet, di giustizia, di lavoro nelle "cose" di Milano) si alza la Torre dell'Orologio edificata nel 1272 per volere del podest Napo Torriani. Che altro poteva fare Torriani se non edificare torri? Dal sommo della Torre dell'Orologio una campana annunciava il mezzod, l'avemmaria, l'agonia dei giustiziati, e annunci anche la morte dei componenti la famiglia Viscontea. Una nicchia della Torre dell'Orologio ospita la statua di Sant'Ambrogio. Statua a testa di ricambio. In origine essa reggeva sulle spalle la testa di quel Filippo II, al quale Vittor Hugo dedic il verso pi buffo della sua carriera:
Philippe II tait une terrible chose.
Poi, nel 1797, e per effetto del liberalismo che allora incendiava l'Europa, la testa della "terribil cosa" fu rimossa e sostituita da quella di Marco Bruto; infine, al ritorno degli Austriaci a Milano, la testa di Bruto fu asportata a sua volta e sostituita con quella del santo patrono della citt. Soltanto i santi riescono a conciliare la diversa politica dei governi.
A pagina 73 di Rome, Naples et Florence (questo libro in cui si parla pi di Milano che di Roma, di Napoli o di Firenze) Stendhal dice: "Je vais  la place des Marchands, btie au moyen ge. Je regard la niche vide d'o la fureur rvolutionnaire prcipita la statue de l'infme Philippe II". Dal che si deduce che al tempo in cui Stendhal faceva le sue flneries per le vie di Milano, il "furore rivoluzionario" che aveva precipitato la statua dell'"infame" Filippo II, non l'aveva ancora sostituita con quella di Marco Giunio Bruto. Ho chiuso tra virgolette "furore rivoluzionario" e "infame", per indicare che queste forti qualificazioni non sono mie ma di Stendhal. A cadere in siffatte ingenuit io mi sto pi attento. Stendhal prende troppo sul serio la vita e gli uomini. Sull'infame di Filippo II per, io son d'accordo con Stendhal. Gli aggettivi d'infamia si possono dare senza grande rischio e quasi a colpo sicuro, mentre avventurati e pericolosi sono gli aggettivi ottimo, eccellente, o soltanto buono.
Caduto Napoleone e ritornati gli Austriaci a Milano, il popolo non precipit Bruto dalla nicchia, come aveva fatto dell'infame Filippo, ma gli spicc la testa dal tronco, la trascin per le vie della citt, la gett infine nel Naviglio, e nel 1833 pos sull'acefalo busto la testa di Sant'Ambrogio. Come si vede, le promiscue composizioni di Prometeo ubriaco non mancano d'imitatori. Quali pensamenti pu volgere nella sua testa di pietra, una statua che ha il corpo di un tirannicida e la testa di un padre della Chiesa?
Sant'Ambrogio  un pesce troppo grosso, ma se al tempo in cui sorse in Piazza della Rosa il monumento a Felice Cavallotti, Massoneria e Anticlericalismo avessero avuto pi forza, chi sa se la policefala statua della Torre dell'Orologio non avrebbe visto partire la testa del vescovo, e dovuto ripescare dal fondo del Naviglio quella dell'uomo di Filippi? Mutati i tempi, anche il monumento a Felice Cavallotti ha dovuto abbandonare la sua primitiva sede e andarsene ai Giardini della Guastalla. Si  detto che ai Giardini della Guastalla il Leonida coricato trover collocazione pi acconcia che in Piazza della Rosa. La verit  che i Giardini della Guastalla saranno per Leonida ci che i sottosuoli di Brera furono per Napoleone, ci che le acque del Naviglio furono per la testa di Marco Bruto.
Non tutte le statue per camminano e si spostano per il mutare degli umori politici, e il Napoleone III di Barzaghi, che fino al 1926 era bens rimasto nel cortile del Senato per politiche ragioni, prese la mossa in quell'anno per ragioni estetiche e and a cavallo a fermarsi sul Monte Tordo, al Parco.
Gli edili di Milano credettero di fare opera meritoria, ma sbagliarono. Napoleone III a Monte Tordo  una statua qualunque, collocata in un luogo qualunque, rimpicciolita e sperduta come la scalinata dell'Aracoeli, a Roma, e la cordonata del Campidoglio dopo le demolizioni. Nel cortile del Senato invece, collocata su uno zoccolo molto basso, visibile attraverso il portone aperto a chi passava nella strada, la statua equestre di Napoleone III portava al massimo grado ci che  la ragione metafisica di ogni statua, ossia la sorpresa e il richiamo. Non era passante che non si voltasse di scatto, come all'apparizione di un dio, a quell'uomo a cavallo che riempiva di s il cortile, e che, col bicorno in mano, salutava il popolo di Milano dopo la battaglia di Magenta.
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NOTA:  La forza "di apparizione" del Napoleone Terzo di Barzaghi, era accresciuta dal carattere e dall'aspetto fantasmico di questo imperatore, che a imitazione del suo lontano collega Onorio, sveniva sui campi di battaglia alla vista dei morti e dei feriti. Del resto fu dopo avere assistito all'abbandono dei feriti durante la battaglia di Solferino, che il ginevrino Enrico Dunant gett le basi di quella organizzazione di pronto soccorso che di poi (1862) fu perfezionata in Croce Rossa da Ferdinando Palasciano, medico napoletano, e riconosciuta da quasi tutti gli Stati del mondo dopo la Convenzione di Ginevra del 1864. FINE NOTA.
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Eguale sorpresa, eguale stupore io ebbi ad Ascoli Piceno, passando davanti a un portone in fondo al quale c' una enorme statua di Costantino. Dopo il trasloco, l'Apparizione  morta nel cortile del Senato, n  rinata a Monte Tordo.
Goccioloni di pioggia in forma di saette traversano diagonalmente l'aria, brillano a un frammento di sole che traguarda fra le nubi basse e scure, colpiscono l'ignudo Napoleone impassibile e illuso di bellezza, illuso di gloria, illuso di destino.
Ci rifugiamo nell'androne sinistro, sul quale aprono le porte della scuola di scenografia, lo scalone della Braidense, la porta a vetri della biblioteca dell'Accademia. "Sinistro" qui ha significato doppio: uno diretto e l'altro figurato. Piace, nel gioco del linguaggio, gettare luce sullo spento significato delle parole; vedere come queste piccine si svegliano, mostrano una faccia che nessuno ricordava pi, alcune si fanno avanti e sorridono come amiche ritrovate, altre scappano incalzate dalla vergogna. Il significato originale di androne: "parte riservata ai soli uomini", si sveglia d'improvviso e tanto pi sorprende, davanti alla simpatica promiscuit di questi studenti, di queste studentesse, cacciati come noi dalla pioggia, e come noi venuti a rifugiarsi nell'androne. Sono contento per una volta che le parole perdano il loro significato primitivo. Androne, per fortuna, non significa pi "luogo per uomini soli".
Entro nella biblioteca dell'Accademia. Il mio ingresso annulla di colpo cinquant'anni di progresso. Adorni di vecchiezza, i libri stanno schierati nelle scansie di legno, dietro le gratelle di fil di ferro, come penitenti nel confessionale. Per me, l'idea della coltura si associa all'immagine delle stufe di maiolica o di ferro, alle librerie di legno, alle porte imbottite di panno verde. Vanto non , ma semplice confessione.
La biblioteca dell'Accademia di Brera  stata fondata nel 1777. Questa data  una garanzia Centosessantaquattro anni fa. Per l'occhio poi questa cifra  una consolazione: l'asso in testa, cui seguono tre uffiziali, ciascuno con lo spadino al fianco, anche se lo spadino, come qui, manca.
Alcune fanciulle stanno sedute alla tavola di lettura, il libro coricato su un piccolo leggio di legno. Sono libri grandi come messali, illustrati di belle tavole. Bisogna leggerli come l'officiante legge il vangelo. Una giovane bocca sbadiglia davanti a tanta bellezza. Queste care fanciulle sono pi vicine al sonno ancora, che al fulgore dell'arte. A un tavolino isolato sta la direttrice della biblioteca, bianca i capelli e l'abito nero, e con infinita pazienza, con tratto gentilissimo fornisce indicazioni, d consigli alle fanciulle bisognose di lumi e di guida. Il suo nome sembra tolto dal catalogo di un floricultore: si chiama Eva Tea.
Io conosco ben altre biblioteche. Conosco la nuova Alessandrina di Roma, trasportata nella sua nuova sede dello Studium Urbis. Le scansie sono di vetro e metallo, le scale di ferro traforato. Ma in quella gelida dimora i libri si pigliano terribili raffreddori, e la pagina anche pi calda di passione, diventa rigida come il baccal.
Qui invece  ancora la biblioteca vecchia, con le sue rughe, la sua polvere, la sua cordialit. Una grande stufa arde in un angolo, e fa le fusa come un enorme micio. C' in quest'aria di studioso trpico un sottilissimo fetore, l'acido butirrico di queste fanciulle che hanno i geloni alle dita, e troppo interesse alla Storia dell'Arte per trovare anche il tempo di lavarsi. C' incompatibilit fra amore di studio e amore di bagno. Un fetorino simile, ancorch tradotto al maschile, doveva adornare quella cameretta di Arqu, nella quale Petrarca consumava le notti chino sui libri di Virgilio.
Due di queste fanciulle, sedute gomito a gomito, leggono nello stesso libro.
Rudimentale  tuttora l'esperienza della donna, specie in riguardo a taluni pudori mentali. Leggere  operazione anche pi gelosa, pi pudica del pensare. Se non tolleriamo che altri sorprenda il nostro pensiero solitario, tanto meno possiamo tollerare che altri lo sorprenda mentre esso  a contatto col pensiero altrui, col pensiero di un libro. Per le conseguenze che possono derivare da una lettura in due, valga l'esempio di Paolo e Francesca.
Noi leggevamo un giorno per diletto,
Di Lancilotto, come Amor lo strinse:
Soli eravamo e senza alcun sospetto.
Eppure io conosco un poeta e sua moglie, i quali di sera, a letto, non solo leggono nello stesso libro, ma a lettura finita si scambiano le loro impressioni. Chi studier queste "altre" forme d'impudicizia? Piuttosto che spartire le mie letture con un altro, sia pure con te, Maria, io accetterei come meno impudica la situazione di Napoleone, nudo in mezzo al cortile di Brera.
Una interpretazione delle guerre napoleoniche che a mia conoscenza non  stata ancora data,  che le guerre napoleoniche sono una grossa avventura intellettuale, molto micidiale e costosa. Le cose fatte "in modo intellettuale", sono come le idee che vivono per s e non si sono ancora incorporate nella realt. Meglio: sono le idee che vivono per s, e non sono destinate a incorporarsi nella realt. Idee di lusso. Idee che non obbediscono alla necessit.
Idea  il primo stato della cosa destinata a vivere: stato secondo eternit, secondo incorporeit, secondo anima. Ed  strano che idea, nella sua letterale verit, significhi "cosa da vedere". Esempio di grecismo: rendere visibile anche l'invisibile.
Uomini che vivono, non dovrebbero mai fare quistione di idee. Vedono essi il loro sangue circolare? Vedono il loro cuore pulsare? Vedono la loro anima? Ma c' un gusto speciale a trattare le idee per se stesse, a mangiarle crude. Ed  il gusto pi attraente forse. E quello assieme che ci perde pure, c'invita alla pigrizia pi inebriante. Di idee assaporate "crude"  fatta anche la lettura: sirena che vorrebbe invadere la nostra vita, farci vivere unicamente con la mente e in un corpo paralizzato. Pi comodo lasciarsi invadere da una marea di idee altrui, che piacciono e non costano sforzo.
Da piccolo, quando il nostro cuoco Nicola preparava i dolci, il mio gusto pi grande era d'intingere il dito e assaporare l'impasto delle uova sbattute con lo zucchero, ossia l'elemento originario, la prima fase, l'idea del dolce in fieri; e in confronto al quale la pizza messa al forno e portata a compimento per opera di cottura (idea divenuta realt) era un cibo devitalizzato e privo di fascino.
Quanto vivo quel primo elemento! Quanto fresco! Quanto ricco di avvenire! Nel suo presente quel sapore conteneva anche l'avvenire di un sapore futuro. Il sapore del dolce compiuto invece era conchiuso nel suo presente, circondato da una frontiera di secchezza, di aridit.
Pi si conosce la vita di Napoleone, pi si conferma che egli era un intellettuale e che da intellettuale operava. Non alludo alle sue costanti aspirazioni letterarie: sarebbe troppo facile. Ma "intellettuale"  la sua opera propriamente napoleonica, ossia di conquista. Intellettuale, cio a dire promossa dalle idee, associata alle idee e priva di fine pratico. (Pratico s'intende fattivo e necessario, ma anche limitato e chiuso).
Napoleone del resto non  il solo esempio di conquistatore intellettuale. Alessandro era anche pi "intellettuale" di Napoleone: capitano che conquista per dare forma al suo sogno intellettuale; e pi ancora Gengis Kahn, Tamerlano, le cui conquiste rapide, fulminee, stese su spazi vastissimi, danno anche plasticamente l'immagine del "fantasma intellettuale".
Intellettualit non  affatto incompatibile con barbarie. Anzi, pi l'uomo  rozzo, pi sente il fascino, aspira alla "sottile grandezza", riverisce la "impalpabile" superiorit dell'intelletto. Pi l'uomo  ignorante, pi  propenso a credere.
Si  tratti in inganno dai particolari. Si dice "realismo di Napoleone", perch si pensa alle soluzioni che Napoleone trovava via via (e che infatti sono altrettanti capolavori di realismo), si pensa alle sue battaglie fulminee e conchiuse, alla speditezza e al cinismo con i quali egli raggiungeva via via i suoi fini: ripudio della moglie, cattura del papa, uccisione del duca d'Enghien, e soprattutto le vittorie. Ma queste soluzioni non sono n la soluzione generale, n il fine ultimo di Napoleone.
Quale questa soluzione generale? Quale questo fine ultimo? Insolubile la prima, irraggiungibile il secondo, perch soluzione e fine da intellettuale, ossia associate alla sorte stessa delle idee, le quali galleggiano su una superficie ineffabile, e non conoscono n principio n fine.
Manca ogni indizio in Napoleone di quel concetto di razza, che  la ragione prima del conquistatore non intellettuale. Il fatto razza lo lascia del tutto indifferente. Non d ascolto alla misteriosa voce di un popolo, di una terra. Sposa una creola.  in forse tra Francia e Italia: tra "servirsi" dei Francesi o degl'Italiani, per dare vita e corpo al fantasma che egli si porta dentro. Opta in fine per la Francia, la quale, in quel tempo, gli d maggiore affidamento di successo. Ma quando gi  in Francia, e ha gi iniziata la sua carriera di conquistatore, Napoleone vagheggia l'idea di servire il Sultano, per servirsi del Turco.
Una delle maggiori aspirazioni di Napoleone - e delle pi compiutamente appagate - fu di portare le sfingi in Europa, ossia il mistero, gli arcani della pi antica e misteriosa civilt. (Sogno da intellettuale, in verit assai debole). E per volont di Napoleone, le Sfingi, queste rappresentanti del mistero, tornitelle e pettorute, vengono a reggere i tavolini, a spalleggiare le mensole, a bracciare le sedie.
L'ostilit che un'epoca pi propriamente fisica ha per gl'intellettuali, viene non dall'invidia pi o meno viva, pi o meno dissimulata, pi o meno cosciente che l'uomo fisico ha per una condizione considerata superiore (leggi: pi vicina alla natura divina) ma dall'incapacit pure degl'intellettuali di edificare un'opera praticamente esistente, e dunque utile, o per lo meno "usabile" non solo dagl'intellettuali, ma anche da coloro che tali non sono, ossia da tutti. Infatti, le guerre napoleoniche passano, quest'opera squisitamente intellettuale, e non lasciano dietro a s se non un vento di gloria, ossia un premio impalpabile, il solo consentito all'intellettuale.
 un bene?  un male? Bene e male variano secondo i momenti e le circostanze. Ricordiamo la profonda parola di Cristo: "Il mio regno non  di questo mondo", che, ridotta alle proporzioni debite, si pu applicare all'intellettuale. Non per nulla l'intellettuale, anche se bolscevico, anche se ateo, trova nel cristianesimo l'alleato pi sicuro.
L'ultima guerra napoleonica, ossia promossa da concetti intellettualistici, fu la guerra 1914-1918; e infatti come tutto ci che  soltanto intellettuale, essa non dette risultati n pratici n duraturi.
Le guerre che si combattono nel nostro tempo, iniziano il periodo delle guerre del tempo fisico. Guerre destinate a lasciare tracce profonde e durature. Anche il tipo fisico del combattente d'oggi, differisce dal tipo del combattente delle guerre "intellettuali". Il suo occhio  "spregiudicato", vacuo di fini, di "sogni" intellettuali. La quale spregiudicatezza si pu anche scambiare per assenza di principii morali.
La mancanza di praticit  lo svantaggio dell'intellettuale. Nei periodi prevalentemente fisici, gli si pu dare impunemente dell'inutile, del superato. Tra i vantaggi dell'intellettuale, c' la sua non soggezione al tempo. Diversamente dalla giovinezza dell'uomo fisico, che si esaurisce nel giro di pochi anni, la giovinezza dell'intellettuale progredisce in ragione inversa al declinare della sua vita fisica. E il vecchio, s signora, diventa giovane.
Ma i pericoli dell'intellettualismo?
Giorni sono leggevo il libro di uno degl'intellettuali pi intellettuali del nostro tempo. Ed ero attratto, e perch no? sedotto dall'agilit, dalla duttilit di quell'ingegno, che si manifestava soprattutto nei passaggi da pagina a pagina. Che libert, che vivacit in quella mancanza di legami, in quel saltare di palo in frasca!
Finch mi accorsi che l'impaginazione del libro era sbagliata, e che da pagina 34 si saltava a pagina 15, da pagina 95 a pagina 42.
Questo  pi che il vecchio che diventa giovane:  il vecchio che perde ogni et, oltrepassa la logica (che  legata al tempo) e diventa Dio.
Per recarsi tutte le mattine da casa sua a Brera, Carlo Dossi non aveva che da traversare in diagonale la via dello stesso nome. Di Carlo Dossi, ministro plenipotenziario d'Italia ad Atene, serbo un ricordo come di persona veduta in sogno. Io avevo due anni, lui era gi sulla soglia della vecchiaia. Ricordi cos remoti, Weininger dice che sono segno di genialit. Della mia genialit non avrei dubitato pur senza questa prova del ricordo; tuttavia l'accetto con piacere.
Carlo Dossi non  uno pseudonimo, ma la riduzione del legittimo nome. Colui che nelle lettere  noto col nome di Carlo Dossi, nella vita si chiamava Carlo Alberto Pisani Dossi. In Atene la Germania era rappresentata da un colosso: il barone Herbert von Rthibor; la Francia da monsieur d'Ormesson, padre di Vladimiro d'Ormesson che oggi scrive di politica estera nel "Figaro", e uomo fisicamente decoroso, bench rosso di pelo e di statura mediocre. A rappresentare l'Italia presso il re degli Elleni, la Consulta aveva scelto l'uomo pi deperito di tutta la diplomazia italiana. Errore. Scaltrezza, oculatezza, circospezione non bastano a fare un buon diplomatico:  necessaria anche la prestanza fisica. A un ambasciatore si richiede la pienezza "doppia" delle figure delle carte da gioco, e con le figure delle carte da gioco egli dovrebbe avere in comune anche la facolt di capovolgersi senza danno, ossia rimanendo sempre in piedi. La magrezza giovanile di Carlo Dossi  documentata in un ritratto di Tranquillo Cremona, ma con l'andare degli anni essa fece tali progressi, che quando io rividi Alberto Pisani Dossi a Milano alcuni anni prima che morisse, egli pi che un uomo era un sospiro d'uomo. Dossi m'invit nella sua villa sopra Como, in localit Dosso Pisani (i nomi intorno a questo sospiro d'uomo compongono un rebus) che ancora non era finita di costruire ma gi arieggiava nelle sue colonne e nei suoi terrazzi tra gli alberi le ville am Meer dipinte da Bcklin. Notai nella cimasa del vestibolo un fregio di carciofi cui s'intrecciava il motto "mira al cuore", e ne domandai al signore del luogo; il quale, indicando con l'indice il suo povero petto, mi disse che egli pure era come il carciofo, che sotto una corazza di foglie irte di spine cela un cuore buono. Quando io arrischiai alcuna timida lode all'Altrieri, a Goccie d'inchiostro e ad altre opere di Carlo Dossi, questi arross e si turb per quel tanto che pu arrossire e turbarsi un carciofo, e sussurr che autore di quei libri non era lui, ma suo fratello: un fratello che forse Carlo Dossi non ebbe mai. D'inverno Carlo Dossi abitava la sua casa di via Brera, si levava di buon mattino perch era uomo di studio e di costumi cenobitici, consumava nella guardiola della portineria una scodella di minestrone freddo che gli preparava la sua portinaia, dopo di che si avviluppava di lana e andava a lavorare alla Biblioteca Braidense.
Questa forma di aggettivazione pu far pensare a una origine latina, ma il nome di Brera in verit non  se non il residuo di Braida del Guercio, che era un'ortaglia fuori le mura di Ansperto, ove i frati Umiliati, dopo il rinnovamento dell'Ordine, fondarono un loro cenobio che associava cultura dell'anima e cultura dello spirito, e riuniva dentro le stesse austere mura santi, poeti e ricercatori. Per recarsi alla "Braidense" ( strano, ma certi nomi ispirano pudore) Carlo Dossi non aveva che da traversare via Brera in diagonale, e subito respirava quell'odore di studio che spira nel severo e monastico palazzo dell'intelletto milanese. Del resto, l'odore di studio si fiuta dappertutto a Milano - che oggi  forse la pi dotta delle nostre citt - e armoniosamente si associa a quell'odore di ceppo bruciato che cos gradevolmente titillava le narici di Stendhal, e che  il simpatico, l'affettuoso, il domestico odore delle confortevoli citt del Nord.
L'ordine degli Umiliati fu soppresso nel 1571, ma gli studi a Brera fiorirono pi che mai sotto i Gesuiti, i quali accolsero nella loro Universit anche il giovinetto Luigi Gonzaga, che divenne di poi quel fiore di santit che tutti conosciamo. Prima d'infilare il portone disegnato da Piermarini, Carlo Dossi passava davanti alla piazzetta che, a destra,  formata da una rientranza di questo palazzo edificato con scuri mattoni nel 1686, su disegni dell'architetto Richini. In fondo alla piazzetta, che ha carattere "quartiere latino", si apre un portone secondario, che studenti e studentesse usano piuttosto che il portone monumentale. A sinistra gorgoglia di notte e di giorno una di quelle fontanelle a bassa colonna di ferro, che Nietzsche lodava nelle nostre citt e di cui faceva largo uso; a destra si stende un praticello cintato, dal quale si levano quattro piante modeste. Quattro egualmente sono gli alberelli che proteggono le spalle di Francesco Hayez, che Barzaghi modell quarantanove anni sono. Hayez sta ritto sopra un piedistallo di modesta statura, veste il camice da lavoro che un cordiglio gli serra alla vita, la sua mite e barbuta testa di pittore neoclassico  coperta da una papalina. Il pittore si accinge al lavoro. Nella sinistra regge la tavolozza e il mazzo dei pennelli, con la destra tiene delicatamente il pennello col quale poser la pennellata sulla tela. L'uso di tenere i pennelli nella sinistra assieme con la tavolozza, completa la figura del pittore ma  scomodo e irrazionale. Per di pi, i pennelli tenuti a questo modo s'insudiciano a vicenda. Sono pochissimi anni che Arturo Martini dipinge, ma per prima cosa egli ha pensato a una maniera pi comoda di tenere i pennelli. Si  fatto una mezza sfera di gesso, simile a un portaspilli e forata di buchetti, nei quali egli infila i pennelli per la punta del manico. Io, quando dipingo, non tengo la tavolozza in mano, ma posata accanto a me sopra un tavolino, assieme con i pennelli, i colori, le emulsioni diluenti. Cos, pi che pittore mi sento dentista. Per fare bene un mestiere, bisogna spogliarlo dei suoi caratteri pittoreschi. Immagino generali che dirigano le battaglie in veste da camera e pantofole, sdraiati in un'amaca a frange e il tubo del narghil in bocca. Immagino due pesi massimi che combattano in frac e decorazioni, la tuba in testa e occhiali cerchiati di tartaruga. Perch tenere il povero Hayez nell'umida piazzetta, e non permettergli di rientrare nel caldo del suo studio, a dipingere il Bacio, i guerrieri antichi con l'elmo dei pompieri in testa, la faccia occhialuta di Cavour, gran notaro dell'unit italiana? Hayez costretto a stare fuori della porta di casa, mi stringe il cuore come i piccoli sarcofaghi delle necropoli etrusche, collocati fuori della tomba di famiglia, perch i bambini, per difetto di non so quale iniziazione o "battesimo", non potevano stare dentro la tomba, al caldo d'inverno, al fresco d'estate e al riparo dalle intemperie, assieme con i genitori, i fratelli, le sorelle, i famuli. Quale iniziazione, quale battesimo  mancato a Francesco Hayez? M'inoltro dentro il cupo androne dell'Accademia. Una scritta a stampini indica lo studio di Hayez. Scendo un paio di gradini, spingo una curiosa porta a cancello scorrevole, mi trovo nello studio:  vuoto. E non solo  vuoto, ma  nuovo. E non solo  nuovo, ma  incredibilmente piccolo. I muri sono dipinti di fresco, uno zoccolo marroncino rafforza il basso della parete. "Qui c'era la sua tavolozza, i suoi pennelli, il suo cavalletto, la tela cui stava lavorando quando mor...". Cos dice Cerri, il custode che mi fa da guida. Ma ora la tavolozza dov', dove sono i pennelli, il cavalletto, il quadro incompiuto? Cerri indica una porta vicina allo strano cancelletto, e il potente lucchetto che la chiude. Mi dice che la chiave di questo lucchetto l'ha il Mariani. Ma il Mariani dov'? "Mariani!... Mariani!...". Gli enormi corridoi a volta assorbono gli appelli del custode, li annegano nella loro inviolabile vastit. Un pensiero rompe nella mia mente e m'agghiaccia, che in questo edificio tenebroso, che pur stando sopra la superficie della terra ha il carattere dell'ipogeo, io potrei morire senza che nessuno se ne accorgesse. Cerri non capisce perch io gli stia cos insistentemente alle costole. Quanto ai sotterranei veri e propri di Brera, mi dicono che tra le fondamenta del palazzo corre un tenebroso labirinto pieno di scoperchiati avelli e degli sparsi scheletri degli antichi Umiliati. Talvolta gli studenti compiono l sotto delle macabre scorrerie, e il mio amico Fabrizio, quando era studente, raccolse un giorno nei sotterranei di Brera un teschio di frate, lo avvilupp in un giornale e and a deporlo in un tass. Molto parlarono i giornali del tempo del "teschio nell'automobile".
L'aula della Scuola di architettura  nell'ex sagristia del convento, in un angolo c' ancora il lavabo in forma di altare, sormontato da un sarcofago. Fuori della scuola  una cappelletta a volte, nelle quali pochi frammenti di affreschi finiscono di spegnersi. Cerri mi dice che la signora Eva Tea, bibliotecaria della biblioteca dell'Accademia, fa celebrare di tanto in tanto in questa cappelletta una messa. Questi riti hanno carattere propiziatorio e dovrebbero aiutare gli studi dei giovani architetti, ma non se ne vedono gli effetti. Dio non ama l'architettura? Nell'Aula Magna, altrimenti detta Sala Napoleonica, le copie di gesso dell'Ercole Farnese, della Vittoria di Samotracia e dell'Apollo del Belvedere mi tirano fuori dal seno questo grido: "Che barba il classicismo!". Due lapidi sono murate alla destra del portone secondario. Una dice: "In questo palazzo Giuseppe Parini poeta abit e mor", e l'altra: "In questo palazzo Barnaba Oriani astronomo abit e mor". Come si vede, l'autore di queste lapidi non sprecava fantasia. Giuseppe Parini fu nominato Sopraintendente al Palazzo di Brera nel 1791, e per la cura posta in applicare i principii universali delle lettere e delle arti, per lo zelo manifestato a tirare nel palazzo artisti, astronomi, bibliofili e i"giovin signori" delle scuole Palatine, il buon abate si merit il soprannome di "Signore di Brera". L'autore del Giorno era sollecito a educare i giovani ma non ammetteva le donne agli studi. Una sola riusc a infrangere questo divieto, non si sa bene come, ed entr a Brera nel 1798; ma veniva "istruita in luogo separato dalle Scuole pubbliche". Ugo Foscolo incontr Parini nel 1798 mentre usciva da Brera circondato dai suoi fedeli uditori, i quali rispettosamente misuravano il loro robusto passo giovanile al passetto claudicante del maestro. Quanto allo scultore Secchi, autore del monumento a Parini in Piazza Cordusio, egli ha rappresentato per un eccesso di delicatezza il poeta zoppo in atteggiamento di grande camminatore.
Parini mor nel 1799, nella sua stanza di Brera verso la piazzetta, guardando il cielo e le piante dell'attiguo giardino. Cos all'autore del Giorno si chiuse il giorno.
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NOTA: "Compose nel 1799 con estro generoso il Sonetto: Predaro i Filistei l'Arca di Dio; Tacquero gl'inni e l'arpe de' Leviti, e aveva settant'anni. Dettollo; e dopo un'ora e mezzo spir": Ugo Foscolo, Seconda Lettera dall'Inghilterra. FINE NOTA.
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Meglio si capisce ora la commozione che ispira questa piazzetta, e come una piazzetta di quattro piante e quattro alberelli, possa racchiudere tanta gentilezza e tanta umanit. Mio fratello mi dice quanto dura  la vita a Nova York, ove piazzette come queste non ci sono, ma soltanto una enorme citt di alberi, chiusa dentro la sterminata citt di pietra. D un'ultima occhiata a Francesco Hayez, che, col pennello pronto, aspetta che abbiano terminato di rimettergli in sesto lo studio per tornare a lavorare; e l'impazienza del pittore di bronzo nessuno l'intende meglio di me, che ogni mattina, per tornare a lavorare, aspetto nel corridoio dell'albergo che la cameriera abbia finito di riordinarmi la camera.
In un angolo del corridoio che conduce alla Scuola di Figura del Liceo di Belle Arti,  posata per terra una copia di gesso della testa di papa Rezzonico scolpita da Canova: orribile frutto di una gigantesca decapitazione, operata da un carnefice gigante. Il papa  catoblfaro e la sua bocca socchiusa come per un respiro d'agonia. Basso, pesante, plumbeo, lo sguardo pontificale non pu vedere pi che le mie scarpe, e d'istinto io mi nascondo i piedi. Sulla testa "appiedata" del papa, molte generazioni di studenti hanno apposta la loro firma. Talvolta, accanto al nome dello studente, si legge il nome di una studentessa. Proprio cos, signor abate Parini.
Barnaba Oriani diresse l'Osservatorio di Brera, che prima di lui era stato diretto da Carlini e dal Padre Boscovich, e dopo di lui fu diretto da Schiaparelli. L'Osservatorio di Brera  nato si pu dire per caso, perch in una notte del 1760 due padri gesuiti, i PP. Pasquale Bosio e Domenico Gera, del Collegio Gesuitico che in quel tempo occupava il palazzo di Brera, dilettandosi entrambi di studiare gli astri e i movimenti celesti, scoprirono con loro grande sorpresa una cometa. Questa scoperta accese l'ardore scientifico dei Padri, un sestante mobile di 6 piedi di raggio fu ordinato al Canivet, di Parigi, e il Padre La Grange prese la direzione del piccolo osservatorio. Questo, sviluppatosi a poco a poco e arricchitosi di strumenti sempre pi potenti, come il colossale altazimut provveduto da Boscovich, il settore equatoriale di Sisson del 1775, col quale fu scoperto il pianeta Esperia, il rifrattore di Merz, col quale Schiaparelli fece i suoi primi studi di Marte, fin per diventare la specola pi importante d'Italia. Recentemente, il rifrattore di Merz-Repsold, che puntava il proprio cannone da entro la cupola maggiore dell'Osservatorio di Brera,  stato trasportato con le dovute cautele nel nuovo Osservatorio di Merate, ove  stato raggiunto da un grande spettroscopio dato dalla Germania in conto riparazioni.
Il Mariani finalmente si  trovato, ed egli, simile a un Caronte che avrebbe assieme le qualit della guida alpina, mi precede su per le scale gigantesche che conducono all'or sconsacrato Osservatorio di Brera. In fondo a un immenso corridoio a volta, Mariani si ferma davanti a una porticina appena tracciata sul muro e rasata di ogni sporgenza, e carbonarescamente bussa tre colpi rapidi, seguiti a breve distanza da tre colpi lenti. Infine, e quando dopo lunga aspettazione la porticina si socchiude sospettosa, Mariani mi consegna a colui che  apparso dietro la fessura, come Virgilio "venuto in parte ov'ei per s pi oltre non discerne", consegn Dante a Beatrice. E dietro al mio Beatricio salgo una scala paradisiaca, giungo sulla soglia di una sala vestita le pareti di libri, ove n aria si respira n vita si vive attinte dalla terra, ma dal cielo e dagli astri che innumerabilmente lo abitano. Ma l'astronomo che sta seduto a una scrivania nel fondo della sala,  circondato di silenzio astrale e non prende in considerazione lo scopo della mia visita. Mi dice che l'Osservatorio di Brera non  pi in funzione e che gli strumenti pi interessanti sono stati trasportati a Merate. E con questo? Lo so bene che l'Osservatorio di Brera  smobilitato e in riposo. Io non sono venuto qui per ammirare equatoriali perfezionati, rifrattori di ultimo modello, riflettori di straordinaria potenza, e la mia visita ha carattere evocatore e sentimentale. La mia pazienza  pressoch inesauribile, ma davanti a tanta astronomica ostinazione essa non tarda a esaurirsi, e con voce sensibilmente alterata, con tono pi alto del normale io dico: "E poi, se curiosit mi pungesse di un osservatorio modernamente attrezzato, non qui sarei venuto, ma sarei andato al Monte Wilson!". Che avviene nell'animo del mio astrologico signore? Quale effetto producono in lui le mie parole, e soprattutto il mio accenno al Monte Wilson?  come se avessi dato la parola d'ordine. Egli, che fino allora mi ha guardato come un marziano guarderebbe un abitante della terra, muta sguardo subito che io pronuncio il nome del Monte Wilson, quasi ora soltanto egli si sia accorto che io pure appartengo alla specie dei marziani, e non c' ragione dunque di porre fra me e lui una barriera di reticenza, di sospetto, e quella distanza che l'iniziato pone tra s e il profano. L'astronomo si alza sorridendo dalla scrivania (e soltanto allora io mi avvedo che egli somiglia in qualche modo all'abate Parini, quasi distratto un giorno nelle sue celesti esplorazioni, sia caduto sulla terra e si sia ferito alla caviglia) e affabilmente premuroso si accinge a farmi visitare il vecchio e ormai disarmato osservatorio. Sulle tavole della sala vestita di libri, leggo gli uranici titoli di due pubblicazioni ignotissime laggi, sul basso piano di noi terrestri: Coelum si chiama l'una, Avventure del cielo l'altra. E da queste parole di sconfinate significazioni la mia mente parte in fantasie altissime, mentre comincio dietro la mia claudicante guida a salire la scala che porta alla cupola girevole onde Schiaparelli scopr i "canali" di Marte, e gener la credenza che i marziani fossero dei peritissimi ingegneri idraulici. Di colpo, l'uomo non si sent pi solo nel sistema solare. La fede nella scienza era altrettanto cieca in quel tempo positivista, quanto in tempi spiritualisti la fede in Dio e la speranza germogli in tutti i cuori che presto saremmo riusciti a comunicare, sia per mezzo di straordinari apparecchi ottici, sia per mezzo di telegrafi giganteschi, con i nostri cugini di Marte. Ma si disse pure in quella occasione che i marziani, come creature pi progredite di noi, avrebbero trovato essi per primi il modo di comunicare con la terra; e l'uomo, fidente, aspett.
Passiamo alla scaletta a spirale che sale alla cupola grande. Questa scaletta io non l'ho mai veduta prima di adesso, eppure la conosco.  la scala dello "sculaccione", e questa sua particolarit mi costringe, per ragioni che non tarderemo a conoscere, a una sorveglianza rigorosa dei miei atti. Quale testimonianza pi suadente che la percezione del mondo sensibile,  per noi quistione unicamente mentale? Anni sono, Carlo Carr sal questa scaletta a spirale in compagnia del direttore dell'Osservatorio di Brera, e di un amico che portava dei calzoni a quadretti bianchi e neri. Vedendo davanti a s le culacee rotondit dell'amico, Carr non resist alla tentazione che gli pruriva le mani, e gli sferr una potente sculacciata. Ma quando il percosso si volt, Carr riconobbe con raccapriccio la faccia stupefatta e irritatissima del direttore dell'Osservatorio, il quale, per una fatale coincidenza, portava egli pure dei calzoni a quadretti bianchi e neri.
Sotto la cupola grande, guardo attraverso l'ovale occhio di vetro di una porta potentemente corazzata di chiavistelli, l'orologio di precisione che al tocco di ogni giorno d ai milanesi il segnale orario, e l'assicurazione che il tempo non  un puro concetto. La camera di questo servitore di Cronos  mantenuta a una costante temperatura di 26 gradi, e la minima variazione termica avrebbe effetti disastrosi sul suo organismo di acciaio. Anni sono, in un reparto del Giardino di Acclimatazione di Parigi, vidi la mosca zez sotto una mezza sfera di spessissimo vetro, forata al sommo da uno stretto pertugio, onde due volte il giorno un custode lasciava cadere alcune gocce di sangue, di cui quel villoso mostro avidamente si nutriva. Quale strana analogia tortura la mia mente? Anche l'orologio di Brera, io penso, nella sua micidiale precisione, d la malattia del sonno, e il suo morso  mortale.
Nella scuola di scenografia, il direttore mi avverte con un sorriso d'intesa, che una volta quest'aula era lo studio del "buon" Mentessi. "Buono", in questo caso, ha significato tra compatiscente e dispregiativo. Mentessi era un piccolo pittore, ma - guardo intorno a me i teatrini nei quali gli allievi scenografi danno saggio delle loro scenotecniche capacit -  lecito a tutti forse trattarlo come tale? Mentessi era il compagno di un altro pittore piccolissimo: Conconi, e la paziente vittima dei suoi scherzi crudeli. Come tutti gli animi miti, Mentessi era un ammiratore devoto e incondizionato della natura, e si levava dal letto nelle ore castissime dell'avantigiorno, per contemplare il trionfo dell'aurora. D'estate abitavano, lui e Conconi, una casetta campestre. Una mattina Mentessi al suo solito si lev per tempo, e usc sul terrazzino in camicia da notte, per salutare la rododttila Aurora. Assieme con le prime luci del giorno, saliva nel cielo e si diffondeva un chiaro suono di campane, e dal paese veniva su lentamente cantando una processione, avviata a un vicino santuario. In testa marciavano le alte vergini (cfr. Marziale: "grandes virgines") reggendo labari e stendardi. Quando vide la processione venire avanti, Mentessi volle rientrare in casa e nascondersi, ma il crudele Conconi aveva chiuso la finestra dall'interno, e se n'era tornato a letto. Intanto le vergini labarofore avevano adocchiato sul terrazzino quell'uomo nudo le gambe e scarmigliato, e un certo quale disordine era entrato nelle file del pio corteo. "Cncn! Cncn!" impetrava l'infelice Mentessi, ma lo spietato Conconi faceva orecchie da mercante. D'un tratto, una folle ventata mattutina sollev la camicia da notte di Mentessi, scopr gli attributi della sua povera virilit. La processione di colpo si ruppe, e le alte vergini, rompendo in acutissimi stridi, fuggirono per la campagna, come uccelle sulle quali sta per abbattersi il falco.
Io che conosco le torture inumane dello scrittore davanti al foglio bianco, questo abisso e questa tomba, la fantasmica difficolt di riempirlo di piccoli segni neri in fila, simboli di pensamenti senza immagine n corpo; io che conosco peraltro il lavoro manuale e piacevole del pittore, il miracolo di formare un'immagine mediante alcune linee combinate, di far "girare" una testa mediante la giusta distribuzione delle luci e delle ombre; io penso con nostalgia alla vita-gioco del pittore, al suo inavvizzibile fanciullismo, che consente gli scherzi di Buffalmacco a Calandrino, di Conconi a Mentessi, di Bartoli a Francalancia. Penso all'occhio "tranquillo" del pittore. Ma quale occhio sar mai il mio, in cui si confonde lo sguardo tranquillo del pittore, quello interno dello scrittore, quello torbido e distratto del musico? Non per nulla da qualche tempo in qua lenti non trovo adatte alla mia vista. Scusatemi, signori, se talvolta non vi vedo.
A conclusione della mia visita all'Accademia di Brera, Francesco Messina mi fa entrare nella classe di scoltura, nella quale egli stesso professa. Dalla soglia egli annuncia ad alta e chiara voce il mio nome. Gli allievi intenti a modellare la creta si levano dagli scanni e levano il braccio al saluto; e il braccio al saluto leva pure l'ignuda fanciulla che sta ritta sulla pedana del modello. Una vampa di vergogna mi offusca la vista, e a testa bassa, come il toro che si accinge all'attacco, traverso l'aula fra i trespoli dietro il mio gentile amico, fingendo di guardare qua e l, ma nulla vedendo delle esercitazioni di quegli scultori in erba; e pi che altro studiandomi di non lasciar tornare il mio sguardo sulla fanciulla ferma ancora nella posizione del saluto, e di cui in un baleno, e come nello choc di una scossa elettrica, ho intravisto la magra e pallida nudit, chiazzata nel mezzo da una gran macchia nera. Penso con gratitudine, come il naufrago dal rottame cui si aggrappa pensa alla terraferma, penso ai miei lavori segreti e alla mia vita solitaria, cos bene intonati alla estrema timidezza del mio carattere; e penso allo sforzo, all'allenamento cui mi sarei dovuto sobbarcare se invece che ai lavori poetici e alla vita solitaria, mi fossi avviato, come volevano i miei genitori, alla vita di azione. Passare disinvolto tra le folle, dominare con lo sguardo gente che non conosco, affrontare le situazioni pi scabrose. Ci sarei mai riuscito? Finalmente usciamo dall'aula e lo spettro di quella nudit, la macchia nera che nel mezzo la feriva, si spengono dietro a me. La porta si chiude. Ritrovo la mia libert di sguardo e per un po' la esercito sui muri nudi dell'androne (nudi anche i muri, ma quale diversit!) come dopo che si  stati a lungo seduti si fanno dei movimenti apparentemente assurdi per sgranchirsi le gambe.
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O VELATISSIMA VERIT.
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Lo Sposalizio della Vergine  la perla della Pinacoteca di Brera. Questo celebre dipinto  presentato in istato di perfetto isolamento, e prima del 1915, una targhetta attaccata alla cornice indicava che l'opera era valutata due milioni di lire. Non a caso questo quadro giovanile e peruginesco di Raffaello  conservato a Milano. La nettezza delle sue linee architettoniche, la limpidezza del suo cielo sono come un metafisico ritratto di questa citt dotta e meditativa: la pi romantica delle citt italiane. Nei chiari pomeriggi di primavera o di autunno bisogna fermarsi in Corso Venezia, all'altezza del Museo di Storia Naturale, e guardare verso Loreto: si ritrovano le linee purissime dello Sposalizio e il suo purissimo cielo. E aguzzando lo sguardo, si vede anche brillare nel fondo la cima dentata del Resegone.
Nei chiari, nei morbidi pomeriggi d'autunno...
Erano le prime ore di un morbido pomeriggio d'autunno, che con molto amore, con infinita prudenza andava raccogliendo il caldo ricordo della fuggita estate. Avevo accompagnato un amico in Piazza Carlo Erba, e mentre costui sbrigava certo suo affare da Rizzoli, io lo aspettavo passeggiando sul marciapiede. Le strade tutt'intorno, chiuse fra lunghi stabilimenti industriali, erano deserte e tranquille. Dalle finestre orizzontali, sulle quali gli avvolgibili si aprivano a tenda, cadeva il picchietto leggero delle macchine da scrivere, cicale cittadine. E d'improvviso, in mezzo a quel silenzio cos pulito, cos civile, nacque come un fiore di suono la voce argentina di un organetto.
Il piccolo equipaggio musicale si era fermato dall'altra parte della via, il muletto stava a testa china e le orecchie afflitte. Un passerotto gli salticchiava tra le zampe, beccava in delirio le poma ancor fumanti che quello aveva lasciato cadere. La padrona dell'organetto era ferma presso il muletto, la sua bambina andava in giro col piattello, e le sue inevitabili mosse per non lasciarsi sfuggire nessuno dei radi passanti, erano una manifesta dimostrazione di come nessuno sfugge al proprio destino.
Mi avvicinai. L'organetto, uscito dalla fabbrica Carrera e Figli, di Cremona, era istoriato di lire finemente dipinte. Dietro un riparo di vetro, si vedevano i pistilli che percotevano a ritmo i tamburelli.
Il suono dell'organetto, cui si mischiava il tenue zim zim dei piccoli cmbali, veniva come di lontano. Di tanto in tanto arrivava dal fondo della via Giovanni Pascoli...
A Milano, Giovanni Pascoli  stato allogato in un quartiere periferico e industriale, lontano dai suoi colleghi, tutti riuniti vicino al Parco, compreso il suo quasi coetaneo Carducci. Perch? Badino gli edili a non addolorare un poeta. Questo Pascoli isolato e lontano dagli altri poeti,  una malvagit e potrebbe sembrare un giudizio.
Di tanto in tanto, dal fondo della via Giovanni Pascoli arrivava un tram, traversava Piazza Erba, si allontanava nella prosecuzione della via; e il suo cupo fragore ferrigno sommergeva per un tratto il suono gentile e argentino dell'organetto, che indi a poco riemergeva come la testa di una sirena, dall'onda abboccolata e crestata che le era passata sopra.
L'organetto suon: "Di Provenza il mar, il suol / chi dal cor ti cancell"; poi: "Di quell'amor ch' palpito / dell'universo intero"; poi: "Addio del passato bei sogni ridenti"; e mai come in quel pomeriggio di autunno, dalla granellosa voce dello strumento uscito dalla fabbrica Carrera e Figli, la Traviata mi rivel il suo carattere periferico e stradale.
Solo uno sciocco potrebbe trovare irriverenti questi due aggettivi, ma tra i nostri lettori gli sciocchi non allignano, e anche ai meno preparati sar facile capire che la nostra aggettivazione non vuol essere se non una risposta a quella definizione di opera borghese-verista, che fu data altre volte a questa amorosa "confessione" di Giuseppe Verdi a Giuseppina Strepponi.
Verista la Traviata non , anche se in certo modo essa pu essere considerata l'origine di quel melodramma verista che tanto danno ha recato alla nostra musica e alla nostra reputazione, facendo smarrire il senso del ritmo, calpestando la buona creanza musicale, coprendoci di vergogna presso coloro che della civilt musicale non avevano perduta la nozione. Ma borghese, la Traviata, assolutamente no.
Borghese  il Tristano, il cui delirio amoroso si aff ai bei salotti caldi, ai divani vellutiferi, ai soffici bucra che anche alla vista danno la fiduciosa impressione che, comunque si cada, non ci si far male; perch anche il fondo del Tristano  una colta e squisita volutt; non cos la povera, la magra, la plebea Traviata, destinata a echeggiare nella periferia delle grandi citt industriali, e a commentare, non a "confortare" la vita di coloro che vivono e faticano senza speranza.
Per meglio assaporare, per meglio capire le arie della Traviata, queste magre farfalle di una serata senza domani, la Traviata non va udita in teatro ma dagli organetti. Perch la Traviata opera pi commoventemente nel ricordo che nel presente, e l'organetto  il macinino dei ricordi; perch l'organetto restituisce questa musica della tristezza cittadina al suo ambiente naturale; perch l'organetto non ci d tutta la Traviata ma soltanto una selezione della Traviata, ossia una Traviata ridotta all'essenziale; infine perch molte parti dello strumentale della Traviata ritrovano il loro vero carattere, la loro commovente assurdit, la loro poesia stradale nella speciale sonorit dell'organetto, e soprattutto nei bassi segnati dagli associati suoni della grancassa e dei cmbali.
Berlioz, nel suo Trattato di strumentazione, che nell'edizione italiana  scritto "stromentazione", con sonorit che  buon indizio della materia trattata, insorge contro l'uso dei cmbali attaccati alla grancassa; e invero, alle musiche che scrivevano Berlioz e i suoi simili, la sonorit dei cmbali attaccati alla grancassa non si addice; ma in altre musiche pi dimesse questa sonorit ha un carattere insostituibile, e sopprimere questo carattere  una inutile pedanteria, pari a quella di chi per paura della grammatica non scrive "a costoro gli disse", ma "a costoro disse loro".
Il teatro di Verdi  un gran teatro delle marionette (abbiamo gi detto che tra i nostri lettori gli sciocchi non allignano, e per siamo sicuri di non essere fraintesi) e questo spiega meglio di qualunque altra ragione l'insuccesso iniziale della Traviata, nella quale Verdi, autore dei suoi libretti prima che della sua musica, ha rinunciato all'intermediario della marionetta, ha trattato i personaggi direttamente e come creature umane, ha omesso gli elementi marionettistici e assieme eroici che danno tanta grandezza d'arte, tanta magia, tanta pazzia ai suoi altri melodrammi, come i trovatori che cantano al chiar di luna, gli zingari che battono l'incudine prima dell'alba, le donne velate che intorno alla mezzanotte vanno a cogliere l'erba miracolosa nei pressi dei camposanti; e che fanno s che queste opere piacciono ed esaltano egualmente il popolo e l'uomo supremamente intelligente, ma non sono prese sul serio dall'uomo di buona intelligenza e di buona coltura, ossia dal wagneriano.
Nella Braidense ove Carlo Dossi andava tutte le mattine a studiare, si poteva visitare fino a qualche anno fa la Sala Manzoniana e contare le molte versioni del 5 Maggio che hanno preceduto la versione vulgata. In questa celebre poesia soltanto le due prime parole "ei fu" hanno trovato fin dalla prima stesura la loro collocazione definitiva. Vero  che quel pronome e quel verbo esprimono un fatto cos semplice e preciso, che ogni variante sarebbe superflua. Pochi anni sono per, la Sala Manzoniana  stata rimossa da Brera e trasferita nella casa di Manzoni in Piazza Belgioioso.
 uno spettacolo il matrimonio? Alessandro Manzoni spos Enrichetta Blondel nel luogo stesso ove ora  il teatro Manzoni.
Autunno 1938. La casa di Manzoni  in periodo di sistemazione. Qui, lettore, conviene che tu sciolga la mente da qualunque altra idea, e la fissi in questa sola: la casa di Manzoni  in periodo di sistemazione, perch il poeta, che da vivo l'abit per pi di sessant'anni, dal 1812 al 1873, possa tornare ad abitarla in ispirilo e per sempre.
Ma intanto Manzoni dove sta?
Muratori, falegnami, tappezzieri si aggirano dentro la casa illustre, lavorano sotto la sorveglianza di Marino Parenti, direttore del centro nazionale di studi manzoniani, e ora ristretto alla pia, delicatissima mansione del maestro di casa.
Ma intanto Manzoni dove sta?
La coscienza dell'abitazione, che  la protezione, il conforto, la sicurezza che la casa d all'uomo, e che l'architettura razionale vuole distruggere a ogni costo, guastando l'ordine cubico e metafisico delle camere, recando fin nel cuore dell'abitazione i riscontri d'aria e i riscontri di luce, Milano dai vivi la protrae ai morti.
Benedetto ora e sempre il confortevole Settentrione!
Ho visitato, a Napoli, la tomba "simbolica" di Virgilio, forata torno torno di porte e finestre, ho fremuto pensando ai dolorosi, inutili sforzi della virgiliana anima pia per trovare dentro quello squallido colombario un po' di sicurezza, un po' di riposo tra i mulinelli del vento, i voli taglienti dei pipistrelli, i gridi delle civette.
Hanno i morti men bisogno dei vivi di essere protetti dal freddo e dalla pioggia, guardati dalle insidie fisiche e metafisiche? A Manzoni, Marino Parenti ha dedicato la mente e la vita, e ora, con animo egizio, con etrusca cura gli va preparando la casa della sua immortalit, ricostituisce con istudio e amore l'ambiente formato e scaldato da pi di sessant'anni di vita; e forse, come egizio e come etrusco appunto non si contenter di dargli la casa, ma vorr riempirgli pure le dispense delle cibarie che piacevano a lui, e il celliere del vino che egli preferiva e ch'era il vino da messa.
Solo a una citt civilissima come Milano, per industrie e commerci reputata, ma che per gli studi e la poesia meriterebbe fama anche maggiore, poteva venire in mente di protrarre le domestiche comodit fino all'uso di uno spirito, e preparare ai mani del suo poeta una casa da far invidia ai vivi.
Come stupirne? Milano  maestra in domestica scienza, e chi se ne volesse accertare guardi nella cripta del Duomo l'alloggio che Milano ha apprestato al suo santo, prezioso come uno scrigno, caldo come la cassa di uno stradivari. Marino Parenti dice: "Terminata, la casa di Manzoni sar pi bella della casa di Goethe a Weimar, e pi importante pure per l'ordine e la copia dei documenti raccolti".
S. Chi ci conosce, sa che per l'"olimpico" noi nutriamo un'ammirazione tutt'altro che scottante, ma nella casa di Goethe una enorme testa di Giunone accoglie il visitatore dal fondo dell'ingresso, e nella casa di Manzoni simili cose non si vedono. Quel giunonico testone Goethe lo modell da s, in quella Roma che gli dette la seconda nascita e pi degna. Che peccato che anche di l dalla morte, non rimanga possibilit di comunicare direttamente coi poeti! Nei Campi Elisi Manzoni siede in poltrona come nel ritratto che gli fece Francesco Hayez, la destra sul bracciolo, nell'occhio l'ostentata indifferenza di un presidente del consiglio conservatore che ascolta l'interpellanza di un deputato dell'estrema sinistra. Se ci fosse consentito ci avvicineremmo a lui in punta di piedi, e a voce bassa, con la cautela atta a non destare le ombre che forse turbano ancora il suo animo, cercheremmo di persuaderlo che il romanticismo  molto pi vasto di quanto credeva lui. Ma chi sa? Nei Campi Elisi, Manzoni stesso avr veduto ormai che il romanticismo, questo guardar l'universo con ispirito d'amore,  molto pi antico del cristianesimo, e che altrettanto romanticismo c' negli di della paganit, quanto nei santi della Leggenda aurea. Potesse parlare, Manzoni direbbe a Parenti: "Caro Marino, terminato che avrai di sistemarmi la casa, metti anche a me, in fondo al corridoio, un bel bustone della dea. Credevo non avessero lunghezza d'amore, ma mi sono ricreduto".
Della turbatissima vita di Manzoni che si sa? Nembi e folgori l'attraversarono. Buchi d'ombra la forarono di quando in quando, come lo smarrimento della moglie nella folla, degno di Enea fuggente da Troia incendiata; e i cinque figli morti su sette; e il calvinismo, ossia l'individualismo, la responsabilit, la libert religiosa penetrata nell'animo di lui assieme con l'amore di Enrichetta; e il giansenismo smentito, ripudiato, sconfessato ma presente; cio a dire il disperato tentativo di conciliare lo logica umana con la metafisica dei dommi... Perch non t' bastata, o poeta, la metafisica della poesia? Pericoloso  al poeta, e tante volte segnale di debolezza, d'inferiorit, d'ignavia, associare alla poesia, grande solitaria, religione, politica, civismo: queste aggiunte... E l'angoscioso dubbio della nascita. E la rivelazione umiliante. E quel dovere espellere dalla memoria un padre nonch amato, ma attraverso la piet filiale divenuto personaggio poetico e statuario. E il dramma religioso. E il lento riassorbirsi in s, fino al silenzio supremo, alla clausura definitiva dentro la prigione della propria carne.
Anche su Manzoni pesa un equivoco. La morbida dolcezza della sua prosa, l'ordine del suo periodare, il manto letterario di quel sentimento naturale delle cose che lui chiamava "buon senso"; il metallo tersissimo, la ritmica perfezione del suo verso (diceva bene un amico nostro: nessuno dei nostri poeti  tanto "virgiliano" quanto Alessandro Manzoni), il passo del suo pensiero, pacato e regolare come passo di pellegrino, hanno steso una superficie non diremo falsa, ma ingannatrice su quella vita tutta dirupi e scoscendimenti, tutta inferno e paradiso. Ma questa vita chi la conosce? Chi osa raccontarla?
Noi tanto classicisti non siamo - per quel che di seduto ha il domma classicista, di immoto, di riassunto in s, in confronto alla libera, volante, e da impellenti desideri sospinta anima romantica - n tanto cattolici da non deplorare, non ribellarci a questo insano pudore che raggela le anime, le sforma; le maschera, le fissa, le chiude sotto un vetro opaco.
Chi ha detto che le parti nere di Manzoni uomo, macchierebbero il bianco di Manzoni poeta? Noi siamo convinti che da una piena luce gettata sulla tragedia della sua vita, la statura di lui sorgerebbe pi grande; di lui che - parliamoci chiaro! - nell'opinione di molti, di troppi, volge pericolosamente al freddo, all'indifferenza, alla noia (al teatro Argentina, due anni fa, abbiamo udito ridere ad alcune forme per noi antiquate della straordinaria poesia dell'Adelchi) e nell'opinione di altri (vedi Giosu Carducci) d nel bonario, nel bonhomme, se non addirittura nel frollo e nello sfatto.
Quale l'effetto di questo pudore? Ai nostri poeti, sconosciuti e bianchi come gesso, non uno sguardo commosso, non un occhio amico.
Guardo l'Italia da bordo di una nube. Vedo gl'Italiani raccolti nelle citt e sparsi nelle campagne. Gl'Italiani di oggi e gl'Italiani di ieri. E cerco fra essi i nostri grandi uomini, coloro che noi onoriamo nel pensiero, nella poesia, nella bellezza del verbo. Ma non li trovo mischiati all'altra gente, sibbene raccolti su una specie di piano altolevato, in eccelsa solitudine. Riconosco Dante al naso adunco e alle bende che gli coprono le orecchie all'uso degli sciatori. Riconosco Petrarca dalla faccia ravvolta di panni, come se avesse gli orecchioni. Riconosco l'Ariosto dal ritratto che gli fece Tiziano pieno di barba e di capelli, fratello maggiore di quei begli uomini tipo Chinina Migone che io feci in tempo a conoscere da bambino.
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NOTA: Quale preciso significato ha questo regresso del pelo, contemporaneo al progresso della civilt? Per assai tempo i costumi della "civilt barbarica" imperarono in tutta Europa e fino da noi, cio a dire nella sede stessa della civilt "civile". Anche presso di noi la barba passava per un attributo di dignit, la faccia glabra era prerogativa dei camerieri, l'uomo con barba rappresentava il tipo del bell'uomo, dell'uomo forte. Poi, a poco a poco, la razionale civilt latina cominci a riacquistare i suoi diritti e, fattoNOTAbile, la barba cominci a morire quando il razionalismo cominciava a nascere. Il passaggio dalla barba come elemento protettivo alla barba come puro ornamento, e quindi alla faccia rasata, si ripete nell'evoluzione dell'architettura. Anche l'architettura cominci con l'essere coperta e barbuta per necessit di difesa: palazzi che erano assieme fortezze. Poi questa necessit venne a mancare, ma l'architettura continu a essere "barbuta" per ornamento: dal barocco al rococ. Ci si accorse infine che la barba dell'architettura era inutile e si arriv all'architettura "rasata". Lo stesso avvenne nell'arredamento: dal salotto pieno di puf, tendaggi, cortine, brise-bises, canap con falpal e baldacchino, paralumi con la fustanella, ninnoli e chineserie, si pass al salotto attuale ove tutto risponde NOTA: o dovrebbe rispondere: il razionalismo degenera in estetismo - ma questo  un altro discorso) a ragioni di comodit e di logica. SiNOT i che il salotto "barbuto" era la ripetizione domestica del fasto e del sovrabbondante tanto caro alle civilt barbariche, e non per nulla in quel salotto dominava l'orientalismo. Ora questo passaggio dall'architettura "barbuta" all'architettura "rasata", che altro  se non il passaggio dalla civilt barbarica alla civilt latina? FINE NOTA.
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Riconosco Manzoni all'atteggiamento consueto delle mani, conserte non si sa se in preghiera o sul manico di un invisibile scaldino. E nella posizione degl'Italiani di fronte ai loro grandi uomini, ritrovo la posizione di me, bimbo, di fronte ai miei genitori: di gelido rispetto.
Io ho avuto una educazione gesuitica.
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NOTA: Solo un imbecille pu scorgere in questo aggettivo l'ombra dell'irriverenza. Definizione del gesuita data da un libero pensatore fine secolo: "Gesuita, chiamato cos per la doppiezza del suo pensiero". FINE NOTA.
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Intendo quella forma di educazione indiretta e senza sorriso, derivata dal sistema educativo dei gesuiti che, prima del libero giudizio, furono, come si sa, grandissimi educatori.
Molti sono i vantaggi dell'educazione gesuitica. L'educando  trattato come una specie di siluro da riempire di materie deflagranti, tanto pi potenti quanto pi compresse. Met delle cognizioni indispensabili alla formazione completa di un cervello umano, sono confinate nella zona del segreto e delle cose da non si dire, e anche questo  un modo di aumentare l'efficacia dei segreti, derivata dagl'insegnamenti della balistica.
L'uomo gesuiticamente educato  gonfio di vergini forze imprigionate, una specie di uomo orchestra insalamato. Al matrimonio con la vita, l'uomo gesuiticamente educato porta un fiore intatto e una immacolata fede.
 necessario per che dopo l'educazione ricevuta, l'uomo gesuiticamente educato impartisca a se stesso una contro educazione, abituandosi a guardare in faccia le cose di cui fino allora non ha osato guardare se non il lobo dell'orecchio, e aprendo alcune valvole al deposito dei segreti, a scanso o di violente deflagrazioni, o di ridursi un imbecille e un sacco di desideri inibiti.
Quello che io dico di me stesso, si pu estendere a tutti i miei fratelli dall'Alpi al Lilibeo. Ma quali vantaggi, e quali danni d'altra parte vengono da questa forma "cattolica" di vita a ci che pi particolarmente interessa noi, ossia alla traduzione delle cose della vita in cose letterarie? Il vantaggio  la bellezza della forma e la squisitezza ornamentale, il danno  la mancanza di profondit, o almeno di quella verit che d vita alla cosa letteraria.
Io ricordo i miei genitori. Li riguardavo come numi. L'idea non mi sfior mai che in loro fosse anche un'anima, le sue luci, le sue ombre, il bianco e il nero che compongono il dramma di un'esistenza umana; e alle manifestazioni esteriori (pochissime) di taluni loro irrefrenabili dolori, io mi credeva che ci avvenisse per una formale necessit di rappresentazione in via eccezionalissima, e per una specie di estetico dovere, fastidioso ma inderogabile.
Mai scambi sentimentali, mai confessioni; baci e carezze considerati impudichi, meno il "colpo di naso" che, prima di andare a letto, mi era consentito dare alla gota di mia madre, al cranio spoglio di mio padre.
Si arriva cos a una dignitosa paralisi sentimentale. Con i miei genitori non dico neppure, ma con lo stesso mio fratello, e oggi ancora sulla cinquantina entrambi, non ci parliamo se non presente una terza persona: per le bande.
Alta e ammirevole questa pulizia sentimentale, questa inespressione di ci che la nostra anima desidera, di ci che soffre il nostro cuore. Ma ai desideri celati dei nostri genitori, alle loro "custodite" sofferenze anche il figlio pi affettuoso finisce per non credere pi, e li dimentica. Morti i nostri genitori,  per virt di memoria che noi ci accorgiamo che anche nostra madre era donna, anche nostro padre uomo, puri e impuri assieme, e degni pi per le loro impurit che per la loro purezza del nostro pi caldo amore.
Per quanti italiani i nostri poeti, i nostri pensatori sono come dei genitori pi alti e "di maniera", cui  dovuto un disciplinato rispetto, ma con i quali ogni comunione sentimentale  nonch irriverente ma illecita? E Dante cos  il "sommo poeta", ma distantissimo e chiuso in una cerchia di santa ignoranza; Leopardi un malinconico poeta di animo irrimediabilmente grave e gentile, cui il troppo stare sulle carte ha curvato la spina.
I rapporti tra uomini e grandi uomini si riducono a rapporti tra collegiali e prefetti. I grandi uomini perdono qualunque consistenza umana, dimettono ogni affinit col mondo dei vivi, col sangue, col puzzo, con gli affanni, si cristallizzano in una forma da figure di presepe, si riducono nel panteon della suprema riverenza; dalla quale alla barba il passo  breve. Chi oser negare che per molti italiani, per troppi italiani Dante, Petrarca, Leopardi stesso sono, salvo il coraggio di confessarlo, altrettanti autori "barbosi"?
Vogliamo arrivare alle conseguenze estreme di questo rigore "cattolico" nelle cose letterarie, alla deplorata mancanza di narrativa che attinga alle profonde e segrete fonti della vita, al persistere di certa lingua aulica (anche se sciatta in apparenza) che presuppone una rappresentazione eufemistica e ornamentale dell'esistenza umana e dei suoi drammi, a certo nascondere l'anima fino a fare credere che l'anima non esiste, alla maggiore attrattiva che oggi ancora hanno per molti i libri protestanti o dei paesi come la Francia nei quali le guerre di religione hanno aperto la strada alla verit, a certa freddezza, a certa ruvidit di pelle, a certo mancato sollevar di veli, di punti da toccare, di segreti da svelare?
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NOTA: Ci  cascato anche Mommsen. FINE NOTA.
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Questa corazza di gelo, questo divieto di amore io cerco vincerli con i mezzi che pi mi sembrano acconci: l'ironia e il pessimismo.
Pericolosissimo gioco. Perch molti non sanno che ironia non  presa in giro, ma "ricerca" e maniera sottile d'insinuarsi nel segreto delle cose; perch i pi ignorano che pessimismo non  negazione della vita, ma contatto con le parti pi umane, pi morbide, pi deboli, pi brutte, pi sofferenti della vita, e pi atte per questo a stimolare, a giustificare il nostro amore.
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NOTA: Anche in senso etimologico. FINE NOTA.
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Per non perderli, cerchiamo di umanizzare "sempre" i nostri grandi poeti, farli vivere tra noi nella loro patetica verit.
Fate, Signore, che l'Italia nostra madre altissima, i suoi figli eccelsi, le sue citt mirabili, i suoi fatti o felici o infelici noi li possiamo amare con cuore aperto e labbro sincero!
In attesa che gli abbiano rimesso in sesto la casa, Manzoni  stato trasportato provvisoriamente a palazzo Sormani.
L'archivio manzoniano  stato raccolto temporaneamente in due sale di palazzo Sormani, e i manoscritti esposti fino a ieri nella Sala Manzoniana della Braidense, giacciono per ora nel frigido ventre di due enormi casseforti grige, che alle insidie dei manzoniani fanatici oppongono la loro corazza di acciaio, e a quelle del fuoco il loro rivestimento di amianto.
Nella seconda di queste sale sono stati trasportati anche i mobili d'ufficio dell'ultimo sindaco di Milano, e se ne stanno raccolti intorno alla scrivania lucida con la piena coscienza della loro dignit rossa e oro, come i membri di una famiglia signorile riuniti per una grave quistione di eredit. In una di queste poltrone venerabili, cui viene voglia di avvicinarsi e baciarle la mano, don Lisander si  seduto con quell'aria di modestia e di rassegnazione che era il suo atteggiamento ufficiale, e che una volta sola egli dimise per andare incontro a Garibaldi che lo veniva a visitare e gridargli: "Generale, questo  il pi bel giorno della mia vita!".
Bench innalzato nel Settecento, palazzo Sormani ha gi una forma aerodinamica, la prua pi stretta della poppa, i fianchi svasati al modo di ali, e l'assieme, tinteggiato di un simpatico giallino, ricorda i palazzoni barocchi edificati da Juvara nella regal Torino.
Nel 1935  stato inaugurato a palazzo Sormani il Museo di Milano, che per questa citt  ci che il Museo Carnavalet  per Parigi. Lo scalone che accede alle sale reca tra gradino e gradino una lista rossa, e dello stesso rosso intenso, profondo che avrebbe il mare se fosse rosso,  anche il pavimento ai piedi dello scalone e fra i due rami di esso. Forse taluno giudicher stentata l'analogia, ma nel salire lo scalone di palazzo Sormani si pensa a un che di supremamente signorile, a personaggi di gran sangue, ai marchesi in talons rouges. Prima d'iniziare la solenne scalata, un quadro di dimensioni storiche attira l'occhio del visitatore: l'arrivo del maresciallo Clerici nella Piazza di Montecavallo, a Roma. I Dioscuri sono al loro posto, ma sia perch manca l'obelisco in mezzo a loro, sia perch la fontana non butta, non sembrano gli stessi.
In cima allo scalone, l'idea dell'indipendenza dei popoli fa compagnia al ricordo di Bouvard e Pcuchet. Una campana  posata per terra, nera, massiccia e, come la guancia di uno studente tedesco socio di un Korp, fenduta da parte a parte da una profonda cicatrice. Per avere troppo sonato, questa campana non soner pi. L'animo s'infiamma a leggere il cartello che le hanno posato sulla ferita: "Campana del Comune, spezzata sonando a martello il 22 marzo 1848".
Alla destra della grande mutilata, un ippogrifo pezzato come una rana e ghignante come Voltaire,  sospeso in un immobile volo. Avvicinato, l'ibrido mostro rivela la sua vera natura di triciclo con sellino e altre comodit, o meglio di carrozzino di un paralitico pazzo, cui movesse fantasia di galoppare sulle nubi, tra bestie orrende e orrende imprecazioni.
L'ingresso del museo introduce in un tenebroso paradiso terrestre, nel quale ibis e coccodrilli, tarabusi e salamandre affiorano dalla vegetazione densa e accorrono ai suoni della lira di Orfeo. Questo telone vigorosamente chiaroscurato, preludio ai paesaggi di caucci del "doganiere" Rousseau e attaccato alla parete secondo il sistema chiamato marouflage, con il quale i Francesi, che non hanno pratica di affresco, si studiano di simularlo,  stato dipinto da Benedetto Castiglione, vissuto tra il 1616 e il 1670, e soprannominato il Grechetto. Se questo soprannome vuol indicare che Benedetto Castiglione era seguace del Greco, noi lo troviamo appropriato, perch anche Castiglione, come Teotocopulo, praticava una pittura attorcigliata e tempestosa, e mischiava ai colori piombo e acido solforico.
Il Museo di Milano  uno dei musei pi attraenti nonch d'Italia, ma d'Europa. La netta eleganza delle sale si pu apprezzare anche meglio per l'assenza di visitatori. Passiamo sui pavimenti lucidi, noi e il nostro riflesso, signori solitari. La storia della citt  illustrata, specie nel suo magnifico Ottocento, con stampe e pitture tra le quali brillano, con luce maggiore, i paesaggi urbani dell'Inganni. Si vede il Duomo rasato delle sue guglie e ridotto allo stato di capanna, il Castello mutilato della Torre del Filarete e delle altre rifiniture recate da Luca Beltrami, la Corsia dei Servi diventata di poi Corso Vittorio Emanuele, e che a gusto nostro , assieme con Regent Street e rue de la Paix, uno dei pi suggestivi paesaggi cittadini, soprattutto se dalla curva di San Carlo si guardi verso l'imbocco del Corso e l'abside del Duomo.
Ogni volta che faceva ritorno a Milano, Stendhal si fermava in questo stesso luogo, e a pieni polmoni respirava l'odore della sua cara citt, ch' l'odore di legno bruciato esalato dai camini e custodito dalla nebbia.
Un giorno anche Silvio Pellico torn a Milano dallo Spielberg, si ferm pien di gaudio in mezzo al Corso Venezia, e volto allo sbirro austriaco che l'accompagnava esclam: "Come sono contento di rivedere la cupola del Duomo!". Ma quando Malaparte, pochi anni sono, cit questa esclamazione di Silvio Pellico in un suo elzeviro nel "Corriere della sera", gli "assidui lettori" insorsero sdegnati, e dissero che mai un uomo storico, un patriota, un martire avrebbe fatto quello sbaglio, e soprattutto Pellico che, essendo stato precettore in casa Porro, conosceva Milano a menadito. Malaparte emise allora il dubbio che in mancanza della cupola del Duomo, Silvio Pellico avesse inteso parlare della cupola di San Carlo al Corso, che, verde e rigonfia, sembra posata provvisoriamente per terra da un architetto gigante, che presto ripasser a riprendersela, per collocarla in luogo pi acconcio. Ma confrontate le date, apparve che al momento del ritorno di Silvio Pellico a Milano, la chiesa di San Carlo non esisteva ancora. Questi lapsus sono degni di uno studio psicanalitico, e del resto, a rigor di termini, una cupola anche il Duomo ce l'ha, ma  interna.
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NOTA: Anche Stendhal parla della "cupola" del Duomo. "J'ai admir "rellement",  Milan, la vue de la coupole du Dme s'levant au-dessus des arbres du jardin de la villa Belgioioso... Rome, Naples et Florence. FINE NOTA.
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Gli amatori del "caro passato" trovano nel Museo di Milano pane per i loro denti, e chi vuole misurare la distanza che corre tra la pittura anche mediocre e la fotografia anche ottima, visiti questo museo e pi che mai deplorer l'or tanto sfoggiato gigantismo fotografico, e la retorica dell'obiettivo che prende gli oggetti ora di sopra ora di sotto, ora di sghembo e ora in obliquo.
Un salotto patriottico attira gradevolmente il nostro sguardo, i personaggi maggiori del Risorgimento sono ricamati con vivi colori sul dorso delle poltrone, e la battaglia di Magenta  trapunta sul fondo di un canap.
El rattin, o come dire "il topolino",  posato sopra una mensola di marmo.  la piccola locomotiva a molla che, con lo stoppino acceso in fronte, correva tra lusco e brusco il perimetro interno della cupola della Galleria, e accendeva via via i beccucci del gas. L'elettricit  stata divinizzata, ma il gas chi ha pensato a farne un dio? Eppure, a testimonianza dei vecchi milanesi, nulla era pi religiosamente suggestivo di quella folla muta di stupore e col naso in aria, che tutte le sere si raccoglieva sotto la cupola della Galleria, per vedere el rattin, fratello minuscolo di Indra e di Apollo, vincere le tenebre e recare la luce.
In un angolo di parete, scopriamo un piccolo quadro che rappresenta la villa Manzoni, a Brusuglio. Il quadretto  di mano di Massimo d'Azeglio, il quale rendeva signorilmente anche il regno vegetale, e dava agli alberi un cos nobile aspetto, che a ciascuno andrebbe annesso un titolo nobiliare: albero duca, albero conte, albero marchese.
Tra due alberi-conti, che ai due lati della tela fanno da quinta ( rispettata la relazione tra il grado di nobilt degli alberi e quello del signore del luogo) la villa appare nel fondo, rosea, tranquilla, sorridente, come una zia che digerisce bene e crede in Dio.
In primo piano, sulla ghiaietta del viale, due bambini sono curvi ai loro giochi. I figli di don Lisander...
Intanto, a pianterreno di palazzo Sormani, invisibile ma presente, don Lisander sta seduto nella poltrona dell'ultimo sindaco di Milano, e aspetta che gli abbiano sistemata la casa, per tornare ad abitarla definitivamente.
Le casseforti di acciaio e amianto sono aperte. Con infiniti accorgimenti, Marino Parenti estrae le bozze della edizione del 1840 dei Promessi sposi, chiamate "il Tesoro Manzoniano", siccome in chiesa si chiama tesoro il luogo nel quale sono custodite le reliquie e gli arredi preziosi.
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NOTA: Nel "Tesoro Manzoniano"  custodita anche la cartella dello scolaro "Alessandro Manzoni Beccaria", i suoi libri scolastici: l'Eneide di Virgilio, il Peripatetico di Aristotele, e il manoscritto degli Sposi promessi. FINE NOTA.
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Poi ci mostra una curiosa traduzione in versi dei Promessi sposi, fatta da certo Domenico Alberti.
Che idea pazzesca! La prosa di un grande scrittore reca in se stessa un ritmo, un rigore prosodico...
"Quel ramo del lago di Como...".
Alessandro Manzoni entr nel 1811 nella sua casa di Piazza Belgioioso, a ventisei anni, e l'abit fino alla morte avvenuta sessantadue anni dopo, dando bellissimo esempio di costanza domestica. Quale deduzione trarre da cos perseverante attaccamento alla casa? Noi, fin dove affonda la nostra memoria, i ricordi meglio conservati che riusciamo a estrarre dei tenebrosi sedimenti dell'infanzia, sono ricordi di traslochi, case lasciate vuote dietro a noi, case egualmente vuote nelle quali entravamo con animo sospettoso e assieme affascinato, come in un ignoto paese da esplorare. Tale era il nostro destino in quel tempo, o per meglio dire il destino familiare nel quale per nascita ci eravamo trovati implicati. Ora, fino a un determinato periodo della vita, l'uomo crede che il destino muter, che "le cose cambieranno"; ma sebbene questa speranza sia un sentimento di adolescenza, essa si prolunga fino ai trenta, ai trentacinque anni e oltre, perch molti sentimenti dell'adolescenza ci fanno scorta come un corteo di giovanili compagni, ben oltre il termine fisico dell'adolescenza. Poi, doppiato il capo della quarantina, la speranza nel mutamento si attenua e a poco a poco si spegne, e noi accettiamo non solo il pensiero che "le cose non muteranno pi", ma che non c' ragione che mutino, che anzi  bene che rimangano come sono. Cos, oggi, non rassegnati noi siamo, ma contenti e orgogliosi del nostro destino girovago. Questo mantenersi fedele per sessantadue anni alla stessa casa, faceva parte forse del "metodo di vita" di Alessandro Manzoni, della sua civica disciplina. Alla spontaneit dei sentimenti religiosi di un artista noi non possiamo credere, soprattutto se l'artista  anche un ostinato ragionatore, quale appunto era Manzoni. (La non eccessiva profondit di pensiero non implica una minore capacit di ragionamento: al contrario: pi una mente  profonda, meno va soggetta a velleit deduttive, dimostrative, dialettiche). La fede religiosa sostituisce nell'uomo altre qualit:  l'arte,  la filosofia dei non artisti, dei non filosofi. Ora non  possibile escludere il Manzoni "artista", e ammettere il Manzoni "religioso". La "costanza alla casa" aiuter forse a risolvere il problema religioso di Manzoni. C' una certa analogia tra il mantenersi attaccato alla medesima casa, e il mantenersi attaccato, malgrado tutto, alla medesima religione; soprattutto alla cattolica, che  la pi "casalinga" di tutte. Quel poco che si conosce della "seconda" vita di Manzoni, della sua vita oscura, della non bont del suo animo, dei suoi desideri fuori linea, dei suoi umori repressi, questo poco basta a segnalarci che l'artista si era sottomesso s al rigore religioso, ma a quel modo che il malato si sottomette a una dieta, a una cura, a un regime.
Nel 1864, dopo cinquantatr anni che ci abitava, Manzoni pens di abbellire la facciata della sua casa. Egli aveva gi settantanove anni, e a questa et ogni pi tenace speranza di mutamento  spenta; di ben altro genere  il "mutamento" in cui la mente ormai si affisa. Il sentimento che ispir a Manzoni l'idea di quel tardivo abbellimento,  patetico e assieme strano (si noti: della sola facciata); e poich il vagheggiato abbellimento doveva essere di cotto,  lecito pensare che chi quell'abbellimento volle non fu il Manzoni versificatore, ma il Manzoni prosatore. Il cotto  prosastico e discorsivo.  una forma "distesa" di decorazione, molto pi "calda" della decorazione fatta con qualunque altro materiale edilizio. L'autore degl'Inni Sacri avrebbe voluto una facciata di granito, o addirittura di marmo. La poesia  giovanile, e dunque eretta, verticale: orizzontale invece  la prosa, e dalla vecchiaia passa come un ponte alla incommensurabile orizzontalit della morte.
Del resto, l'ambizione di rinnovare la facciata della propria casa, non si trova soltanto in Manzoni. Dice Stendhal a pagina 27 di Rome, Naples et Florence: "La secrte ambition de tous les citoyens de Milan, c'est de btir une maison, ou du moins de renouveler la faade de celle qu'ils tiennent de leur pre". Non so se sia vero o soltanto una malignit, mi  stato detto che i milanesi, oltre l'ambizione di rinnovare la facciata delle loro case, nutrano anche quella di rinnovare di tanto in tanto le loro collezioni di quadri. Questo "rinnovo di collezione"  dato come esempio di cafoneria. Ma  veramente tale? Anche a vendere i quadri che uno si tiene in casa, vuol dire che prima di tutto li ha comprati; e comprare quadri non  da cafoni. Il milanese ha l'amore dell'arte. Non un amore contemplativo, come quello di altre citt d'Italia, che si contenta di andare nei musei la mattina della domenica a contemplare i soliti Raffaello, i soliti Tiziano, i soliti Caravaggio, ma un amore attivo, che cerca il suo nutrimento nelle gallerie che commerciano arte di artisti viventi, nelle mostre, nelle aste. Tra altri titoli d'onore, Milano ha anche quello di essere la sola citt d'Italia in cui fiorisce il commercio dell'arte moderna.
Il preventivo del costruttore era di tremila lire. Manzoni offriva duemila: non un soldo di pi. Semplificasse la decorazione il costruttore, la riducesse al minimo. Infine, costruttore e proprietario si accordarono su un progetto di rivestitura parziale, e infatti, sulla facciata di via Morone, l'incrostazione del cotto volta soltanto di pochi metri. Anche il portoncino che d su Piazza Belgioioso  decorato di cotto, un motivo di rosette corre intorno ai riquadri delle piccole vetrate.  la parte pi delicata, pi graziosa del prospetto. Questo portoncino era stato rimosso dai conti Arnaboldi, successori di Manzoni nella propriet della casa, e sostituito con altro portoncino; ma ora che la casa di Manzoni  diventata propriet dell'Ente nazionale di studi manzoniani, Marino Parenti, direttore dell'Ente, ha rimesso al suo posto il portoncino un po' rosso e un po' roseo. Di fronte alla casa di Manzoni, sorgeva una volta una chiesetta dedicata a San Pietro in Cornaredo, che la voce del popolo aveva semplificato in "San Pietro con la rete". La lingua  piena di equivoci, lapsus, significazioni alterate, nati o da assonanze, o dalla paura, o dal pudore. Dicendo "Roma", "noi avevamo", "io sono" siamo proprio sicuri di dire ci che crediamo di dire? La piccola cappella in Sant'Ambrogio dedicata a S. Mariae Faventi Aegris, il popolo l'ha semplificata in cappella della Fava Greca. I Francesi per parte loro, di laudanum (pronunciato alla francese) hanno fatto l'eau d'non: l'acqua del somarello.
Al tempo dei conti Arnaboldi, lo studio e la camera da letto erano le sole parti visitabili della casa di Manzoni. Per un certo periodo anzi, la camera da letto e "di morte" fu rimossa dalla sua sede propria, e ricostituita per comodit di servizio al pianterreno. Ora, e sotto le vigili cure di Marino Parenti, la casa di Manzoni si va spogliando delle interpolazioni. Da sotto un delicato lavoro di raschiatura, riaffiorano i sottili fregi di stucco sui quali l'occhio di Lui si posava.  un difficile, paziente lavoro di archeologia "recente". Sono state scoperte delle false pareti. Che in una delle stanze a pianterreno ci fosse stato un caminetto si sapeva, ma non si sapeva in quale. Abili sondaggi condussero infine alla scoperta del caminetto, e la ritrovata collocazione di questo "atrio del fuoco" fu un grande passo nella ricostituzione della topografia manzoniana della casa.
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NOTA: I caminetti non divennero d'uso comune se non nel secolo decimoterzo, e sostituirono l'antica foughera, la conca di terra rappresa fissata nel centro del locale, per tema d'incendio. FINE NOTA.
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Si entra dal n. 1 di via Morone. Il cortile  a mosaico e sparso di gigli rossi. Due logge si rispondono, e nelle loro pitture sottovolta confondono Adelchi e Carmagnola, Renzo e Lucia, l'innominato e padre Cristoforo. Pittura molto chiaroscurata e farfalleggiante, molle pittura alla brava, con cui i cattivi pittori dell'ultimo Ottocento mostravano quanto estro guidava la loro mano, e quanto contenti essi erano di aver definitivamente rotto con la rigidit dei "primitivi". Eppure noi queste pitture le guardiamo con simpatia, le guardiamo con nostalgia, le guardiamo come si guarda il sole che tramonta, perch esse pure fanno parte delle "interpolazioni" della casa, e presto spariranno. Guardandole, pensiamo che a Manzoni sarebbero piaciute, a lui cui piacevano le illustrazioni "dirette" e piatte di Gonin. Anche il gusto per l'illustrazione diretta e piatta, doveva far parte della mentalit cattolica di Manzoni. Timore di vedere di l dalle cose, timore di dover riconoscere che le cose possono essere anche diverse da come sono.
Le illustrazioni di Bartolomeo Pinelli per i Promessi sposi sono parafrastiche e spiritose. Pezzi di campagna romana si mischiano inaspettatamente al paesaggio familiare di Renzo e Lucia e lo arricchiscono. Un'ironia ben pi sottile, ben pi odorosa di mare di quella che accompagna la parola e gli atti di don Abbondio, avviva queste illustrazioni e una di esse, dietro don Abbondio che sta ascoltando le ammonizioni dei due bravi, mostra un particolare di peccatori tra le fiamme dell'inferno, che  come la materializzazione del pensiero del pavido curato. Quando Manzoni vide queste illustrazioni, ebbe una crisi di rabbia e le stracci.
Con maggior fervore dunque egli torn alle illustrazioni di Gonin, e volle di sua mano postillarne le bozze. Questi fogli inestimabili per i manzoniani ebbero triste e dispersa sorte, alcuni furono ritrovati presso un ortolano di Torino, il quale ci avvolgeva erbaggi e frutta.
Il testo di uno dei pi fascinosi racconti di Conrad si  deposto nella mia memoria, ma il titolo  caduto fuori e si  perduto. Conrad, nella sua giovanile qualit di capitano di lungo corso, approda in un porto della Malesia, entra nella casa di un negoziante di attrezzi navali, scopre dietro la casa un giardino grasso, folto, chiuso come un paesaggio di acquario; e, in questo Eden soffocante, una fanciulla, la figlia del mercante di gomene e di tela da vele, puerile di mente, ignorante del mondo, languida di una pigrizia da belva che nemmeno cacciare deve per procurarsi la preda, grasso fiore di carne, misteriosa Eva equatoriale.
In qualunque altra parte del mondo avrei pensato di ritrovare il giardino di Conrad, fuorch dietro la finestra dello studio di Alessandro Manzoni, dal quale una grossa inferriata di prigione lo separa. La puerile ninfa della Malesia manca, ma guardando questo giardino macerante nel suo grasso umidore, le sue palme a flabelli - albero "del male" - le sue magnolie, le sue foglie carnose come labbra vivide, penso che questo giardino doveva terrorizzare Manzoni, lui cos ostile allo spirito pagano e ai miti che lo adornano. Il dubbio non  consentito: ognuna di queste piante  il frutto di una metamorfosi.
 uno dei pi misteriosi giardini di Milano, citt tutta pietra in apparenza e dura, ma morbida invece di giardini "interni" che l'edilizia, l'urbanistica e il Novecento si sono coalizzati per sterminare. Che Manzoni tenesse nel proprio giardino anche dei platani non si capisce: albero pagano, albero greco, albero di Platone, cui somiglia anche nel nome.
La luce vegetale del giardino si prolunga nello studio, tinge di verde stagnante i muri, il soffitto a volte e cassettoni. La scrivania  collocata in modo che lo scrittore, scrivendo, si possa far ombra con la mano. Sulla scrivania sono ancora i guanti, gli occhiali, altri occhiali con stanghette a cerniera, l'asciugapenne, il cucchiaino del sabbietto, un fermacarte di marmo a forma di libro, un tagliacarte, un paio di forbicette. Tre zie trasformate in poltrone si serrano davanti al caminetto freddo, guardano l'inutile parafuoco, gli alari che alzano come piccole sfingi le loro testine di angioletti. Cristo veglia sopra il caminetto, ma il miracolo del fuoco non avviene lo stesso. Solo chi ignora i segreti della casa, paventa in questo studio il pericolo del freddo: colui che "sa", apre a sinistra del caminetto un armadio a muro, scopre una stufa a colonna, nascosta l dentro come un oggetto vergognoso: una colonna infame. Negli scaffali della libreria alcuni libri sono intangibili, specie alcuni volumi di giurisprudenza del Seicento, che a toccarli se ne cadono in polvere. Tommaso Grossi  presente in busto di marmo. Vivo, Grossi dormiva in una camera adiacente allo studio del suo amico: nella camera del caminetto perduto e ritrovato. Nella sistemazione definitiva della casa, la camera di Tommaso Grossi sar dedicata "all'amicizia". Dietro la scrivania c' ancora la poltroncina di paglia, il cuscinetto consunto dall'illustre sedere. Nell'armadio che regge Tommaso Grossi sono schierati gli astucci delle onorificenze, ma le onorificenze se le sono portate via gli ammiratori.
Inventario della camera da letto. Due finestre sul giardino. Qui siamo sopra gli alberi, la luce  pi chiara. Carta giallina alle pareti. Lettuccio di ferro, coperta bianca. Rosario posato sul guanciale. Qui l'illustre cranio pos vivo, poi morto. Nell'armadio, cappello di paglia (marca inglese) e cilindro comprato da Ponzone. Canterano. Strano mobiletto, di quelli che uno si "fa da s". Tirando un supporto a ventaglio, viene fuori un anello portacatino di legno. Rasoi di M. Ciottolino. Divano impero. Catino su trepiedi di ferro.
D'un tratto ci ricordiamo che M. confut Sismondi, il quale sosteneva che la morale cattolica era stata la causa della corruzione dell'Italia. Siamo curiosi di sapere se ci sono ancora in Italia partigiani di Sismondi.
Continuazione dell'inventario. Bastoncino fatto con foglia di palma. (Oggetti fatti con materiali eterocliti: bastoncini di foglie di palma, di pelle di rinoceronte, immagini fatte con i capelli del defunto, canestrini fatti con la mollica di pane. La borsetta di una nostra amica  di "pelle di vampiro"). Paracqua marrone. Nel canterano, veste da camera: sembra la pelle di una gigantesca salamandra. Sul muro, decreto della cittadinanza romana concessa a M. Paravento ai piedi del letto. Comodino, grosso bicchiere capovolto in una sottocoppa di cristallo. Campanello sul comodino. Parini, nel Mattino, chiama il campanello "metallo":
Gi i valletti udir lo squillo
Del vicino metal...
E tanti si domandano ancora perch la letteratura italiana manca di verit! Pure sul comodino, piccolo candeliere di legno, mozzicone di candela pietrificata. Un dubbio mi tormenta: apro il comodino... C'. Com e divano Luigi Filippo.
Ai piedi del letto un mobile ibrido, tra il sedile e l'inginocchiatoio. Immagino me stesso seduto su questo mobile, e Manzoni a letto. La sua testa riempie, sul guanciale, l'ovale ora tracciato dal rosario.  alla fine della vita e io gli parlo della bellezza, della dolcezza, della "cristianit" dei miti greci.
Sola terapia forse, solo regime che gli avrebbe ristorato l'animo.
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BABA.
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Quando Luigi entr nella mia camera per tirare su la saracinesca, e io gli domandai se pioveva o era bel tempo, Luigi rispose: "Oggi  giornata di nebbia".
La saracinesca si chiama altrimenti "avvolgibile", e la si manovra per mezzo di un tirante di stoffa, collocato allato alla finestra. L'uso dell'avvolgibile ha abolito il gesto mattutino dell'"apripersiana". Peccato! Era un gesto espressivo, e che nel suo movimento stesso aveva il suo proprio significato. Per aprire le persiane e respingerle verso il muro, le braccia compivano un gesto d'"apertura", che i Greci chiamerebbero addirittura "primaverile", perch la primavera essi la chiamano "apertura". In quel gesto le braccia si aprivano al nuovo giorno, e al nuovo giorno la persiana stessa apriva le sue braccia di verde veronese, che  il colore della speranza.
Al tempo della mia infanzia, i gesti serbavano ancora il loro simbolismo preciso. Ragione vorrebbe che i gesti dell'uomo fossero espressivi come una danza in prosa, ma la civilt razionale accentua sempre pi il divorzio tra uomo e natura, crea una vita scialba e irrazionale, nella quale a poco a poco la mente, l'intelligenza, le passioni, i sentimenti, gl'istinti naufragano come dentro un mare di gelatina.
Mentre Luigi con gesti da campanaro manovra il tirante e scopre a scatti successivi l'aerea imbottitura che posa sulla citt - ecco come si rivela la falsit della civilt razionale: fare dei gesti da campanaro per aprire una finestra! - io, fresco ancora di sogno, vedo per virt di memoria un quadro di Moritz von Schwind intitolato Morgenstunde, che assieme con alcuni altri quadri di pittori romantici tedeschi, Caspar David Friedrich, Arnold Bcklin, Hans von Mares ha lasciato nella mia mente come una finestra aperta su un mondo felice ma perduto per sempre.
C' una camera, il letto disfatto e caldo ancora di sonno, un mucchietto di biancheria virginale ripiegato sulla spalliera della seggiola, due scarpette gemelle, una fanciulla che apre le persiane sopra un casto paesaggio mattutino, simile ai paesaggi che Drer giovinetto dipingeva a acquerello.
"Oggi  giornata di nebbia".
Luigi  milanese e c' orgoglio nella sua voce. Quando i milanesi parlano di nebbia hanno l'aria di dolersene, ma in fondo sono contenti della "loro" nebbia. La gonfiano, la dicono pi densa di quanto veramente sia, la paragonano alla pure de pois di Parigi, alla nebbia di Londra; la fanno pi fitta di quel famoso nebbione londinese, dentro il quale i delitti di Edgar Wallace si consumano in fantomatiche condizioni di morbidit e silenzio. C' del razzismo nella nebbia, siccome nel bel sole per converso c' come un velo di vergogna, qualcosa che si vorrebbe nascondere.
Ma dove sono le grandi nebbie di Milano? La nebbia mobilia le citt, raccoglie i discorsi degli uomini e li conserva; e quando viene primavera, e il sole torna a brillare nelle vetrine dei negozi e le donne si slanciano fuori dai negri portoni delle case, e come fagiane dorate si spandono a starnazzare per la citt, i discorsi custoditi per tanti mesi dalla nebbia si sciolgono sonoramente, e piovono gi dal cielo scintillante.
Cpita allora di passare per una strada deserta, e udire intorno a s: "Sta attent, Luisin, te do un sgiaffn che te immadonna in sl mr come ona pell de figh", e si capisce che questa "sciolta" minaccia  stata pronunciata alcuni mesi prima da una mamma a intenzione del suo figlio Luigino. Poi si ode: "Sent, Teresa, incoeu la mangiom sta bsecca o quand?", e s'intende che le relazioni tra "lui" e la Teresa hanno varcato ormai la fase idillica, e si sono ristrette ai soli interessi alimentari. E ancora si ode: "Credom, Gisella, mi e ti semm come l'ombrella e el mnegh", e si ha paura di pensare che anche questa promessa d'indissolubile amore sia vanita nel frattempo assieme con la nebbia.
La nebbia  comoda. Trasforma la citt in una enorme bomboniera, e i suoi abitanti in altrettanti canditi. La nebbia unisce e invita alla vita domestica. Anche l'amore  favorito dalla nebbia, chiuso e teneramente umano. D retta a noi, lettore, che per ragioni di nascita e per poetiche ambizioni abbiamo sospirato gli amori fra i mirti, sotto un cielo tersissimo, in vista dell'omerico mare: quass, in questa terra senza di, si capisce quanto gli di, per quanto invisibili e sciolti nella luce, sono compagni inutili e testimoni fastidiosi.
Passano nella nebbia donne e ragazze incappucciate. Un fumo leggero alita intorno alle narici e alla bocca socchiusa. Brillano gli occhi sotto il cappuccio.  tornato il tempo dei veglioni e dei domini? "Ti conosco mascherina!". Seguire uno di questi domini dentro la tpida abitazione, ritrovarsi in un salotto prolungato dagli specchi, fra soffici tappeti e mobili gravi che "fanno" famiglia, abbracciarsi odorosi ancora di nebbia, mentre la nebbia fuori preme sulla finestra e l'inopaca discreta, silenziosa, protettiva.
Si capisce perch nel Nord la volont di vivere  pi forte. Anche la morte  meno cruda nelle citt di nebbia, essa che nelle citt di sole  crudelissima. I morti si staccano da noi ma non ci abbandonano del tutto. Vanno ad abitare un po' pi in l, nella loro citt appena pi piccola, e la nebbia unisce morti e vivi. Chi ha orecchio fine, ode respirare i morti piano piano, sotto il denso coltrone di nebbia, dentro le loro comode casette. Non date sole ai morti: li rendereste infelici e famelici di vita.
Odo dietro a me nella nebbia un monosillabo ripetuto: "Ba ba... ba ba... baba". Mi volto ma non vedo nessuno, giro le mani intorno ma non trovo nulla; e tuttavia quel monosillabo mi fa pensare a una strana respirazione, alla respirazione laterale di un pesce.
Ma dove sono le grandi nebbie di Milano? Dove la nebbia terribile di quella notte di Natale, che io scesi dall'abitazione dei miei amici in Corso di Porta Nuova, e per rincasare in via Ariosto traversai la citt ove non una finestra appariva illuminata, non un occhio aperto, tastando i muri delle case come un cieco?
A tre ragioni principali si ascrive il disperdimento della nebbia di Milano: all'ingrandimento della citt, al prosciugamento delle risaie nella zona circonvicina, al coprimento del Naviglio.
Percorro via Principe Umberto e mi propongo di traversare la citt in diagonale, per arrivare come quella sera di Natale in via Ariosto. Voglio ricostituire una pagina della mia vita come il giudice istruttore ricostituisce un delitto, ritrovare in capo a essa il mio amico Caterino scomparso metafisicamente tredici anni sono. Via Ariosto  situata nel poetry corner di Milano. Ivi si fanno compagnia Ariosto, Petrarca, Boccaccio, Vincenzo Monti, Leopardi. Dante li precede come il capitano precede la truppa, collocato fra il centro della citt e il gruppo dei suoi colleghi minori. Da questa compagnia Carlo Porta  escluso, forse perch non scriveva in lingua; e anche Pascoli. Ma Pascoli perch? Forse perch anche lui non scriveva in lingua. Erano i componenti la giunta comunale di Milano forniti d'intendimento letterario cos fine, da sentire il dialettale della poesia di Pascoli? Se la grandezza dei poeti si misurasse dalla lunghezza delle vie a essi consacrate, il cavaliere Monti sarebbe pi grande di Petrarca.
Tra il 1907 e il 1908, da San Michele a San Michele, abitai in via Petrarca l'ultimo piano di una casa nuova, ma di stile rinascimentale e lombardesco. Pu influire su l'opera di un poeta l'abitare in via Petrarca? Da me non lo so, perch in quel tempo non lavoravo di poesia, per meglio dire non scrivevo in versi; ma  da credere che no, perch nella stessa via, pochi numeri appresso, abitavano condomiciliarmente Arturo Colautti ed Ettore Moschino, i quali... Colautti aveva il cranio nudo e di forma aerodinamica. Ognuno  precursore come pu.
Eppure era di molto petrarchesca quella via: petrarchesca a meriggio, quando ai tavolini di un'osteriola di fronte a casa mia, posati sul marciapiede, venivano a desinare i muratori, la bustina di giornale in testa, e il misterioso vento del meriggio sollevava le tovaglie; petrarchesca nelle prime e ancor pniche ore del pomeriggio, quando le domestiche, dalla parte delle cucine, rigovernavano i piatti e cantavano le gioie e i tormenti dell'amore; petrarchesca nei morbidi pomeriggi d'autunno, quando gli organetti venivano a fare stazione nella via dedicata al poeta, e lentamente, malinconicamente, gli sgranavano il duetto fra Manrico e Azucena; petrarchesca soprattutto nel cielo lombardo, cos puro e profondo, di cui il mio occhio adolescente esplorava da quell'ultimo piano l'oceano vasto, i continenti mutevoli, le isole passeggere.
Petracco ellenizz il proprio nome in Petrarca, come Charles Durand romanizz il suo in Carolus Durand.
Assieme con altri grandi, Petrarca sta in una nicchia, nel cortile degli Uffizi, a Firenze.  coronato di lauro, ma le sue nari hanno una strana espressione, forse dal nero che il tempo vi ha incavernato, e danno l'impressione che il naso del cantore di Laura putisse.
Tra i derivati dei nomi dei poeti: dantesco, scespiriano, omerico, "petrarchesco" ha un significato pi alto e morale.
Pi distintamente "retentisce" dietro a me il monosillabo ripetuto: "ba ba... ba ba... ba ba". Mi volto ancora ma non scorgo nessuno. La sera intanto si addensa, come un fluido scuro che si spanda dentro un rado e soffice organismo di bambagia.
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NOTA:  in onore di Petrarca che io uso questo bellissimo e trascurato verbo: Il cantar novo e 'l pianger delli augelli, In sul d fanno retentir le valli... FINE NOTA.
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Pi drammatici furono i miei rapporti con la via Leopardi. Ivi operava e forse opera tuttavia un dentista, con il quale io feci conoscenza in occasione di una fierissima carie al secondo molare inferiore destro. Sospinta dal paziente, la porta d'ingresso dell'odontoiatra rispondeva con un suono cristallino e dolcissimo, emesso da cinque tubi di vetro pnduli sopra il battente, e che da questo ricevevano impulso per urtarsi e vibrare. Quale carie, quale flussione, quale nevralgia poteva resistere a quell'ineffabile concento, ingresso sonoro a un paradiso di bambini? Era una cura mediante il suono, ardita anticipazione a quel gas esilarante che i dentisti hanno cominciato a usare da pochi anni a questa parte, e che attira il poeta Cocteau nei gabinetti odontoiatrici in ottime condizioni di sanit dentaria, solo per inebriarsi di quel gas e goderne gl'influssi, in quella medesima poltrona di tortura in cui altri mugula e soffre. O bell'epoca quella di pace e di suoni miti! Non l'urlo delle sirene allora n il barrito degli altoparlanti ma appena la scorrente musica delle automobili, che si annunciavano di lontano con le cinque prime note del valzer della Vedova Allegra: sol... do re... mi...
"Ba ba... ba ba... ba ba" va ripetendo dietro a me l'invisibile testa di pesce, e ora cos vicino che io sento sulla nuca il caldo della respirazione.
Via Carlo Porta nasce da questa via Principe Umberto che io vo percorrendo, e unisce via Principe Umberto a via Principe Amedeo. Via Carlo Porta ha la forma del braccio ripiegato dell'Apoximenos, e nel punto in cui braccio e avambraccio si uniscono nell'articolazione del gomito, sorge tra gli alberi una chiesetta presbiteriana, e dietro la cancellata, sotto i castagni, stanno due sedili di pietra per chi volesse raccogliersi a meditare sul mistero della transustanziazione. Dalla parte di via Principe Amedeo, via Carlo Porta sbocca di fronte alla casa nella quale abitarono Camillo ed Arrigo Boito.
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NOTA: Recenti trasformazioni operate dal piano regolatore, hanno distrutto la forma brachiale della via Carlo Porta. FINE NOTA.
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La lapide che commemorava questo glorioso inquilinaggio  stata smurata, la casa sembra in riparazione, e chi sa? la furia demolitrice porter via forse anche questo ricordo domiciliare dei due illustri fratelli.
"Ba ba... ba ba... ba ba". La notte s'infoltisce sempre pi nella citt vestita di nebbia, ma luce non s'accende n di via, n di case, n di negozi; passanti non si veggono n veicoli, nulla vive meno questo "ba ba... ba ba... ba ba" che insiste come il palpito stesso della nebbia, della notte, della citt.
Era la prima decade del secolo, e io non indossavo ancora la toga virile. La nebbia tra lusco e brusco imbottiva confortevolmente le strade. Mi accompagnava Tito Ricordi, l'ultimo del nome che diresse la celebre casa editrice. In quel tempo la faccia rasata era riservata agli attori e ai camerieri, e degli uomini senza barba n baffi, uno dei pi spiritosi collaboratori del "Corriere della sera", non ricordo se Amedeo Morandotti o altri, aveva detto che somigliavano alle donne brutte. Tuttavia Tito Ricordi era rasatissimo, ma dopo il fiasco di Madama Butterfly egli fece voto di non tagliarsi n barba n baffi, finch la mala sorte perdurava. Infatti, quando Madama Butterfly trionf al Grande di Brescia, Tito Ricordi pot riacquistare la sua faccia di donna brutta.
"Ba ba... ba ba... ba ba".
Boito abitava un quartierino a pianterreno, e sul larghissimo davanzale delle finestre teneva in mostra la sua preziosa collezione di conchiglie rare. Venne ad aprirci egli stesso, reggendo un lume a petrolio alto sulla testa. Quest'apparizione suggeriva un nuovo capitolo delle Avventure di Pinocchio, nel quale l'autore del Mefistofele facesse la parte della lumaca camerista. Boito era alto, portava occhiali d'oro e somigliava a un pediatro. Lo scopo vero di quella visita nessuno lo dichiar, ma era sottinteso che essa era una specie di "presentazione al tempio", l'omaggio di un giovinetto di belle speranze al patriarca dei suoni e della prosodia. Grande in quell'epoca di trionfante liberty era la fama di Boito quale virtuoso della verseggiatura, e particolarmente ammirati i suoi versi in forma di lira.
"Ba ba... ba ba... ba ba".
Anni addietro, tutte le sere, fino a notte tarda, una donna era appostata all'angolo di via Principe Umberto e via Carlo Porta, nell'ombra, presso il muro, avvolta di nebbia, come un pesce sotto uno spesso strato di gelatina. Stava immobile, silenziosa, e aspettava. Chi aspettava? Che aspettava? Nel suo occhio non brillava sguardo. Che le importava dei passanti, delle cose che passavano? Curiosit non aveva pi - e forse non l'aveva mai avuta - e neppur quel minimo di vivacit che nell'occhio ha pure un mammifero inferiore. Aspettava. Non portava cappello, ma una pezzuola sul capo, se la notte era rigida. Una parannanzi corta le cingeva i fianchi, sotto la quale essa nascondeva le mani, giungendole sulla pancia a riparo del freddo; e io, che conoscevo bene l'attivit di quella donna, non osavo pensare a quale uso servisse quel grembiale. Ora, fosse la parannanzi, o gli abiti da lavoro logori dall'uso, la faccia di mota secca, i peli sul labbro, i grigi capelli che le piovevano a stracci sul viso, le scarpe scalcagnate; quella solitaria cariatide della nebbia dava a pensare a una donna da tutto fare, a una vecchia vagabonda, a una mendicante magari, muta, in cui una indifferenza totale avesse spento anche quel minimo di volont che occorre per formulare una richiesta di limosina. Eppure colei era una venditrice d'amore - diciamo la parola tecnica: una tacchettatrice.
Vecchia vagabonda...
Gioco curioso delle analogie, errori commoventi in cui cade l'uomo per eccessiva volont di capire. Vagabondo in qualche dialetto  diventato vagamondo, perch qualcuno ha pensato che il vagabondo vaga per il mondo; cos come mia suocera ha corretto aperitivo in appetitivo, perch un vino che d appetito  giusto che si chiami appetitivo.
I clienti abituali dell'angolaria di via Principe Umberto e via Carlo Porta, erano, chi sa perch? i cocchieri delle vetture pubbliche, che a Milano, citt di bruma, ma non per le medesime ragioni di analogia che di aperitivo hanno fatto appetitivo, si chiamano brumisti. Uomini piramidali e indissolubilmente associati alla cassetta, centauri met uomini e met carrozza, che in quel tempo numerosi guidavano i brum per Milano, le mascelle avvolte di lana sotto il tubino di tela cerata, e che, fermi alle stazioni, si abbracciavano per scaldarsi con le loro stesse braccia.
"Ba ba... ba ba... ba ba".
Talvolta io passavo di notte per via Principe Umberto, ma davanti all'imbocco intenebrato di via Carlo Porta l'angolaria mancava. Intuivo per la sua presenza laggi, in fondo alla via Carlo Porta, nella nebbia annegrata dalla notte, perch colei, nell'esercizio della sua professione, si nascondeva nella nebbia come la seppia si circonda d'inchiostro, come un pesce torna al fondo. Il brum, piccolo e nero carro funebre, la cassetta vuota, stava fermo all'angolo della strada; e il cavallo, a testa china, nel vapore della sua respirazione stanca, le orecchie afflitte, aspettava che il padrone...
"Ba ba... ba ba... ba ba".
Di tutta l'opera di Boito, la mia memoria non ha conservato se non la quartina seguente:
E baci di calidi
E sputi di lumache
Tutto provasti e l'asta
Del fiero iconoclasta.
Ma questi quattro versi riassumono, come un modellino perfetto, tutte le qualit del poeta Arrigo Boito: gusto della parola rara, immagine audace, abilit nell'arrotolare il verso a ciambella.
La mistica penombra dello studio richiamava opportunamente il laboratorio del dottor Faust. L'oro delle rilegature brillava nelle scansie della libreria. La conversazione variava sul tema musica, e poich si venne a parlare del Falstaff, Boito lod l'abilit con la quale il "Vecchio" riusc a piegare la sua musica alle finezze letterarie del libretto. Ricordi not che Boito aveva la destra fasciata, e Boito disse che un grosso quaderno del Clavicembalo ben temperato, caduto poco prima dal leggio del pianoforte, lo aveva ferito alla mano. Boito in quel tempo scriveva il Nerone e s'ispirava alla musica di Bach, siccome per il Mefistofele si era ispirato a quella di Beethoven. Se certi particolari della vita di Boito non fossero testimoniati dai suoi biografi, a nessuno verrebbe in mente di prenderli per veri. Boito non  la sola vittima dei libri: voglio dire del peso specifico dei libri. Quando Petrarca stava alla Certosa di Garegnano, e attendeva ai dialoghi De remediis utriusque fortunae, in cui la Ragione, il Gaudio, la Speranza, il Timore e il Dolore ragionano della buona e della cattiva fortuna, mostrando a prova le gioie, i piaceri, gli affanni e le pene del vivere, un giorno, mentre egli stava copiando le epistole di Cicerone da un grosso palinsesto legato in legno, la pesante mole gli cadde sulla gamba sinistra cagionandovi una piaga, che ammalign e per poco non rese necessaria l'amputazione dell'arto. Come pensare un Petrarca unigambo e saltellante sulle grucce, lui la cui poesia  un perpetuo camminare per paesi mutevoli e sotto mutevoli cieli?
Diversamente dalla Ragione, dal Gaudio, dalla Speranza, dal Timore e dal Dolore che fra loro trovano tante cose da dirsi, la conversazione fra Boito e Ricordi cominci a languire. Ricordi si alz per togliere commiato. Era nell'aria un ineffabile grumo, un che di insoluto, si sentiva che lo scopo della visita non era stato raggiunto. Boito cap che si aspettava da lui un detto memorabile, mi pos la mano valida sulla spalla, mi fiss profondamente negli occhi, e disse: "Ricordati, giovanotto, che bisogna connettere quello che  sconnesso". Trent'anni sono passati da quel giorno, e ancora ho da capire il significato di quella frase. Ma forse  il proprio dei detti memorabili di non avere significato.
"Ba ba...". Insomma, chi ? Da quale bocca esce, da quali polmoni sale questa respirazione?... "Ba ba... ba ba... ba ba".
Renato Simoni, grande e carissimo amico, nega che nel Boito del 1908 rimanesse la bench minima traccia dell'ostilit che Boito aveva avuto per Verdi, prima della loro amicizia e della loro collaborazione; e come a documentare la sua affermazione, mi narra questo piccolo aneddoto. Boito un giorno aveva trovato non so quale ingegnosa soluzione armonica, e la indic a Verdi come un esempio da seguire; ma subito si accorse che in cos fare aveva l'aria di dare una lezione di armonia al Maestro, e sent tale vergogna del suo atto irrispettoso, che ancora molti anni dopo, il ricordo di quell'atto lo empiva di confusione e pentimento.
"Ba ba... ba ba... ba ba".
Una ciliegia tira l'altra, e Renato Simoni mi narra di seguito un altro piccolo aneddoto su Boito, che per non riguarda il musico, s il patriota e il garibaldino. Boito, cui i pipistrelli incutevano una invincibile ripugnanza, fu messo di sentinella una notte presso Desenzano, in luogo battutissimo dai degeneri discendenti del pterodactylus macronyx e del pterodactylus crassirostris; e con tale animo egli dur tutta la notte al suo posto, sotto i voli angolosi di quei mammiferi volanti, sfiorato dalle membrane viscide delle loro ali, che la mattina, passata la consegna, era del tutto guarito della sua nitterofobia, o, come si direbbe oggi, della sua anafilassi vespertiliale.
"Comunque, Boito era un poeta ridicolo, un musicista pompiere... ba ba... e insensato...".
Mentirei se dicessi che reprimere l'esclamazione che mi era balzata alle labbra non mi cost fatica, e simulare un tono tranquillo.
"Ti avevo riconosciuto - dir meglio: ti avevo sentito fin dal primo momento che udii il tuo "ba ba... ba ba". Solo non sapevo spiegarmi questo ripetuto monosillabo labiale che mi andavi soffiando dietro. Come stai, Andrea?".
"Gi che la pigli su questo tono, ti dir che sto bene, per quanto... ba ba... un morto possa star bene. Quanto a questo monosillabo labiale, come tu dici,  la respirazione di noi morti... ba ba... di noi morti immaturi".
Mi sembrava di aver tante cose da dire a Caterino, quando nella citt inesplicabilmente buia e morta io andavo percorrendo il "nostro itinerario" nella speranza di rendermi pi vivo il ricordo di lui e meglio formato; e ora che ho ritrovato Caterino (la mia Remington portatile ha scritto "ritorvato", e questo improvviso derivato di "torvo" mi sembra meno casuale di quanto un animo ingenuo e realistico potrebbe pensare) e in modo quale non avrei osato sperare dopo quella prima frase dispettosa, forzata e falsa, non trovo pi nulla da dirgli. E come se tra lui e me i rapporti siano non prima incominciati che finiti, mi restringo in me e per analogia mi sforzo di ricordare esattamente un paragone che Pascoli fa nella prefazione dei Poemi conviviali, ed esprime per mezzo di quella scrittura imitata dalle figure profilate dei vasi greci, che i letterati della generazione (e del genere) di Pascoli credevano il passo lento e grave della poesia, mentre non era invece se non un modo stirato ed estetizzante di nascondere la povert della loro fantasia. Come dice esattamente Pascoli?...
"Chi ha sete crede che un'anfora non lo disseterebbe, e invece...". Non riesco a ricordare le parole esatte, ma il significato  questo: l'uomo che ha sete crede che un'anfora non lo disseterebbe, e una coppa invece basta a dissetarlo. Questa immagine di Pascoli si aff perfettamente alla mia situazione con Caterino; ma che strana idea parlare di anfore e di coppe, quando noi usiamo bottiglie e bicchieri, e coppe sono soltanto quelle dello sciampagna?
Passa una lunga pausa, prima che io riesca a ritrovare qualche cosa da dire a Caterino.
"Ti credevo a Firenze. Come hai fatto a venire a Milano?".
"In treno," mi risponde Caterino "sono venuto... ba ba... in treno. Questa poca consistenza che ancora rimane a noi che siamo morti male, ci consente... ba ba... ci consente di muoverci nello spazio; molto lentamente per... ba ba... Non ti dico la fatica che mi cost, il tempo che mi ci volle per andare da Porta Romana a Santa Maria Novella... ba ba... E arrivato a Santa Maria Novella, non trovo pi la stazione".
Bast questa ultima frase di Caterino a rompere la repugnanza metafisica che legittimamente mi nauseava, perch ritrovavo fantasma un amico che da vivo mi era stato carissimo. A questa frase ritrovai il Caterino ironico, il Caterino con il quale per giornate intere, e con l'ardore degl'indiani che danzano una danza di guerra, con la sadica volutt degli scuoiatori di cadaveri, ci divertivamo a denudare il bouvardpecuscismo dei nostri contemporanei. Avevo capito benissimo che cosa Caterino voleva intendere, dicendomi che arrivato in Piazza Santa Maria Novella non aveva trovato la stazione; ma volevo che Caterino me lo confermasse, e del resto la mia domanda aveva soprattutto lo scopo di farlo parlare.
"Come sarebbe, non trovasti la stazione?".
"Guardo a destra, guardo... ba ba... guardo a sinistra, ma non vedo la stazione".
Ritrovo la nostra antica facilit, io e Caterino, di andare d'accordo. Questo arrivare in Piazza Santa Maria Novella, egli che ricordava la vecchia stazione di Firenze, e non trovare la stazione nuova, era capitato anche a me alcuni anni prima: "Sta' attento," mi aveva detto l'amico che sedeva accanto a me al volante "ora svolteremo l'angolo di via Cerretani, e vedrai la nuova stazione". Ma quando svoltammo l'angolo e io girai lo sguardo ansioso per la piazza irregolare sulla quale vigila il campanile di Santa Maria Novella, della nuova stazione non mi apparve traccia.
Scoprire la nuova stazione di Firenze nella piazza in mezzo alla quale essa leva le sue membra ancora infanti ma grige e come incenerite,  altrettanto difficile quanto scoprire il lucore di una stella in mezzo l'ardente fulgore di un meriggio estivo. A imitazione del camaleonte la cui arma di difesa  l'invisibilit, la nuova stazione di Firenze possiede la facolt di "confondersi" con l'ambiente.
Apollinaire narra in una sua novella i terrori di un amante adultero e perseguitato, che quante volte sta per essere raggiunto dal marito otellizzato e armato di tremende pistole a rotazione, si scioglie dalla paura e sparisce dentro il muro. La nuova stazione di Firenze sarebbe forse un esempio singolarissimo di pusillanimit edilizia? Nonch il suo colore che  il grigio, cio a dire l'unione di due non-colori, ma la forma stessa della nuova stazione conferma questa volont di amorfismo assoluto, di perfetta anonimia.
Quando dietro le indicazioni dell'amico ebbi scoperto finalmente il muraglione cieco che costituisce la facciata della nuova stazione, lo scambiai a tutta prima per un riparo provvisorio, destinato a nascondere l'edificio in costruzione. Ma mi dovetti ricredere: era l'edificio stesso.
Non so se l'"invisibilit" rientrasse nelle intenzioni dei sei autori della nuova stazione di Firenze, ma sta di fatto che intenzionalmente o no l'invisibilit  stata raggiunta in maniera perfetta. Pi di qualunque batteria o nave mimetizzata, questo edificio massiccio e assieme labilissimo  un modello di difesa passiva.
La nuova stazione di Firenze c' ma non si vede.
Sbaglierebbe chi interpretasse queste mie parole altrimenti che come una lode. Ho sempre pensato che siccome l'ornamento pi bello delle fanciulle  il pudore, il pi bell'ornamento degli edifici utilitari  la discrezione. Ora la nuova stazione di Firenze  non solo discreta ma invisibile. Che si vuole di pi?
Sulla "discrezione" degli edifici utilitari, non dovrebbero essere consentiti dubbi. Ma poich alle soluzioni parziali sono da preferire le soluzioni radicali, io propendo senz'altro per l'"invisibilit".
Per una stazione ferroviaria, la posizione sopraterrestre costituisce gi un eccesso di vanit, un lusso. Il destino "sotterraneo" delle future stazioni ferroviarie,  proclamato dalla voce stessa della ragione. Io stupisco anzi che in una stazione ferroviaria edificata oggi, non siano state prese in considerazione anche le esigenze di domani. Sarebbe stato pi saggio ed elegante. E chi assicura d'altra parte che la stazione "sopraterrestre", risponde pienamente alle esigenze di oggi?
L'Italia e le sue citt sono in pieno sviluppo. Nulla deve ostacolare, ritardare, arrestare tanto meno il loro sviluppo. Tutto quanto ostacola o ritarda il travaglio della formazione in atto, va denunciato tempestivamente, eliminato senza piet.
Criterio necessario in Italia, pi che in nessun altro paese. Perch grava sulla nostra terra una tradizione antichissima, prepotente. Perch la tradizione spesse volte  nutrice, ma talvolta  vampiro. Perch tra i contributi che offre la tradizione molti sono positivi, ma taluni negativi. Perch la vita culturale dell'Italia fu passiva per alcun tempo, e tributaria delle forme culturali altrui.
In periodo di formazione di una nuova civilt, l'intelligenza circoscritta dentro le cose immediate (saggezza, prudenza, logica del presente) deve cedere il passo a una intelligenza pi "lunga" e che si proietta nel futuro: per rendere pi fluido il cammino, per lubrificare l'azione, per togliere alla "trasformazione" quel carattere inquietante che essa ha, e che tanto spaventa l'uomo di vista comune.
Alcune felici "soluzioni" ho notato nella nuova stazione di Firenze, come la soppressione della grande tettoia, vanto della sorella maggiore di Milano. Ma perch questo dislivello ancora tra marciapiede e ingresso delle vetture? Anche gli sciatici sono costretti qualche volta a montare in treno.
La mole della stazione ferroviaria costituisce gi di per s sola un "calcolo" in mezzo alla trama del tessuto cittadino: la stazione ferroviaria con i fasci di binari che si dipartono da essa,  una malattia urbana: l'ostacolo pi grave al naturale sviluppo di una citt.
Dio sa se io sono nemico degli sciagurati progressisti che vogliono vivere una vita Novecento; ma la parte meccanica della vita diversamente da quella morale o intellettuale o poetica, ha bisogno di essere aggiornata di continuo, vuol essere tenuta in istato di perpetua "novit"; perch manca a costei qualunque elemento non solo memorabile ma conservabile, e non appena  passato il suo brevissimo momento, essa si corrompe e putref anche pi presto del pesce morto o dei semi di popone.
L'obiezione principale che si oppone alla stazione sotterranea,  la spesa. Ma  meno costosa forse una stazione edificata oggi, e domani trasformata o, peggio, sostituita per obbedire alle sempre nuove esigenze dei tempi? Sotterranea, la stazione consentirebbe ai treni di arrivare fino nel cuore della citt: sopraterrestre, la stazione  condannata a sempre pi allontanarsi dal centro. E i viaggiatori pure.
Sui vantaggi bellici della stazione sotterranea,  inutile spendere parole.
Invitato a dare la mia opinione dal giornale della Federazione Fascista di Firenze, al tempo della grande polemica sulla nuova stazione, diedi voto favorevole al progetto attuato di poi, ma aggiunsi che meglio ancora sarebbe stata una stazione sotterranea.
Nel guardare questo edificio cos silenzioso e pudico, ripensavo le grandi lotte fra razionalisti e colonnisti, e una volta ancora la testimonianza mi si porse della vanit delle polemiche. Prima di lanciarsi in verbose mischie, bene sarebbe ricordarsi che la legge dell'adattamento non  dei soli animali, ma pure degl'inanimati. A che preoccuparsi se il razionalismo non lega a priori con le sciccherie di Leon Battista Alberti? Il cane finisce per somigliare al padrone, la moglie al marito, e convivenza crea tra edificio ed edificio una somiglianza come tra fratelli. Maturata quest'aria di famiglia, sar difficile sopprimere l'edificio razionale senza nuocere assieme alla gentilissima chiesa, diminuire il suo valore, spegnere un po' della sua luce. Sembra incredibile, ma dopo tanti mai anni che non possiamo pi figurarci la "faccia" di Parigi senza l'aggiunta della torre Eiffel, ci sono ancora alcuni irriducibili che da quella faccia vorrebbero cancellare l'onta del "candeliere". Isolare un edificio dalle cattive compagnie, sembrerebbe suprema legge della pulizia architettonica; ma una strana "balistica" dell'architettura fa s che il valore di un edificio prezioso aumenta, nella vicinanza di edifici senza pregio. Il gioco in altro modo si ripete fra toni caldi e toni freddi. Penso all'Ara Coeli, al Tempio di Vesta che, sfoltiti entrambi e isolati ciascuno nella propria bellezza, si sono contratti non si sa se per freddo o per pudore. Quando ero ragazzo sorgeva alla sinistra dello Stadio di Atene una rotonda in ispecie di gasometro, entro la quale era allogato il panorama dell'assedio di Parigi, dipinto in collaborazione da Dtaille e Neuville. Uomini di buon gusto e uomini di buon senso non la finivano di sbraitare contro quella "turpitudine". Tornato in Atene nel 1917, lo Stadio visto era sfavorevolmente mutato in confronto allo Stadio ricordato: la "turpitudine" non c'era pi. Quanto valore una verruca pu conferire a un volto umano, si pu misurare da alcuni ritratti di Holbein. L'eliminazione di verruche e rughe non  cmpito dei buoni architettori, s degli artisti da Istituti di Bellezza. Valga per tutti l'esempio del monumento a Carducci, in Bologna.
Beneficio supremo della stazione sotterranea: assenza di qualunque preoccupazione estetica, o ricerca di stile, o "volont di bellezza". Quell'architettura che da s si qualifica "funzionale", deve contentarsi della funzione e rinunciare a qualunque essenza o fine d'arte. L'arte  una cosa molto diversa:  l'espressione di quel che di angelico o di demonico vive misteriosamente in alcuni uomini: pochissimi. L'architettura pu essere, s, o angelica o demonica. Ma non quella di cui sopra. La quale  neutra.
Del resto angeli o demoni che presenziassero alla partenza e all'arrivo dei treni...
Il passo di Caterino "fantasma"  esasperantemente lento. Nel tempo che io riepilogavo le mie considerazioni sulla stazione di Firenze, appena i pochi metri abbiamo percorso che separano l'imbocco di via Carlo Porta dal n. 7 di via Principe Umberto. Il quale  un palazzo nel senso antico della parola, non nell'or generalizzato senso di abitazione collettiva. (Il palazzo, pensare, l'abitazione eccellentemente individuale, nella sua pi alta dignit!). Il portone  chiuso, ma io so che dietro il portone c' una cancellata doppia (che a quest'ora sar aperta, perch i "portinai" chiudono alle 22 il portone e aprono la cancellata interna: segno che cessa il controllo su coloro che entrano o escono dal palazzo) e dietro la doppia cancellata uno dei cortili pi sontuosamente giardinati, pi maestosamente alberati di Milano. Anche Caterino lo sa, e poich vedo che egli si ferma davanti al portone chiuso come per fargli una confidenza, capisco che egli pensa al bel giardino protetto dai suoi alberi, che noi ci fermavamo ad ammirare attraverso l'arco del portone, ogni volta che passavamo assieme davanti al n. 7 di via Principe Umberto. Le maggiori sorprese le danno gli alberi, le statue, il mare.
"Io potrei fare ci che tu non puoi fare" dice Caterino con una specie di rapidit precipitosa, a fine probabilmente di evitare l'interruzione dell'ossessionante "ba ba". E dev'essere ben tormentoso invero questo parlare interrotto come da un cronico singhiozzo. Ricordate? Alla Grande Guerra segu la Spagnola, e alla Spagnola una epidemia di singhiozzi che facevano sussultare il malato per giornate intere, per settimane, per mesi, quasi il sedile sul quale egli stava seduto fosse percorso a periodi regolari da scariche elettriche. Dopo la guerra si fanno avanti le strane malattie, le quali, mentre gli uomini combattono, aspettano il momento di entrare in scena, simili a ipertragiche attrici dietro le quinte, superdusi vestite di patetici stracci, le occhiaie cave e piene d'ombra, serpenti morti che pendono dal capo a guisa di capelli, il ghigno largo da orecchio a orecchio della loro dentatura scoperta (orecchie che del resto mancano) e avvolte, come da un'aura di poesia, dal vapore pestifero del loro fiato.
"Ossia?".
"Potrei passare o sotto il portone, o attraverso il buco della serratura, e rivedere il nostro... ba ba (questa volta Caterino non riesce a evitare il monosillabo respiratorio, e ho l'impressione che ne sia rimasto male) il nostro bel giardino".
Ritrovare il tono ironico e volutamente assurdo di Caterino, ora che questo tono non  fisicamente giustificato dall'espressione del viso, dal furbo ammiccare degli occhi, dai gesti delle mani, da quella inclinazione in avanti del corpo che faceva somigliare Caterino a un antropoide basso di sedere e con le lunghe braccia da quadrumane, ma biondo, con la scriminatura nel mezzo e vestito da Prandoni; ritrovare il tono ironico e assurdo di Caterino, ora che la sua personalit fisica  ridotta a una membrana molto sottile e trasparente, a un leggerissimo pallone gonfiato, mi d come un'inquietante ripugnanza. Quale conforto, quale "prova d'amore" il corpo!
"E come faresti?".
"Approfitterei della mia condizione di pallone gonfiato" risponde Caterino.
L'inaspettato, il minaccioso di questa risposta m'agghiacciano. Caterino legge dunque nel mio pensiero? Vede dentro la mia testa il cervello che lavora a comporre le idee? Il rifugio del mio corpo mi viene dunque a mancare? Sono trasparente per lui? La rivelazione di questa straordinaria facolt di Caterino mi riempie di ribrezzo. Vorrei fuggire, approfittare dell'estrema lentezza del fantasma, e fuggire.
Caterino continua:
"Ma mi costerebbe molta fatica e ti farei aspettare troppo. Ora io sono gonfiato a pieno.  per questo che mi tocca... ba ba... che mi tocca respirare cos forte, per serbare la pienezza. Mi sono gonfiato per acquistare la massima possibilit di movimenti e potermi pi facilmente... ba ba... pi facilmente accompagnare con te.  la solidit del volume che ci consente di muoverci nello spazio. Vivi, noi crediamo che il corpo  un ostacolo, un impaccio, un peso che vieta la piena libert dello spirito. Errore!  soltanto perch hanno un corpo, che gli uomini possono muoversi liberamente, volare. Quando il corpo viene a mancare, lo spirito o l'anima come si dice, perdono ogni possibilit di movimento. L'anima  l'immobile,  il pesante. E se noi morti non del tutto morti possiamo ancora muoverci un poco,  per la merc di questo poco di corpo che ancora ci rimane. Ma dobbiamo contentarci, come vedi, di questo involucro trasparente, di questa membrana che ci resta... ba ba... che ci resta del corpo che vestimmo in vita".
Guardavo Caterino mentre parlava, e nella notte nerissima egli mi appariva in sembianza di un impermeabile di cellofan gonfio d'aria, e leggermente spalmato di fosforo.
"Del resto," continu Caterino "tu devi essere assai esperto della natura dei fantasmi, che scrivesti Vita dei fantasmi quando abitavi nel mio celibiere (suggerisco questa parola come traduzione di garonnire, a te che nella vita potrai farne elegante uso) di via Ariosto, ed esponesti l'essenza e le possibilit di noi fantasmi con una chiarezza che, non dico m'invogliasse allora a diventare io stesso fantasma (in quel tempo non ci pensavo affatto) ma mi aiut a trovare, quando nel 1923 passai allo stato di fantasma, una situazione che in parte mi era gi nota. In una postilla di quello scritto, ricordavi la risposta di Cesare a sua moglie Calpurnia, la quale, ispirata da un mortale presentimento, voleva impedire a suo marito di andare al Senato il giorno della congiura. "Soltanto i plebei" rispose Cesare "muoiono pi volte: un patrizio muore una volta sola". Intendendo dire che l'uomo virtuoso si annulla di colpo, mentre l'uomo ingrommato d'impurit stenta a riuscire quell'annullamento totale che  la soluzione della vita. Profonda verit - credi a me che me ne intendo - usc quel giorno dalla mente di Cesare, o meglio da quella di Shakespeare che glie la mise in bocca. Distinzioni altrettanto radicali fra patrizi e plebei oggi non si fanno pi, ma la profonda parola di Cesare rimane, e si pu riferire a coloro che muoiono male e a colui che muore bene...".
"Ba ba ba ba ba ba" soffi precipitosamente Caterino dopo questo lungo discorso, come uno che ha trattenuto lungamente il fiato e infine lo d fuori con impeto e in gran volume, oppure  rimasto molto tempo sott'acqua.
"Io," riprese a dire Caterino "io purtroppo sono un morto male, un fantasma, un'anima che ha ancora qualche possibilit di muoversi, per via di questo poco di corpo che ancora mi rimane. Ti faccio dono di questa definizione del fantasma: "anima che serba una certa quale possibilit di spostarsi nello spazio, in virt di un minimo di corpo che ancora le rimane", per una nuova postilla a una eventuale ristampa della tua Vita dei fantasmi".
"Ba ba ba ba ba ba" cacci fuori un'altra volta Caterino, dopo di che riprese:
"Ora io, per andare di l e mirare il bel giardino, senza contare ch' buio e non ci si vede un accidente, dovrei svuotarmi di tutta l'aria che con tanta fatica ho raccolto per venirti dietro, e ridurre questa membrana che  il mio corpo a tale appiattamento, da consentirle il passaggio sotto il portone. E quanto ci metterei a passare? Tre giorni forse. Meno volume fa la membrana che io sono, meno possibilit io ho di muovermi. Sgonfio del tutto, sono del tutto immobile. Del resto a che pro passare?".
Questa spiegazione di Caterino mi sorprende e assieme mi d luce. Non c'era ironia dunque nella sua frase, che egli solo poteva passare sotto il portone e io no, ma soltanto l'enunciazione di un fatto fisico, come se a un bimbo di cinque anni io dicessi che un peso di cinquanta chili io lo posso sollevare e lui no.  una riprova questa che l'ironia, l'assurdit pensata, la meditata deformazione della realt, lo studiato ingigantimento o sminuimento delle proporzioni naturali, sono giochi consentiti solo a chi  in perfette condizioni di salute e di forza, e dispone di una vitalit veramente straordinaria.  per questo che l'ironia destramente applicata, questo vivere innalzato a forma d'arte, incute tanta paura quanto i colpi di un ju jits praticato da invisibili mani.
"A che pro?" continu Caterino. "Questi giardini interni delle case milanesi, sono dei piccoli paradisi terrestri che ogni famiglia si costruiva per suo uso personale; e la cura con che le famiglie milanesi ponevano queste piccole selve, questi minuscoli paradisi nel recinto delle loro case dimostra quanto forte era l'individuale nella grande civilt lombarda; e l'indifferenza per converso con cui questi piccoli paradisi privati oggi sono distrutti e rasi al suolo, dimostra come l'individuale ha ceduto al collettivo".
"E tu," domandai a Caterino " per nostalgia dell'individuale che ti avviavi alla tua casa di via Ariosto?".
"S" rispose Caterino; e indi a poco aggiunse; "E tu perch seguivi la mia stessa direzione?".
"Per ritrovare meglio il tuo ricordo".
Se questa mia confessione diede qualche commozione a Caterino, io non lo so. Nulla manifest quel leggerissimo pallone. Ma i fantasmi forse, siccome perdono la facolt d'ironia e ogni gioco di vitalit superiore, cos i loro sentimenti si abbassano a una condizione frusta.
Dimostrata l'inutilit di passare sotto il portone del n. 7 per mirare il bel giardino, facciamo ancora pochi passi. Entro in un nodo di ricordi. Metto il piede in un nido di vipere. Benigna, la natura ci ha dato la possibilit di dimenticare; ma perch non averci tolto piuttosto la facolt di ricordare? Quando io sento parlare di ricordi lieti, non capisco veramente di che si parli. Il portone segnato col n. 3 in via Principe Umberto, mi riporta indietro di trentaquattro anni. Nel 1907 io abitavo al terzo piano di questa casa, che ha un lato finto, sul quale finestre e terrazzini sono dipinti a trompe-l'il. I primi gradini della scala erano perpetuamente incipriati di farina, e secondo le ore saliva alla mia camera, dal forno del prestin situato a pianterreno, sia l'odore agretto del lievito, sia il fiato caldo del pane appena sfornato - quell'odore "sano" e "onesto" del pane caldo che si associa all'odore delle lenzuola di bucato, e mette "i" Pascoli in vena di poetare. La musica cosmica che si aggrovigliava nella mia testa, trovava un ben misero sfogo, un'attuazione molto ridotta sulla tastiera del minuscolo armonium che mi ero portato in camera. La mia padrona di casa si chiamava Barbieri ed era nobile, come testimoniava lo stemma dei Barbieri dipinto e incorniciato sopra il divano del salottino, con la corona a cinque palle e i tre barbi d'oro in campo azzurro. "Barbieri" mi spieg la mia padrona di casa "viene da barbio: barbus fluviatilis". La figlia dei nobili Barbieri era bionda e occhiglauca, e la musica cosmica che io cercavo di comprimere sulla tastierina del mio armonium, i gridi di Prometeo incatenato che mi martellavano il cervello e che io, per mezzo di quello strumento a polmoni asmatici e debolissimi, cercavo di propagare come un appello nelle altre camere della casa, erano interamente dedicati a lei. Perch parlare? Perch aprirsi? Perch avermi svelato quel giorno che anche per lei la musica era il suo ideale? A conferma di questo dire, l'incauta fanciulla apr la bocca (quella bocca che al solo pensiero di poterla un giorno baciare, il mio animo si annegrava dell'idea del male) e con una voce impudica, ignara della sua vergogna, butt fuori le prime note della Mattinata di Ruggero Leoncavallo.
Il lato dipinto di casa Barbieri dava sul giardino di un piccolo caff di cui non ho mai saputo il vero nome, ma che tra noi chiamavamo Cavourino. Questo ricordo mi porta tredici anni avanti.  il 1920. Se chiudo gli occhi e continuo quest'altalena di ricordi, la testa mi gira e sento la nausea salirmi in gola. Ho finalmente capito l'effetto che fanno i ricordi: danno il mal di mare e la memoria  un mare corso da lunghe onde insidiose: un mare morto. "Cavourino" da Cavour, perch il piccolo caff guardava Piazza Cavour, l'albergo Cavour e la statua dello statista piemontese scolpita da Tabacchi, che dal giardinetto del Cavourino appariva nel suo pieno splendore esibizionista. Le novanta notti di quell'estate impura e turbata da scioperi, battaglie stradali e sinistri cortei, io le passai in gran parte nel giardinetto del Cavourino in compagnia di Massimo B., di Cesare G. e di Giuseppe T.R. Si parlava di letteratura. E di che altro avremmo parlato? Si parlava di letteratura fino alle dieci e mezzo, fino a quando usciva dall'albergo Cavour Guido da Verona, e si conduceva al Cavourino con passo arcuato e lungo da grande carnivoro. L'ampia giacca sportiva a martingala del romanziere, la sua cravatta a bandiera americana, i suoi calzoni di flanella bianca, le sue scarpe egualmente bianche e molleggianti sui salvatacchi di gomma, accompagnavano una dama slava che si reggeva sul petto, uno per parte, due pechinesi; e quei due musi camusi siffattamente collocati davano idea che l'amica dell'autore del Libro del mio sogno errante si reggesse le mamme fuori dell'abito, due strane mamme brune e pelose, e fornite ciascuna non di un unico occhio, ma di due occhi lucidi e neri. Vedendo Guido da Verona avvicinarsi al nostro tavolino, coprivamo in fretta i nostri discorsi letterari, come quattro cospiratori all'avvicinarsi di uno sbirro. Noblesse oblige. Non si parla dei segreti del tempio in presenza di un non iniziato.
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IRROMENTABILE.
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Debbo vincere una volta ancora la nausea che mi d l'altalena dei ricordi, e tornare indietro di tredici anni. Siamo nel 1907 e io mi trovo novamente nella casa della nobile Barbieri. Dalla finestra della mia camera guardo una finestra aperta all'ultimo piano della casa di fronte, dalla quale s'involano acrobatici suoni di violino. E quando i suoni cessano, appare alla finestra un giovane alto e biondo, che si ferma a guardare il cielo, quale un Orfeo moderno che tra sonata e sonata viene a trarre ispirazione dalle nuvole che passano e dal volo degli uccelli. Capelli dorati gli fumigano a sommo il cranio, egli serra il violino sotto il braccio sinistro e nella destra regge l'archetto. Le gambe lunghe compongono dietro la balaustra a ringhiera una V capovolta. Porta una camicia leggera e libera al collo. La nobile Barbieri mi dice il nome del giovane alla finestra: si chiama Pick Mangiagalli. Ella sa che anch'io sono musicista, e, per entrare nel mio mondo, mi confessa la sua irresistibile vocazione musicale che l'avrebbe certamente portata alla scena lirica, se i suoi genitori, obnubilati da pregiudizi di casta, non le avessero vietato di studiare il canto. Ma oggi ancora, che gli anni, ahim! hanno posto un divieto anche pi radicale a quella sua aspirazione, ci sono alcune arie che le rimescolano il sangue, le mettono addosso una febbre... "Quale, per esempio, signora Barbieri?". La nobile Barbieri cerca con gli occhi intorno, porge ascolto a voci interiori: "Quella... un musicista come voi la conosce certamente". E la nobile Barbieri accenna a mezza voce: "Amor ti vieta di non amar...". Non commento il valore di questa melodia, ma faccio notare alla nobile Barbieri che versi altrettanto involuti si trovano in gran copia nella poesia italiana, come "Amor, ch'a nullo amato amar perdona". Intanto la finestra dell'Orfeo moderno si  chiusa, e io, costretto a vincere un'altra volta la nausea dell'altalena ricordiera, cui si aggiunge questa volta anche la nausea di un esercizio acrobatico, mi calo a imitazione dei fratelli Marx nella scena del Trovatore del film Una serata all'Opera, ma sul filo della memoria io, da quella finestra dell'ultimo piano al primo piano della medesima casa. Mi fermo su un terrazzino, e poich la vetrata  aperta sul tepido pomeriggio di prima estate, entro in un salottino in tempo per udire la signora Delia Notari rimproverare a Marinetti l'uso del verbo "scocciare". Mentre io mi calavo come un Tarzan sulla liana dalla finestra dell'ultimo piano al terrazzino di Umberto Notari, tredici anni sono passati di colpo e siamo ritornati al 1920. Ettore Romagnoli sta parlando con Massimo Notari, poi si rivolge a me e mi narra un particolare citato da Pindaro in riguardo alla Medusa. Ogni mille anni la Medusa si libera della sua natura di mostro, ritrova per una notte quella di fanciulla bellissima e canta un canto di una tristezza infinita, di un infinito ricordo. Le parole di Romagnoli ridestano nella mia mente una singolare anticipazione. Il passo di Pindaro io non lo conoscevo nel 1912, quando scrivevo la musica del mio balletto Perseo su azione coreografica di Michele Fokin, e agli urli terrifici della Medusa facevo seguire un canto lunare e nostalgico a significare il dolente ricordo nel mostro del suo stato primitivo. Ma... il desiderio che hanno i mostri di ritrovare la purezza primitiva,  forse un nostro desiderio istintivo, un desiderio comune a tutti noi, un desiderio oscuro e nascosto ma latente in ogni uomo, di ritrovare, noi mostri giacenti sulla terra, una nostra originaria natura angelica, e che un poco si sveglia in taluni di noi di pi chiara coscienza; e per... quel medesimo "istinto" avr ispirato a me il canto nostalgico dell'anguicrinata, che ispir a Roberto Stevenson la doppia natura del dottor Jekyll. Di notte, nel gran silenzio di l dal mondo, sia che io mi trovi in campagna libero sotto la volta del firmamento, sia che mi trovi in citt nel canale di pietra di una via deserta fra case dalle persiane chiuse dietro le quali sudano nel sonno i dormienti e gemono come bambini malati; sia che mi trovi nel mio studio con l'universo mio sul foglio di carta e l'infinito desolato dietro le mie spalle e la voce di un uomo o di una donna o di un cane mi arrivi di passaggio da fuori come voci che entrano nel sogno, sia che mi trovi a letto come chiuso in una barchetta galleggiante sullo sconfinato oceano del nulla, sempre io mi sto con l'orecchio teso, nell'attesa del canto di Medusa riumanizzata.
Mentre Romagnoli mi parlava del millenario canto di Medusa, Notari e Carr giocavano a poca distanza da noi a biliardo, e dopo ogni colpo si vituperavano a vicenda come eroi omerici. Il combattimento fra Ettore e Achille si riaccende una volta ancora. Come facilmente si riaccende questo illustre certame, e quale edificante prova esso  del misterioso eroismo, della pietosa miseria dell'uomo!
Ettore si arma di tutto punto, si trasforma lui uomo di carne in uomo di bronzo, e spandendo intorno a s un fragore da batteria di cucina in marcia, esce dalle Porte Scee per affrontare Achille, il campione greco.
Per ritrovare il tipo omerico del combattente, bisogna traversare tutto il medio evo, le sue giostre sotto i boschi imperlati di rugiada, le sue marionette a testa di passero sui cavalli frangiati; poi tutte le battaglie in uniformi colorate tra gli squarci del fumo, e arrivare al gran meriggio del pugilismo americano.
Nei due combattimenti per il campionato del mondo tra Jack Dempsey e Gene Tunney, Dempsey per me era Achille e Tunney Ettore.
L'analogia  una forma di sicurt. Serve a convincerci che il terreno intorno  sodo ( abitabile,  abitato) e noi non rischiamo d'incamminarci nel vuoto. L'analogia  una forma di civismo, di socievolezza letteraria. Guai se ci mancasse intorno il tessuto delle analogie. Guai se No non fosse il biblico padrone dell'arca e assieme un nostro zio, un vecchio cane, la sgoma di una brocca; guai se Dante non fosse per noi anche il profilo dell'angolo dello scaffale che ci sta di fronte mentre scriviamo: l'idea e l'immagine No, l'idea e l'immagine Dante perderebbero i fili che le tengono sospese nella nostra memoria, nel nostro mondo personale, e alla lunga cadrebbero nell'oblio; oppure si essiccherebbero, diverrebbero foglie secche, fossili. Nel lavoro di composizione, quasi ogni immagine di persona o di cosa viene fuori accompagnata naturalmente da un "come": il tale  "come", la tale cosa  "come". Poi molti "come" la revisione li elimina per ragioni di nettezza, snellezza, eleganza di periodo; ma l'analogia rimane sotto la pelle della pagina.
L'analogia Dempsey-Achille e Tunney-Ettore sembra sbagliata, ma non lo . Nell'immagine metafisica, nell'incorruttibile quadro, nella verit immanente Dempsey  colui che vince sempre, e Tunney  lo stupidone, il buon ragazzo, il primo della classe che, per aver perduto di fronte a Dempsey, abbandona il pugilato e si d alle conferenze su Shakespeare. (Un pugile non si occupa di Shakespeare, se come pugile non  un fallito).
Oggi, per ragioni storiche, l'analogia Dempsey-Achille  sostituita per me dall'analogia Achille-Louis.
Il negrismo di Joe Louis non infirma l'analogia. C' del negro in Achille. Un Achille nero  facilmente immaginabile e gradevole all'occhio. Del resto c' una vasta tendenza da parte dell'atletica giovent di oggi a melanoachillizzarsi. Di uno che viene per la prima volta al mare, si sente dire dalle donne sdraiate sulla rena che " troppo bianco", che "non si possono vedere corpi cos bianchi", che "sembra un morto". Nella Grecia per parte sua c' l'Asia e c' l'Africa, nel suo romanticismo, nella sua propensione alle favole, nel suo amore al gioco, nella sua futilit (Atene: citt allegra e frivola) e non  altro "perch" alla sua facilit di corrompersi, di morire come civilt propria. Di tutti i popoli meridionali d'Europa, solo l'italiano  naturalmente, tenacemente, profondamente avverso all'asiatismo, all'africanismo. Quanto superficiali e di solo colore le poche influenze saracene, arabe, moresche! Ettore invece  troppo bianco (forse perch dorme in letto matrimoniale: il puro eroe, come il prete,  celibe). Egli pure  "come un morto" per il colore. Un predestinato.
Ettore  il pi forte dei Troiani.  il "tenitore" (cfr. Platone: Crtilo). Omero dice: "Solo (Ettore) ai Troiani difendeva la citt e le lunghe mura". Ma perch questo altissimo eroe combatte solo contro Achille? Per paura.
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NOTA: Del resto tutti gli eroi di Omero hanno paura. La paura  la molla segreta del coraggio. Diomede  sul punto di fuggire quando Ulisse lo richiama: "Figlio di Tideo, dimentichiamo il nostro valore? Su amico vieni qui, stai ben fermo accanto a me. Che vergogna per noi se il furibondo Ettore s'impossessasse delle nostre navi!". E Diomede si rassegna: "Ebbene rester, ma non avremo da stare allegri!". Perfino Ajace, l'intrepido Ajace ha paura. FINE NOTA.
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Quando Ettore vide Achille, quest'altra batteria di cucina in marcia, che gli moveva incontro in aspetto terribilissimo, un solo pensiero gli venne: scappare. E si volt per rientrare in citt. Ma i suoi compagni, amici, parenti lo avevano preceduto in questo pensiero e chiusero le porte, lasciandolo solo allo scoperto e in mezzo ai guai. Ettore allora cominci a correre per mettersi in salvo (o soltanto "per correre": nessuna ragione logica trovava ricetto in quel momento nella sua mente) e fece tre volte il giro della citt, rincorso dal "pi veloce". E se infine si determin a combattere,  perch non c'era nient'altro da fare. Anche Achille si sar trovato per parte sua nei medesimi sentimenti, solo che aveva scelto la parte dell'aggressore e si era impegnato nell'atteggiamento del coraggio. La terribilit di Achille che tanto impression Ettore, era probabilmente la maschera di coraggio che Achille si era imposta (un lottatore giapponese si radeva la testa a strisce per impressionare l'avversario) e che a Ettore sarebbe stato facile smascherare, se la sua mente in quel momento fosse stata meno opaca e capace di guardare di l dalla superficie. Tornando alle analogie, c' un'analogia precisa tra il combattimento di Ettore e Achille, e il combattimento di due pugili che, sonato il gong, scesi i secondi dal ring con gli asciugamani e le spugne, e rimasti soli tra le invalicabili corde bianche e soprattutto dentro l'invarcabile quadrato di luce (non per nulla il ring si chiama antonomasticamente "il quadro incantato") combattono per risolvere una situazione ben pi dura, ben pi imperiosa, ben pi implacabile del combattimento stesso. Gide nota nel suo diario che Pguy mor al fronte "per semplificare".
Combattimento di Ettore e Achille! Il movente dunque di questo pi illustre, di questo pi famoso dei combattimenti  una fifa prodigiosa. Ed  questa verit svelata,  questo "antiaspetto" che ha conservato fino a noi il combattimento di Ettore e Achille in condizioni di straordinaria freschezza, ha determinato la sua immortalit. Coraggio che non nasconde un minimo di fifa,  come bistecca senza sale. E questi "perch" tirati fuori alla luce del giorno, sono i balsami imbalsamatori. La verit lasciata nell'interno del corpo, va in putrefazione come le interiora e sgretola la mummia.
Passiamo ad altro esempio. Nel prim'atto dell'Otello di Shakespeare, Otello sbarca a Cipro alla chetichella, e agl'isolani che vogliono acclamarlo e proclamarlo eroe, risponde che le navi turche egli quasi non le ha vedute, tanto erano lontane e imbrogliate nella tempesta. Nell'Otello di Boito invece, Otello appare sullo spalto e attacca l'"esultate!" a voce spiegata, al che gli spettatori scattano in piedi e applaudono freneticamente. Ma basta il do di petto di un Tamagno, a impedire la corruzione che viene a una bella apparenza dalla verit lasciata a marcire in fondo al corpo?
Dir meglio: Omero avrebbe proclamato la verit del combattimento di Ettore e Achille, quella verit che mantiene questo combattimento in condizioni di perpetua freschezza, e ce lo ha tramandato vivo e palpitante; se anche lui fosse appartenuto a quel mondo cattolico che a noi da un lato d tanta forza, ma per altro pone tanti ostacoli a una nostra letteratura penetrante in profondit; una letteratura che scava e porta alla luce quello che ogni scrittore ha il dovere di portare alla luce, ossia ci che  nascosto e non si vede?
Ma una letteratura di questo genere, non  compatibile col segreto della confessione.
Notari in quel tempo dedicava parte della sua attivit alla musica. Per sua cura io detti un concerto di musica mia nella sala del Conservatorio, in seguito a che il critico musicale del "Corriere della sera" mi allog tra i "re del pianoforte". Nonch tristi sempre, i nostri ricordi sono cos spesso vergognosi, che tutto quanto abbiamo fatto, e bench mentre lo facevamo ce ne mancasse la coscienza, vien fatto di pensarlo macchiato delle macchie gialle della vergogna.
Udivo parlare in casa Notari del Giudizio di Salomone di Balilla Pratella, e pur sforzandomi di pensare il famoso giudizio trattato in musica futurista non riuscivo a farmene una immagine suadente, finch capii che si trattava del Giudizio di Salomone di Nicol Porpora di cui Pratella curava l'edizione per la collana di musiche di antichi maestri italiani edita da Notari.
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NOTA:  singolare che i nomi di molti musici richiamino piuttosto idee di colori e pittoriche: Porpora, Scarlatti, Rossini, Verdi; o addirittura paesaggi: Monteverdi, Cimarosa... FINE NOTA.
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I quaderni di essa collana portano una copertina punteggiata di colorini gaietti, e pur contenendo musiche molto gravi, sembra contengano girotondi e altre musiche infantili. Carr mi fece notare l'inclinazione degli uomini di forte complessione al minuto e al gentile, al che si contrappone la gigantomania degli scaccazibetti e il loro sforzo continuo di sollevarsi sui tacchi. Queste copertine puerili sono forse un omaggio alla purezza, alla castit di quelle musiche.  solo col melodramma romantico che la musica perde la sua innocenza, diventa donna. Poi...
 per merito di Notari che intorno a quel tempo io udii nella sala dell'istituto dei Ciechi, in via Vivaio, il Concerto delle stagioni eseguito da un'orchestra d'archi. Vivaldi  soprannominato "il prete rosso", e da questo soprannome era nata in me l'immagine di un prete gonfio sotto la tonaca di suoni ardenti ed esplosivi, una specie di pope Gapn lanciato come una macchina incendiaria nella molle e frivola Venezia del Settecento, la tonaca tirata sopra i ginocchi, una torcia nella destra e la bocca storta in un bercio di rivolta. Poi lessi che Vivaldi era chiamato "prete rosso", semplicemente perch rosso di pelo. Ma chi assicura che il vero Vivaldi  quello dell'Enciclopedia Treccani? La ferita inferta dalla "verit storica" mi si va cicatrizzando, e il Vivaldi ridotto e immiserito scompare precipitosamente nel rinascere dell'alto fantasma incendiario. Buttarsi di dosso idee, pensieri, immagini comuni. Che importa se le citt si capovolgono, le piramidi poggiano sulla punta e gli uomini mi guardano con due occhi piantati sulle chiappe? Purificarsi bisogna, e non serbare se non quello che possiamo garantire come nostra propria creazione. Non io sono nel mondo, ma il mondo  in me. E un giorno andarcene con tutto il carico delle cose nostre, come nave che esce dal porto greve la stiva di un universo smontato e imballato, e lasciando il vuoto dietro a noi e il vento della nostra dipartita.
La sala dei concerti dell'istituto dei Ciechi, ha il carattere del suo nome. La luce  poca e negletta. Come una candela accesa in fondo al corridoio, per colui che rincaser tardi nella notte. Questa poca luce  per noi, ascoltatori che veniamo di fuori. Ma anche poca, questa luce  un errore. La naturale luce di questa sala, la sua illuminazione a giorno, il suo pieno fulgore  il buio. Un buio intraversabile, ma pieno di raggi, di folgorazioni, di scoppi scintillari che vengono dall'udito: questo "altro" senso nobile. Io sto seduto in platea, assieme con gli altri ascoltatori veggenti, e da quaggi guardo nella galleria che corre alta la sala rettangolare, la testa e il busto dei ciechi che arrivano chi guidato, chi a tastoni, e, appena seduti, rimangono immobili, guardando in alto e aspettando che la musica scenda a irrorarli. La vergogna mi raggrinza l'animo. Essi guardano in alto forse per dispregio, per non "sentire" noi ammassati quaggi, intrusi che approfittiamo dei nostri occhi, e siamo venuti a mangiare nella stessa loro scodella la sublime pappa che appartiene soltanto a loro: padroni non soltanto della sala, ma anche della musica che a violini spiegati salpa di battuta in battuta dal palco. Come ascoltare musica nello spazio vitale di un cieco? Come consumargli quest'aria sonora? Che rimarrebbe ai ciechi se dopo la luce anche la musica si spegnesse? Cos io mi pensava mentre la musica del Prete Rosso camminava attraverso la primavera, l'estate, l'autunno, l'inverno; questa pi camminante delle musiche, pi podista, pi viatoria. Qui pure si ripete il gioco dei compensi, e il gran camminare che il Prete Rosso faceva in musica,  il compenso dell'immobilit cui lo costringevano le sue povere gambe malate.
Il concitato "ba ba... ba ba" che echeggia dietro a me, mi avverte che ho ceduto inconsapevolmente all'influsso della musica vivaldiana, e che troppo ho accelerato il passo sulle possibilit camminatorie del fantasma. Nulla  pi umiliante che destarsi da questi inconsapevoli cedimenti agl'influssi esteriori. Mi vedo in ispecie di colui che uscendo dal Rigoletto fischia col naso in aria "la donna  mobile", e mi vergogno di me stesso. Fra tante invenzioni inutili, bisognerebbe inventare una sveglia da portare nel taschino del panciotto, e che ci richiamasse ogni volta che perdiamo il controllo di noi stessi.
"Ti chiedo scusa, Caterino, mi ero distratto".
"Figurati!".
Siamo arrivati agli archi di Porta Nuova. L'imbocco della via Spiga richiama a Caterino l'anagramma Spiga Pace, scritto sulla casa segnata col n. 40.
Spica nomen pacis
Quisquis amat gratum
Pacis componete nomen
Hic ubi Spica
Viret nomina
Pacis habet.
Ancorch dissostanziato in fantasma, Caterino non si  liberato del gusto delle citazioni: questo provincialismo, questo voler mostrare che si  in confidenza con le cose celebri. Eppure egli stesso prendeva in giro Andromaco Pei, il quale, se aveva mangiato abbastanza e la signora Fanghiglia lo invitava a prendere un'altra scaloppina al marsala, egli si poneva una mano sul petto, non so se a prendere a testimone la propria coscienza o a indicare la raggiunta pienezza dello stomaco, e diceva: "Grazie, signora Fanghiglia, non bramo altr'esca".
Dieci numeri prima, una lapide ricorda che "in questa casa visse gli anni della puerizia e della giovinezza Cesare Correnti, qui al 17 marzo del 1848 dett il manifesto da cui ebbero inizio le cinque giornate".
"Sulle cinque giornate siamo tutti d'accordo?" io domando a Caterino.
"Tutti," risponde Caterino "anche i fantasmi. Per quell'al 17 marzo mi sa di settentrionalismo".
A destra si apre la via Annunziata, e in questa via, di fianco alla casa rossa del n. 7, che ha un cortile a cisterna a tre piani di archi e colonnette, tiene bottega quel famoso Bergamini, che con una mano vende carbone e con l'altra compra quadri moderni. Solo a Milano si trovano casi cos commoventi di amore per la pittura. Pi su, all'angolo delle vie Borgonuovo e Fatebenefratelli, c'era il Teobroma, austero come una sagristia, ospitale all'assassino, all'adultero, al reietto, fratello dell'antica farmacia di Brera, pesante e severo di alti armadi neri filettati d'oro, ove in un silenzio claustrale, su massicci tavolini di marmo scuro, era servito il teobroma, il cibo degli di, l'odoroso cacao. Pochi anni sono il Teobroma si  trasferito all'angolo di via Fatebenefratelli e Corso Porta Nuova, e degli augusti armadi pieni di stole, piviali, sanrocchetti, mitrie, pastorali, ciborii, due soli sopravvivono, confinati in una sala secondaria, come in certe famiglie si tiene nascosta in camere impenetrabili la vecchia nonna che si ostina a non morire, e non pi Teobroma si chiama ma Pasticceria la Mimosa.
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NOTA: Sono tornato a Milano nel maggio 1942, sono passato ieri per via Fatebenefratelli, e non vi ho pi trovato nemmeno la Pasticceria la Mimosa. Ora che la Pasticceria la Mimosa non  pi, arrischio questo appunto: quale mancanza di gusto, quale incomprensione del carattere profondo della pasta, associare l'idea della pasta e quella di un fiore! La Pasticceria la Mimosa la dirigeva forse una donna? C' ragione di crederlo. Solo una donna pu avere l'idea di fondenti in forma e profumo di mammole. Solo una donna pu avere l'idea di profumare le sigarette, e magari offrirti una sigaretta che ha soggiornato nella sua borsetta, e dal vicino e minuscolo fazzoletto si  imbibita di Tabac blond. FINE NOTA.
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Iddii da nutrire non ci sono pi? Come si ricordano certi lunghi, folti, imbottiti pomeriggi dell'infanzia, cos io ricordo ora i lunghi pomeriggi d'inverno passati al Teobroma, io e Hayde, unite le nostre teste a fare "zuc zuc", le spalle attoccate, le mani intrecciate sotto il massiccio tavolino color cioccolata, mentre la nebbia addensata nello strozzamento che in quel punto occlude la via Borgonuovo, accresceva le difese del tepido rifugio.
"Te la ricordi, Hayde?".
L'involucro fosforescente sussulta con violenza. Una serie di "ba ba" precipitosi soffia accanto a me, quasi il fantasma annaspi e lotti per non annegare. Come aspettarmi una reazione cos forte da parte di Caterino?
"Clmati, Andrea. Non hai ragione di allarmarti. In te  ancora il ricordo della tua vita nascosta; ma ora sei libero, sei di l dalle barriere che t'imprigionavano in vita. Il gioco dell'ironica, della tragica dissimulazione  finito. E poi di me non devi diffidare. Nemmeno allora avresti dovuto diffidare. Io sapevo tutto di te...".
"Come? Che cosa sapevi?".
"Ascoltami, Andrea".
Quale malaugurata idea io ebbi di rivelare a Caterino quel "tutto" che conoscevo di lui? Eppure non fu vanit la mia, non il meschino desiderio di mostrargli che avevo scoperto la sua vita segreta; di farmi bello della mia sagacia, del mio acume psicologico. Forza non mi mancava di resistere a quella piccola tentazione del male, ma quella piuttosto mi manc di resistere alla piccola tentazione del bene; al desiderio di entrare nell'intimo del mio amico Caterino e farmi complice di lui per aiutarlo a liberarsi del suo segreto. Non  forse il peso di questo segreto che gli vieta di morire completamente? che lo tiene fantasma quaggi? che gli nega l'assoluzione dalla vita? Si combatte il male per gli ostacoli che esso ci oppone e per i danni che ci procura, ma altrettanto ingombrante e dannoso  il bene. Bisognerebbe combattere il bene e si cerca di rimuovere il male. Una civilt perfetta, che oltre a tutto contemplasse i diritti e i doveri metafisici e si riconoscesse competente anche nelle quistioni di vita e di morte, escluderebbe i santi. In altre parole, io avrei dovuto escludere me stesso, nell'atto in cui compivo quella piccola azione da santo, e pronunciavo quella confessione invertita che avrebbe dovuto farmi penetrare nel "sacrario" dell'anima di Caterino e fare di me un altro se stesso... Quanti ne avrebbe avuti in questo caso Caterino? Tre, con il mio; poich di "se stessi" suoi egli ne aveva gi due. E pi che l'aver scoperto altre parti della sua vita segreta; pi che l'aver scoperto la sua qualit di alcoolista clandestino - quando egli mise a mia disposizione il suo quartierino di via Ariosto, io trovai lo sportello del comodino inchiodato (uno dei miei primi atti di nuovo padrone di casa, fu di verificare se il comodino era "abitato", perch io non condivido affatto il disprezzo "moderno" per quell'oggetto di prima necessit che una mia amica francese chiamava la vaisselle nocturne) - e avendo rimosso il marmo trovai nel fondo di questo pi familiare dei mobili una piccola ma fitta foresta di vuote bottiglie di cognac Martell, strette e lunghe come clave da ginnastica; pi che l'aver scoperto che il suo titolo d'ingegnere era falso; che le sue tre cassette di sicurezza alla banca erano piene di carta straccia; che all'inizio del suo primo convegno con Hayde - inaugurazione della serie dei ventiquattro convegni amorosi pattuiti per contratto in ragione di due per settimana su una durata di tre mesi - egli aveva dovuto abbandonare precipitosamente l'alloggio di Hayde, la quale poi gli aveva tirato in testa dalla finestra il mazzo di garofani e il colletto di ricambio con i quali egli era venuto al convegno; pi che l'aver scoperto che il suo vero nome non era Andrea ma Caterino; che questo indichiarabile nome seguiva di generazione in generazione come una vergognosa fatalit i membri della famiglia S.; fu soprattutto la scoperta del suo sdoppiamento che colp Caterino come una seconda morte: la scoperta da me fatta che Caterino era diventato madre di se stesso, e che per ricompensare Caterino dell'amicizia non trovata presso gli uomini, dell'amore non trovato presso le donne - per salvarlo dalla malvagit degli uni e delle altre, Caterino aveva ucciso Caterino.
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NOTA: " nella natura dell'uomo di formare dei desideri, di vederli compiersi e di formare subito nuovi desideri, e cos all'infinito.  anche necessario, per la felicit e il benessere dell'uomo, che il passaggio dal desiderio al soddisfacimento e da questo a un nuovo desiderio sia rapido, perch il ritardo nel soddisfacimento del desiderio genera sofferenza e l'assenza di desiderio  quel languore sterile che si chiama noia": Schopenhauer. Caterino era un caso singolarissimo e supremamente tragico di uomo che non ha mai veduto compiersi i propri desideri. Per la perfetta intelligenza di questo incontro con il fantasma di Caterino, vedi nel mio libro Achille innamorato: "Gradus ad Parnassum", il racconto che chiude il volume: "Morte dell'ingegnere". FINE NOTA.
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"Ba ba, ba ba, ba ba".
La respirazione del fantasma si accelera precipitosamente. Fra due pacchi di quell'assorbimento d'aria, la voce di Caterino, decorticata fino a un grido di pollo, attorcigliata a cavaturacciolo, mi grida: "Non ci rivedremo pi! Pi morto di prima! Pi morto!". Il suo involucro fosforescente e straordinariamente gonfio si allontana con balzi di fuga, si solleva ogni tanto goffamente da terra, come un gallinaccio che si prova al volo... Da che parte va? Sciagurato! Dalla parte dei Giardini Pubblici... S'impiglier negli alberi, rimarr preso nel fogliame come un paracadute; i merli domattina beccheranno il suo involucro sottile.
"Ba ba... ba ba...".
Il palpito di quella pompa d'aria echeggia lontano, nel silenzio esterrefatto della notte. Ormai tutto dipende da me. Un mio gesto pu salvarlo; non solo, ma dargli quel conforto, quella risposta che da diciotto anni egli aspetta da me, in attesa sul margine della morte. Questa responsabilit mi pesa e assieme m'infastidisce. Troppo compatto il silenzio, il buio troppo denso perch io possa compiere il gesto necessario, lanciare l'appello salvatore. Se egli fosse ancora qui con me, gli direi: "Caterino, ecco un'altra occasione mancata, l'ultima, e, dopo questa, il nulla".
Il Nulla. Questa idea tronca anche quel minimo d'intenzione che giaceva in fondo al mio blando proponimento. C' in questa idea del nulla qualcosa di sorprendentemente affascinante, di improvvisamente nuovo, di irresistibilmente attraente. Perch rifiutare il Nulla? Sento con una chiarezza che mi traversa tutto il corpo, sento con lo stomaco, con le punte dei piedi, l'eroico, il bello, il dolce del Nulla. E una commozione immensa m'irrora di lui che si avvia al Nulla. Fortunato! Quale trasformazione! Quale novit!  un sole nero che attira con la sua luce negativa. Una luce alla quale non si resiste, non si resiste, non si resiste.
Sto in ascolto. Sento le mie orecchie ingigantirsi, diventare simili agli enormi padiglioni di quegli apparecchi acustici, caudati di lunghi serpenti metallici, che afferrano nell'aria il ronzio lontanissimo di un'elica...
Non si ode nulla.
"Addio, Caterino!".
Non mi sfugge la convenzionalit di questo saluto, inutile e perch egli non lo pu udire, e per il senso di "ti affido a Dio" che  nella parola "addio". Quale assurdit un "addio" davanti al Nulla!
Riprendo il cammino solo e con passo spedito, ora che non pi sono costretto a misurare la mia andatura su quella lentissima del fantasma. Passo di fianco alla via Andegari, il cui nome alcuni fanno derivare da una voce celtica andheghe, dal biancospino che una volta la cintava. Al n. 1 di questa via dormono a quest'ora i biancospini d'oro, i gioielli a fiore che Margherita fa sbocciare dalle sue dita di cobolda gigantesca. E ricordo la notte in cui sotto la guida della granducale Margherita salimmo a svegliare quei fiori, e su per le buie scale sorprendemmo una ladra bionda (non  concepibile una ladra bionda che operi nel buio e s'illuda di non esser vista) e avendo io domandato al giovane Narciso che saliva accanto a me chi fosse quella bella signora che era con noi, quegli rispose: "Mais voyons! c'est la belle madame G...!", quasi io fossi Enrico Beyle e colei la bella Bibin Catena.
Arrivo in Piazza della Scala. Nel museo teatrale  questa l'ora in cui i costumi che Tamagno indossava come Otello e come Radams, vanno in giro per le sale, acfali, e vuoti, e incontrando il costume che Adelina Patti portava da Rosina, gli strisciano profonde riverenze. Questa parte vistosa e sopravvissuta del personaggio volatilizzato nella grande vanit del tutto, mi rammenta l'ex voto di Tessalioti davanti al quale, nel museo del Louvre, a lungo meditarono i miei vent'anni. Quello pure  acfalo, chiuso dentro una mantellina come un rduce della Grande Guerra, e dal suo angolo d'ombra mira l'ingresso chiuso da una portiera di velluto del sacello di Cnido, ma disprezza la Vittoria di Samotracia l presso: la dannunziana Vittoria di Samotracia.
Nel museo della Scala giocano liberi i contrasti, e accanto al costume corvino nel quale Alessandro Moissi recitava il monologo di Amleto, un piccolo Petrolini di gesso ride come una scarpa.
Nell'argento  stato fuso lo scarpino che a Pierina Legnani, prima ballerina, donarono i suoi amici russi. "A Cendrillon ses amis 23 Fvrier 1897, St. Ptersbourg". Dove il tempo che in uno scarpino di donna si beveva lo sciampagna?
Torniamo al gioco dei contrasti, al maligno gioco dei contrasti cos caro a questo museo. Eleonora Duse, la grande dolorista, il museo della Scala l'ha messa in compagnia di Brighella, di Pulcinella, di Pantalone...
Attenzione! passano i costumi vuoti. Guardateli bene! A molti di voi, nemmeno un costume rimarr a rappresentarvi quaggi. Dove vanno? Vanno nel ridotto. Aprono la porta di un palchetto. Si affacciano sulla sala rosso e oro. Torno torno i palchetti sono nascosti dietro le tendine chiuse. Di chi  quella mano che sporge da una tenda? Forse della bella Bibin Catena. La distanza non basta a nascondere il pallore, la scheletricit...
La Galleria, deserta a quest'ora di uomini, funge da sala d'aspetto ai fantasmi emigranti. Cerco faticosamente il passo sul mosaico ingombro, ora che so della sostanza bench leggerissima dei fantasmi, e di quanto soffrire la loro anima  ancora capace. Dormono nei penetrali del Savini a colonne i servizi inossidabili. Dormono nelle sale di Ricordi e Finzi i grandi pianoforti neri e caudati. Dorme nel suo palchetto aereo l'orchestrina del Biffi. Dorme negli scaffali di Garzanti il Cuore di Edmondo De Amicis, dorme l'Amore di Loredana di Luciano Zccoli, dorme Capitan Dodero di Anton Giulio Barrili. Dormono negli scaffali di Baldini e Castoldi l'Idolo e la Baraonda di Gerolamo Rovetta, e aspettano l'ora della riabilitazione. Dorme nella libreria Hoepli la scrivania di Giovanni Scheiwiller, e nella sezione antiquaria del piano superiore dorme la Commedia del 1487 copiata da Boninus de Boninis, dorme il trattato di morale scritto per Argentina Malaspina dal suo maestro di retorica, dormono i sudati manoscritti con che i predestinati calligrafi del Cinquecento, facendoli uno pi bello dell'altro, pi curato, pi prezioso, s'illudevano di fermare l'avanzata vittoriosa della stampa.
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NOTA: Uno di questi calligrafi condannati, Ugo da Carpi, era come Ettore che combatteva pur sapendo che doveva morire. Per assai tempo i bibliofili del 16esimo secolo si "vergognarono" del libro stampato, siccome oggi qualcuno si "vergogna" ancora del dattiloscritto. FINE NOTA.
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E sfuma come sogno vano la storia dei Gigioni. E l'ombra di Giuseppe Mengoni s'aggira sotto questa vetrata, si ferma sotto questi archi, e sogguarda, esamina, studia, e nella sua irrequieta coscienza non riesce ancora a chiarire se questa sua opera  bella o brutta, e talvolta, se i morti avessero possibilit di morire, si ucciderebbe un'altra volta.
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NOTA: Apollodoro, architetto di Traiano, trov due difetti al doppio tempio innalzato da Adriano. Era troppo tardi per correggerli. Questa critica gli cost la vita. Agli architetti d'oggi la sorte  pi benigna. FINE NOTA.
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E dietro il vetro di Fin Cra, pndule da oscene boccuzze di gomma, dormono le "fini cravatte", cadaveri di tutte le nostre estive cicale, nel grande autunno, e presto nell'inverno definitivo della vita.
Quando arrivo in Piazza del Duomo, la citt esce nuda dalla sua notte: questa citt che tributa un omaggio al cavallo, e le vie intorno a San Siro, gloriosa palestra di cavalli, nomina a Pegaso, al Centauro, a Diomede che, anticipando sulla or troppo in uso ippofagia, nutriva i suoi cavalli di carne umana. Avete veduto, a Parigi, le dorate testine di cavallo, insegna delle macellerie equine? Passavo un giorno per una via di Vaugirard, e un cavallo di bronzo colp la mia vista, nobile, calmo, ritto su una porta monumentale aperta fra le due braccia di un alto muro nero. Congetturai di stalle modello, di una scuola di equitazione: il compagno che sedeva accanto a me nel tass mi disse che era il macello dei cavalli: del cavallo che, prima che ci liberassimo dell'infame muro, ci guard con inesprimibile tristezza di sopra la parete del camion che lo portava a passare sotto il suo nobile fratello di bronzo, di l dal muro nero. Questa citt cos squisitamente greca che, meglio dell'Atene che dedic un tempio to agnsto the, "al Dio Ignoto", ha dedicato una via a un personaggio inesistente: Randaccio Nicola. Questa citt che nella via San Calocero (perch Calocero e non Calogero? Calocero significa propriamente "bel corno") nasconde i resti di un dolmen. Questa citt che nel palazzo Trivulzio di Piazza Sant'Alessandro, custodisce l'autografo di quell'Acerba che mand al rogo il suo autore Cecco d'Ascoli. Questa citt che su una colonna di fianco alla basilica di Sant'Ambrogio, conserva l'impronta delle corna del diavolo (calocero?). Questa citt cui torna l'onore di avere fondato il primo Comune d'Italia, per opera di Lanzone da Corte il quale ne fu ricompensato con l'obbligo di mangiare sterco di popolano. Questa citt in una delle cui chiese sono sepolti i Re Magi. Questa citt cos ricca nonch di acque potabili, ma pur di acque solforose, come la fontana a pi getti del viale Elvezia e la sua gemella del viale Piceno, indicatissime entrambe per le malattie del ricambio, e nella quale citt, quasi le acque nomate non bastassero, sgorg una fonte miracolosa presso la chiesa di San Vincenzo in Prato, per il battesimo di San Secondo. Questa citt che nonch al cavallo, ma anche all'albero, alla pianta, al fiore tributa omaggi, dedicando tutte le vie di un suo quartiere alle Acacie, agli Aceri, ai Sicomori. Questa citt che onora i filosofi presocratici nei nomi di Empedocle e di Eraclito, bench Arduino Anselmi, nella sua Milano storica nelle sue vie e nei suoi monumenti, chiami irriverentemente "Piagnucolone" l'oscuro pensatore di Efeso, "per l'irriducibile suo scetticismo". Questa citt che dette i natali ai fratelli Maggiolini, re degli ebanisti. Questa citt che nelle sue Scuole Palatine orn la mente di Virgilio, di Catullo, di Ovidio. Questa citt cinque volte distrutta, dai Celti, da Attila, da Odoacre, da Ursia, dal Barbarossa, e cinque volte riedificata.
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NOTA: Sotto lo 'mperio del buon Barbarossa, Di cui dolente ancor Meln ragiona. Purgatorio, 28. FINE NOTA.
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Questa citt che nella Pinacoteca Ambrosiana conserva una ciocca di capelli di Lucrezia Borgia e una di Camillo Benso di Cavour...
La luce comincia a fare aureola alla cattedrale. Le guglie si spiccano a una a una come candelotti da una torta genetliaca, lasciano spoglia la triangolare calvizie del tetto, si spandono disordinatamente nel cielo; poi si raccolgono savie, e, come un bambino che sillaba, compongono queste due parole:
MILANO IRROMENTABILE
Che significa irromentabile? Capisco che  una voce encomiastica, ma quale?
Ancora partire dunque, ancora in giro per il mondo, a cercare il significato di una parola, di una voce, di un sospiro, di un nulla...
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FINE "PRIMA" DEL LIBRO.
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Nell'estate del 1943 questo libro era per essere licenziato alle stampe, quando i bombardamenti di agosto mutarono la faccia di Milano. Per effetto di quel terribile mutamento, questo libro - questo "ritratto di citt" ha acquistato purtroppo un valore impreveduto.  il ritratto di Milano "di prima".  Milano quale nessuno rivedr mai pi. Tale la sorte fatidica dei ritratti e quella perch molti temono il ritratto. Questo libro non poteva finire "su una illusione". Le Pagine Aggiunte che seguono e le Note di Taccuino sono un accenno all'"altro" volto di Milano, un auspicio al volto che sar.
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PAGINE AGGIUNTE.
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LA MORTE "INSUDICIA".
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Mio padre passava lunghe ore in una poltrona tutta ricami e falpal come una signora in abito da ballo, la quale quando rimase vuota di lui conserv in negativa sullo schienale e sul sedile la forma di quel corpo grave e severo. Era la "sua" poltrona e io nella mia mente infantile l'associavo al nome "Rosaura". Pi per riverenza che per divieto, nessun altro che lui sedeva nella poltrona "di pap". I mobili hanno vita pi lunga degli uomini, sono i rappresentanti degli uomini quaggi e i loro continuatori. Ogni mobile rimane a rappresentare un uomo, la sua distrutta forma corporea, la sua anima indistruttibile. Entrate di notte, di soppiatto, mentre la casa dorme, in una camera deserta di uomo; affilate l'orecchio e udrete i mobili, con voce o di legno o di stoffa, scambiarsi le loro memorie e i nostri segreti. Talvolta pi mobili aggruppati assieme rappresentano e continuano lo stesso uomo, ossia uno di coloro che nella vita sono vissuti da re. Riprendiamo le forme della visibile immortalit. La poltrona del padre continui a rappresentare il padre in seno alla famiglia orfana di lui; nessuno abbia diritto di sedervisi, meno il figlio primogenito e solo in alte e sacre ricorrenze. (Questo io non lo dico per me: sono il secondogenito). In via Bagutta, a Milano, tutto il contenuto di una casa si  versato attraverso il portone nella via come un flusso di lava domestica, e in cima a quella colata rappresa una poltrona  rimasta ferma al termine della sua scivolata.  una poltrona armata di ferro, fornita di un pedale che all'estremo s'incurva a gondola. Guardo a lungo la strana poltrona e non riesco a determinare se  una poltrona da dentista o una poltrona da paralitico. Se da dentista, i suoi troppi ricordi umani si elidono a vicenda e annullano in un non-ricordo; se da paralitico, io immagino il paralitico che arriva in istrada orribilmente ridendo nella sua poltrona trasformata in toboga, e riacquistato il movimento per effetto dello choc si allontana a grandi passi da compasso nella notte infernale, in mezzo agli schianti, ai crolli e nella luce del fosforo brulicante come un luminoso mosto.
Mio padre nella sua poltrona fumava e leggeva. Fumava in un bocchino chiamato koch dal nome dell'inventore e formato a simiglianza di una piccolissima pompa ad aria compressa, e quel bocchino aveva l'igienica propriet di raccogliere lo scolaticcio della nicotina dentro un tubetto di vetro che ogni mattina bisognava rinettare mediante batuffoli di bambagia imbibita di alcool. Non so se il Koch inventore del bocchino denicotinizzante fosse anche il Koch scopritore del bacillo della tubercolosi, ma considerata la perfetta disciplina specializzatrice degli scienziati tedeschi, ho ragione di dubitarne.
Mio padre leggeva libri neri di prosa compatta che a me bambino facevano l'effetto di foreste impenetrabili, e dalla gravit del suo volto arguivo la difficolt e profondit di quelle letture; ma pi tardi conobbi che quelle scientifiche selve erano Les gats de l'escadron di Giorgio Courteline e altrettali frivole letture. Pratiche religiose e gravit di portamento erano ancora nel tempo della mia infanzia i fondamenti della educazione, e anche le forme pi frivole della vita erano paludate di gravit. Io in giovent ho violentemente reagito a quelle forme credendole d'ipocrisia, ma di poi mi sono ricreduto. Me, che a ciascuna forma della vita conservo la sua apparenza vera, i miei figli non mi prendono sul serio.
Un giorno entrai quatto quatto nello studio di mio padre, approfittando di una sua momentanea assenza. Rosaura era calda di lui, lo studio era nuvolato del fumo della koch come un piccolo tempio dei suoi armati combusti. Dalla sigaretta infilata nel bocchino denicotinizzante e poggiata all'orlo del ceneraio, saliva un filo di fumo azzurro che indi a poco si arrotondava in anello intorno a un minuscolo e invisibile Saturno. Accanto a Rosaura, sul tavolino arabo intarsiato di madreperla, posava aperto uno di quei periodici inglesi che nella costoro lingua si chiamano magazines. Il periodico era illustrato e dunque "parlava" al mio occhio. Nelle due pagine affiancate era riassunta in immagini la vita di non so quale importante uomo politico. Lo si vedeva bambino che giocava in sottanella presso una aiuola, poi in uniforme di collegiale, imbarazzato e tonto, il gomito poggiato a una mensola e un finto bulldg seduto ai suoi piedi che alzava il muso camuso a guardarlo, poi uomo maturo vestito sportivamente e in procinto di battere con la mazza a martello il pallino del golf, poi chiuso in una spessa pelliccia mentre traversava un marciapiede bianco di neve per entrare frettoso dentro un portone monumentale vigilato da una sentinella che presentava le armi, infine ritto ma traballante in mezzo a una via tra gente che nei movimenti pi impensati accorrevano a lui, un panamino a sghimbescio sul capo, gli occhi fissi in uno sguardo vitreo, gli arti contorti in movimenti da manichino - e impillaccherato dalla testa ai piedi, come se sotto la pioggia un veicolo gli fosse passato vicino e lo avesse spruzzato di mota. Ma mota non era... In quel tempo, come in una grossa battuta di caccia, re e imperatori, regine e capi di governo cadevano fitti sotto la vindice mano di quegli individui stralunati e irsuti che i giornali latinamente chiamavano nichilisti, e grecamente anarchici. Quell'uomo politico era caduto vittima egli pure di un attentato, e la macchina fotografica - miracolo dell'istantanea che in quegli anni era ai suoi primi trionfi - lo aveva colto nel momento stesso in cui, "insudiciato" dalla morte, era per crollare.
Quel misterioso uomo politico finito tragicamente io non sono mai riuscito a sapere chi fosse e ormai non m'importa saperlo, ma dopo quasi mezzo secolo di vita ancora intatta  in me e fortissima quella prima impressione di morte, e che la morte "insudicia" quello che tocca. Anche Milano nelle due ultime visite che le avevo fatto l'avevo veduta nella prima estivamente vestita e potrei dire "sportivamente", nella seconda nel suo mantello invernale quando attraverso la doppia finestra della mia camera d'albergo in Piazza della Scala guardavo nell'abbaino dell'illustre teatro le sartine che al lume delle lampadine pndule sulle loro teste cucivano, bench non fossero ancora se non le tre del pomeriggio, non so se il costume di Parsifal o quello di Lucia di Lammermoor. E quando nel meriggio del 26 agosto 1943 in una luce smagliante mi affacciai sotto la volta nella stazione Centrale, anche Milano mi apparve come colta in istantanea dall'occhio spietato della macchina fotografica, ritta ma traballante, gli innumerabili occhi nelle sue case fissi in uno sguardo vitreo, gli arti contorti in movimenti da citt-giardino, impillaccherata dalla testa ai piedi, "insudiciata" dalla morte. In questo libro che precede e che avevo licenziato alle stampe prima di averti veduta "insudiciata" dalla morte, io dico a te, Milano, tutto l'amore "carnale" che uomo pu avere a una citt; e ora, avendoti veduta anche te "insudiciata" dalla morte, dovrei dire a te tutto il dolore "carnale" che... Ma no. Silenzio! E quanto profetico mi suona ora il titolo di questo libro: Ascolto il tuo cuore, citt.
Pi sopra, ricordando le sartine che nell'abbaino della Scala cucivano non so se il costume di Parsifal o quello di Lucia di Lammermoor, dissi che le lampadine elettriche brillavano sulla testa delle cucitrici bench non fossero ancora se non le tre del pomeriggio, sicch pareva che ciascuna avesse sul capo la sua stella. Negli orari delle ferrovie e comunque nel linguaggio amministrativo le tre del pomeriggio si chiamano le quindici, ma al tentativo, dir meglio alla minaccia di chiamare anche sulla carta letteraria quindici le tre del pomeriggio, il mio animo di scrittore si ribella. Quale misteriosa incompatibilit  tra i modi della precisione e i modi letterari? Anche a una signora se per insperata avventura avessi a dare un convegno, non oserei mai darle convegno per le quindici, o per le diciassette, o, pi insperabile avventura ancora, per le ventitr. Queste differenze noi che ascoltiamo l'intimo delle parole come il medico ascolta i bronchi dell'ammalato, le avvertiamo d'istinto ma perch non studiarle e deporle nella grammatica ossia nel codice della lingua? Cos d'altra parte bisognerebbe deporre nel codice della lingua che il sostantivo stamane e la locuzione da mane a sera non sono usabili se non in argomenti e ambiente di piccola borghesia e, come tempo, tra la fine dell'Ottocento e il principio del nostro secolo, e inusabili in qualunque altro ambiente o tempo. Non domandate perch: non saprei rispondere.
Non saprei rispondere neppure se mi domandaste quale impressione mi ha fatto il corpo di Milano "insudiciato" dalla morte. Meglio: non voglio rispondere. Pi che l'idea di liberazione, pi che l'idea di salvamento, pi che l'idea di vendetta che in verit non ci ha neppure sfiorati, l'idea che pi insistente batte in questi tempi nella nostra mente  l'idea di educazione. Educare il popolo italiano. Raddrizzare il suo corpo e rinettarlo. Rinettare soprattutto la sua anima affinch libera e illuminata essa possa operare nel bene, nella intelligenza, nella dignit. Mondare l'italiano dal meridionalismo e soprattutto dall'orientalismo. Salvarlo dall'asiatismo, ossia dalla peste e dalle religioni. Insegnargli a comportarsi non da "orientale" con la donna; insegnargli a combattere fino all'annientamento la cieca e bestiale autorit; insegnargli a compiere senza passione e senza servilismo il proprio dovere, ossia con libera coscienza; insegnargli a opporre una incrollabile e "muta" dignit al dolore, alla sofferenza, alla morte. Le prefiche che urlano al funerale ci ripugnano, questa pi bestiale delle retoriche, ma pi ancora ci ripugnano le prefiche che dalle colonne dei giornali, dagli altoparlanti della radio urlano sulle sciagure che attraversiamo e a tutte danno lo stesso grido stupido e impersonale. Silenzio dunque. Silenzio e dignit.
La morte "insudicia". Insudicia quello che era pulito. Intorbida quello che era limpido. Inlaidisce quello che era bello. Intenebra quello che era luminoso. Istupidisce quello che era intelligente. Immiserisce quello che era ricco. Pure si dice che la morte  serenit, calma, e l'arte per parte sua... Ma anche questa  una forma di retorica: la peggiore: la retorica dell'ottimismo. Quella calma, quella serenit non sono della morte, s della vita che rinasce dalla morte: della vita che si  celata nella morte e, pi forte, l'ha vinta.
Il primo giorno vidi Milano "insudiciata" dalla morte. Poi la notte cal e uno spettrale silenzio.
L'indomani, gi Milano s'illimpidiva.
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NOTE DI TACCUINO.
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Milano, 27 agosto 1943.
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1. La citt  distrutta ma i monumenti uomini sono rimasti in piedi. In piedi  Cavour in mezzo alla piazza che porta il suo nome. In piedi  Vittorio Emanuele in mezzo a Piazza del Duomo, ancorch questo re gittato nel bronzo e assieme il cavallo che gli sta tra le gambe, siano in procinto di cadere fin dal momento della loro erezione. In piedi  Bertani di fronte alla Montecatini, e con affettuosa mano si stringe il suo caro rotolo di carte al petto. In piedi  Leonardo inquadrato dai suoi discepoli in mezzo a Piazza della Scala. In piedi  Cesare Beccaria, volto le spalle al vecchio palazzo di giustizia che ha tradito le sue leggi. Veduto con i miei occhi io non l'ho, ma mi dice mio cognato che si  trovato sotto i bombardamenti di Milano e come medico medicava i feriti che gli venivano portati alla infermeria della Montecatini, mi dice che Parini continua a camminare immobile davanti ai tram di Piazza Cordusio, e Garibaldi in mezzo al Largo Cairoli non  sceso da cavallo. Il palazzo Poldi Pezzoli  distrutto e frammenti enormi del suo cornicione giacciono sul marciapiede come massi di una diga spezzata dalla furia del mare ma sulla passarella che unisce i due corpi del palazzo di qua dal giardino interno, l'eneo gruppo di Neottolemo che scaglia il piccolo Astianatte gi dalla torre presso la porta Scea  salvo, e salve egualmente sono le statue di ninfe o dee ritte ai piedi dell'arco sotto la passarella. Salvi i due Telamoni e le due cariatidi sotto il balcone del palazzo che fa sprone tra via Principe Umberto e via Manin e che in fronte reca questa bella ma inascoltata dicitura: La Pace. Queste cariatidi compiono entrambe verso il loro rispettivo telamone atti di gentilezza: quella di sinistra gli porge una coppa, quella di destra gli offre un mazzolino di fiori. Conforta questo sopravvivere della gentilezza sotto il peso della colpa e della espiazione. Ma colpa, dolore, espiazione non sono forse condizioni necessarie al fiorire della gentilezza, questa delicata variante del bene e dell'amore? Anche Hayez, nella piazzetta allato a Brera  intatto nel suo cmice da lavoro, sul basamento breve, e pronto con la tavolozza nella sinistra e il pennello nella destra a posare sulla tela la sua sapiente, la sua paziente pennellata. Salvo sul muro  l'Uomo di Pietra, presso il balcone della devastata sartoria Ventura. Salvo nel cortile di Brera il Napoleone di Canova (la cassa di legno che in questo periodo di guerra lo custodisce come una casetta il suo abitatore solitario,  un poco sbrecciata al sommo) e salvi negli intercolunnii Pietro Verri, Tommaso Grossi, gli altri dotti meneghini che circondano l'ignudo imperatore. Per converso l'edificio di fronte a Brera che al piano superiore ospitava la mia bella e intellettuale amica Camilla Cederna e a pianterreno la galleria del Milione si  fusa in un mucchio di calcinacci.
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NOTA: "O my fair warrior!", "o mia bella guerriera!" dice Otello a sua moglie sbarcando a Cipro, eppure colei non si chiamava Camilla ma soltanto Desdemona. Dice Stevens che questa qualifica Shakespeare l'ha tolta probabilmente dai poeti francesi: "as Ronsard, in his Sonnets, often calls the ladies guerrires". Tanto pi si capisce la nostra avversione alla donna non-guerriera, alla donna "orientale". FINE NOTA.
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Guardo questa polvere che fu una casa abitata da uomini, piena di vita e di cose, e in mezzo alla quale  mischiata forse anche la polvere di Oggetti migratori e delle altre mie pitture che stavano nella galleria del Milione, ma la guardo senza rimpianto. Le cose che ho fatto non m'interessano pi: solo quello che ancora non ho fatto m'interessa. Salvo in Piazza Sant'Angelo  San Francesco davanti all'acqua che lo rispecchia, e salve le tre palombelle che sul labbro della vasca aspettano la sua parola.
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NOTA: Lo spirito francescano non  morto. LaNOT te del 16 agosto 1943, sotto le bombe di duemila tonnellate che martellavano Milano, un fraticello usc cheto cheto dal convento di Piazza Sant'Angelo, e con un mestolo di rame and a raccogliere i pesci rossi che stanno nella fontana del Poverello e li port in salvo. Questo nel tempo della Violenza Trionfante, e mentre l'uomo  percosso, umiliato, incarcerato, torturato, deportato, ucciso con indifferenza e disinvoltura. FINE NOTA.
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Quanto ad Alessandro Manzoni... Alessandro Manzoni non solo  salvo in mezzo alla sconvolta Piazza San Fedele, ma, incredibile dictu, ha fatto un passo avanti.
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NOTA: Quali conseguenze nella storia della delinquenza milanese avr la distruzione della questura di Milano e degli archivi che essa conteneva? FINE NOTA.
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Che significa questa inopinata velleit ambulatoria del Grande Sedentario? e perch don Lisander sotto le bombe dirompenti e incendiarie non  crollato e neppure  rimasto fermo al suo posto come gli altri suoi colleghi instatuati, ma ha fatto un passo avanti, come per scendere dal basamento e avviarsi di fronte al teatro che porta il suo nome, e che ora che ha le finestre cave e trasparenti al cielo, somiglia un acquedotto rapito alla campagna romana e trasportato nel cuore di Milano? Manzoni  il pi reticente dei nostri scrittori, il pi inibito. Per essere uno scrittore come piacciono a me,  mancato a Manzoni quel "passo avanti" che gli avrebbe consentito di varcare la linea, ossia di traversare l'"equatore" del mondo intellettuale; e artista, sia detto una volta per sempre,  soltanto colui che ha varcato la linea. Ora Manzoni quel passo fatidico lo ha fatto, ma lo ha fatto da morto e sotto la spinta delle bombe. I morti sono deboli... Mio cognato mi dice che diversamente dagli altri statuomini di Milano, Carlo Porta  andato a finire nel laghetto dei Giardini Pubblici: pericolosa ambizione di un poeta dialettale che voleva diventare poeta laghista. Il monumento al generale Giacomo Medici, in via Marina,  abbattuto. Che dicono i nostri giornali che gli aviatori inglesi non colpiscono obiettivi militari? Nel piccolo recinto erboso intorno al basamento rimasto disuomo, guardo i membra disjecta del vincitore del Vascello. Da una parte  la testa del generale, tronca al collo ma prolungata dalla sua barba come da un manubrio, e sormontata dall'elmo che ha il pennacchio rotto; da un'altra sono le mani guantate e riunite sull'elsa della spada spezzata; da un'altra il busto stretto nel dolman; da un'altra ancora le gambe tronche al ginocchio. Corrono nel cielo puro e profondo i suoni metallici e dolenti di una marcia funebre. La grandezza degli uomini di guerra io non la so vedere se non pittorescamente: come una pittura di soggetto militare. La sera, prima che il sole tramonti, i milanesi trasformati in biciclette abbandonano la citt alla sua notte, e Milano, nera, contorta, straziata, rimane sotto la tutela dei suoi cittadini di marmo o di bronzo. Che significa questo rispetto che la morte ha avuto per le statue? E che pensano le statue di questo ardore distruttivo dei loro fratelli di carne, di questa loro inestinguibile sete di morte? I milanesi se ne vanno a coppie in un fruscio d'oro, lui la sinistra sul manubrio e la destra sulla spalla della sua compagna, lei la destra sul manubrio e la sinistra sulla spalla del suo compagno. Nell'operaio milanese non c' la spossatezza lugubre, l'umiliante sommissione alla fatica che abbrutisce e deforma altri operai, ma vita libera e lieta. Il lavoro non domina l'operaio milanese n lo abbatte:  lui invece che domina il lavoro e quando egli "stacca" la sera, non  una bestia stremata che rimane stesa per terra, ma un uomo che risorge in piedi e torna gagliardo alla letizia della vita. Di fronte all'atterrato generale Medici, cinque cariatidi che reggono il cornicione di un palazzo hanno conservata la testa, ma due hanno perduta la pancia. Alla estrema ala sinistra del Palazzo Reale, il cosiddetto Arengario  rimasto in piedi. Ingiustamente.
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2. Tutti gli orologi pubblici di Milano sono fermi, in questa citt cos ricca di orologi pubblici. Alcuni alle 1 e un quarto, altri alle 1.17, altri alle 1.20. Ognuno di questi immobili simboli orari segna uno dei momenti nei quali la Morte  piombata dal cielo e ha colpito. Tra queste minime differenze di tempo passa l'Eternit, come tra il dito del Padreterno e il dito di Adamo nell'affresco della Sistina. (Chiedo scusa per la corrivit del raffronto, ma la gravit dell'argomento scuser l'errore di gusto).
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3. Sulla corazzatura di cemento degli sbocchi dei ricoveri, sono segnate con caratteri vistosi le iniziali U.S. La sigla degli Stati Uniti d'America tante volte ripetuta mi fa pensoso. Scopro finalmente che U.S. a Milano non significa Iunited Stits, ma Uscita di Sicurezza.
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4. China sulle macerie di una casa disciolta, una signora avanti con gli anni ma vestita e truccata con alta sapienza. Costei traffica tra i calcinacci - forse quello che rimane della sua casa - e chi sa che cerca, ma senza dolorismo, senza tragicismo, quasi adempisse una regolare faccenda di casa: con stile. La donna che anche attempata si studia di piacere, di conservare i pregi dalla giovent - la donna che anche artificiosamente cerca di prolungare il meglio del proprio destino, ossia il potere di seduzione e il fascino femminile, ridicola non  come dicono i barbari, ma pi civile della donna schietta che "si lascia andare"; e queste vecchie civettone sono donne di un'alta civilt: le inglesi, le francesi, le americane, le milanesi. L'alta civilt esclude da s la vecchiezza, non d diritto di cittadinanza se non alle giovani e alle vecchie truccate da giovani. Pi la donna scende i gradini della scala sociale - pi la donna si avvicina al Meridione e all'Oriente, pi rapidamente e prematuramente essa perde la giovinezza. Ieri  entrata al nostro servizio una nuova domestica.  di una provincia meridionale. Ho domandato a mia moglie perch si fosse presa in casa una vecchia. Mi ha risposto: "Ha ventinove anni".
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5. All'imbocco di via Spiga, presso il Corso Venezia, su una saracinesca divelta dalle sue rotaie e sporta in mezzo al marciapiede,  attaccato questo cartello: "Banco Lotto". Una delle pi gravi brutture, delle pi umilianti immoralit dell'Italia.
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6. Giro tra le rovine di Milano. Perch questa esaltazione in me? Dovrei essere triste, e invece sono formicolante di gioia. Dovrei mulinare pensieri di morte, e invece pensieri di vita mi battono in fronte, come il soffio del pi puro e radioso mattino. Perch? Sento che da questa morte nascer nuova vita. Sento che da queste rovine sorger una citt pi forte, pi ricca, pi bella. Fu allora, Milano, che in silenzio, tra me e il tuo cuore, ti feci la mia promessa. Tornare a te. Chiudere in te la mia vita. Tra le tue pietre, sotto il tuo cielo, tra i tuoi conchiusi giardini. Amen.
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7. Sopra il portone del numero 30 di via Brera, questa insegna: Impresa Pulizia Speranza. Che aggiungere?  detto tutto.
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FINE.